Andrea Frediani e Sara Prossomariti.
.
Le grandi famiglie di Roma antica. 
Storia e segreti.
.
Parte 2.
.
2014. Newton Compton Editori, ROMA.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
... 
Gens Cecilia.
Gens Claudia.
Gens Cornelia.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
Gens Cecilia.
...
.
...

Prosopografia
iii secolo a.C.
11. lucio cecilio metello denter console nel 284 a.C. Padre del n. 2;
12. lucio cecilio metello console nel 251 e nel 247 a.C. Figlio del n. 1 e padre del n. 3;
13. quinto cecilio metello console nel 206 a C. Figlio del n. 2 e padre dei nn. 4 e 5.
ii secolo a.C.
14. quinto cecilio metello macedonico console nel 143 a.C. Figlio del n. 3, fratello del n. 5 e padre dei nn. 6, 8, 9 e 10;
15. lucio cecilio metello calvo console nel 142 a.C. Figlio del n. 3, fratello del n. 4 e padre dei nn. 7 e 11;
16. quinto cecilio metello balearico console nel 123 a.C. Figlio del n. 4, fratello dei nn. 8, 9 e 10 e padre del n. 12;
17. lucio cecilio metello dalmatico console nel 119 a.C. Figlio del n. 5, fratello del n. 11 e suocero di Silla;
18. lucio cecilio metello diademato console nel 117 a.C. Figlio del n. 4 e fratello dei nn. 6, 9 e 10;
19. marco cecilio metello console nel 115 a.C. Figlio del n. 4 e fratello dei nn. 6, 8 e 10;
10. gaio cecilio metello caprario console nel 113 a.C. Figlio del n. 4, fratello dei nn. 6, 8 e 9 e padre dei nn. 14 e 15;
11. quinto cecilio metello numidico console nel 109 a.C. Figlio del n. 5, fratello del n. 7 e padre del n. 13.
i secolo a.C.
12. quinto cecilio metello nepote console nel 98 a.C. Figlio del n. 6 e padre dei nn. 16 e 17;
13. quinto cecilio metello pio console nell80 a.C. Figlio del n. 11 e padre adottivo del n. 18;
14. quinto cecilio metello cretico console nel 69 a.C. Figlio del n. 10 e fratello del n. 15;
15. lucio cecilio metello console nel 68 a.C. Figlio del n. 10 e fratello del n. 14;
16. quinto cecilio metello celere console nel 60 a.C. Figlio del n. 12 e fratello del n. 17;
17. quinto cecilio metello nepote minore console nel 57 a.C. Figlio del n. 12 e fratello del n. 16;
18. quinto cecilio metello pio scipione console nel 52 a.C. Figlio adottivo del n. 13.
i secolo d.C.
19. quinto cecilio metello cretico silano console nel 7 d.C.;
20. aulo cecilio faustino console suffetto nel 99 d.C.
ii secolo d.C.
21. quinto cecilio avito console suffetto nel 164 d.C.;
22. quinto cecilio dentiliano console suffetto nel 167 d.C.
Generati da Vulcano
La gens plebea dei Cecili ha uno sviluppo assai peculiare. Pur vantando una storia che va dal iii secolo a.C. al iii secolo d.C., infatti,  presente nei fasti consolari solo tra il iii e il i a.C., per poi scomparire improvvisamente. Secondo le fonti, la gens doveva discendere o da Caeculus, fondatore della citt di Preneste, oppure da Caecus, uno dei compagni di Enea: Ceaculus fond Preneste. Donde ritengono che derivarono i Cecili, di cui una nobile gens era a Roma. Altri dicono che si chiamarono cos da Caecus troiano, compagno di Enea213. Qualora sia corretta la prima informazione, dovremmo attribuire ai Cecili una discendenza divina, poich Ceculo era uno dei figli del dio Vulcano e doveva quindi essere venerato dai membri di questa gens. Ceculo, stando a quanto dicono Virgilio214 e Catone il Censore, fu trovato nel fuoco dalle vestali e per questo si credette che fosse figlio di Vulcano, mentre il suo nome deriverebbe da un difetto che aveva agli occhi.
Come tutte le altre, la gens Cecilia pu vantare diverse familiae: i Bassi, i Denter, i Niger, i Pinna, i Rufus e infine quella che fu in assoluto la pi famosa e potente, quella dei Metelli. Grazie alle monete coniate da alcuni suoi membri,  stato possibile stabilire il simbolo distintivo della familia dei Metelli, vale a dire lelefante.  possibile che la scelta fosse dovuta alla vittoria conseguita da Lucio Cecilio Metello sui cartaginesi, dotati appunto di elefanti, nel 251 a.C. in Sicilia.
Conosciamo anche le abitudini funerarie dei Cecili, che erano soliti bruciare i corpi dei loro defunti. Tra i sepolcri pi noti, non solo di questa gens ma in generale, vi  il mausoleo di Cecilia Metella, realizzato presso il iii miglio della via Appia allinizio del i secolo a.C. per la figlia di Quinto Cecilio Metello Cretico, console nel 69 a.C. Oltre a questo monumento conosciamo, ma solo da fonti scritte, anche un colombario destinato ai servi e ai liberti della familia rinvenuto nel 1820 presso la vigna Amendola a Roma, che alcuni studiosi ritengono si trovasse presso il cimitero di Callisto.
La gens Cecilia fa la sua comparsa nei fasti consolari nel iii secolo a.C. con il console del 284 a.C., Lucio Cecilio Metello Denter, anche se per qualche tempo si pens, erroneamente, che il nome di uno dei tribuni consolari del 444 a.C., invece di Tito Clelio, fosse Tito Cecilio. La famiglia sub unimprovvisa battuta darresto in ambito politico, negli anni immediatamente prima linizio della guerra civile tra Cesare e Pompeo; non a caso, la vediamo scomparire definitivamente dai fasti. Da quel momento troviamo ancora diversi esponenti della gens, ma costoro spiccano pi per altre doti che per le capacit politiche e militari. Il declino della famiglia ebbe inizio dopo un periodo particolarmente florido quale fu quello tra il 123 e il 109 a.C., quando la familia dei Metelli pot vantare ben sei consoli e fu talmente forte da spingere Velleio Patercolo a sostenere quanto segue: Come poco sopra ho dovuto sottolineare lo splendore dei Domizi, cos ora debbo farlo per la gens dei Cecili. Sta di fatto che in questo periodo, nello spazio di dodici anni, i Metelli furono o consoli o censori e celebrarono il trionfo pi di dodici volte: s che appare chiaro come delle citt e degli imperi, cos delle famiglie, la buona sorte ora fiorisce, ora declina, ora finisce215.
Si tratta pertanto di una familia che ha prodotto sei generazioni ininterrotte di consoli, se contiamo a partire dal 284 a.C., vale a dire un eccellente primato. Il declino della gens, e dei Metelli in particolare, fu fondamentalmente dovuto alla mancanza di eredi; se Quinto Cecilio Metello Macedonico ebbe dalla moglie ben sei figli, ben diversamente andarono le cose per le generazioni successive. Con Silla, marito di Metella Dalmatica, e Pompeo Magno, sposato con Mucia, sorellastra di Quinto Cecilio Metello Celere e Quinto Cecilio Metello Nepote Minore, la gens ebbe un ultimo sussulto di vitalit, durante il quale tent di tornare in auge; tuttavia, dopo la morte di Silla e il divorzio tra Pompeo e Mucia la fine venne inevitabile. Di tentativi per salvare la gens ne furono compiuti a iosa: matrimoni dinteresse, alleanze, adozioni (si vedano i casi di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione e di Quinto Cecilio Metello Cretico Silano), ma senza alcun esito.
Tra gli ultimi Cecili registrati dalle fonti vi  addirittura una santa. Santa Cecilia visse a cavallo tra il ii e il iii secolo d.C. ed  nota come la protettrice delle arti musicali. La leggenda vuole che fosse sposata con un romano di nome Valeriano al quale aveva confidato, la prima notte di nozze, la sua fede e la sua volont di rimanere vergine. Luomo non solo accett il voto della compagna, ma quella stessa notte si fece battezzare e cominci a fare proseliti. Tra questi ultimi ci fu suo fratello che, insieme a lui, si dedic alla sepoltura dei corpi dei cristiani abbandonati in giro per la citt per ordine dellimperatore. Quando i due fratelli furono scoperti furono arrestati e uccisi. Cecilia rimase pertanto sola e quando la arrestarono per confiscarle le fortune del marito, diede prova della sua fede. Era stata condannata a morire soffocata nellacqua bollente del suo bagno, ma durante il supplizio continu a cantare lodi al Signore e si salv. A quel punto si decise per la decapitazione e, nonostante i tre colpi inferti dal boia, la donna mor solo dopo un po di tempo per dissanguamento. Sia lei che suo marito furono venerati quali martiri e santi.
Esiste anche un san Cecilio, martire e patrono di Granada, considerato uno dei sette uomini inviati da san Pietro e san Paolo a diffondere la parola di Cristo. Cecilio sarebbe giunto in Spagna e qui avrebbe dato inizio alla sua attivit di proselitismo, per poi morire alla fine del i secolo d.C.
Uno che sicuramente non va inserito nella gens Cecilia  san Cipriano, anche se il suo nome completo era Tascio Cecilio Cipriano. Il nome Cecilio fu scelto da Tascio al momento del battesimo per onorare luomo che gli aveva fatto conoscere la fede cristiana, pertanto il santo non  da considerarsi un membro della gens, poich non ne aveva diritto n per nascita n per adozione.
Un console dopo laltro
Il primo Cecilio che compare nei fasti consolari, come segnalato in precedenza,  Lucio Cecilio Metello Denter console nel 284 a.C. Le fonti che lo menzionano sono davvero scarne: innanzitutto c Polibio, che si limita a due righe in relazione alla battaglia di Arezzo: Essendo caduto in battaglia il console Lucio, assegnarono il comando a Manio Curio216. Livio invece sostiene che allepoca della sua morte Lucio fosse pretore: Essendo stati uccisi gli ambasciatori romani dai galli senoni e dichiarata guerra ai galli in seguito a ci, il pretore Lucio Cecilio fu da loro massacrato insieme alle legioni217. Si  dibattuto molto sulla morte di questo personaggio, o meglio sulla sua datazione, incerta tra il 284 e il 283 a.C.; lunica cosa sicura  che avvenne nella guerra condotta dai romani contro i galli allinizio del iii secolo a.C.
Il figlio di Denter, Lucio Cecilio Metello, ebbe una carriera di tutto rispetto: console per ben due volte, nel 251 e nel 247 a.C., magister equitum nel 249, pontefice massimo a partire dal 243 e dittatore nel 224218. Il solo elenco delle magistrature ricoperte non basta a rendere lidea della grandezza di questo personaggio il quale, proprio durante il suo primo consolato, fu artefice di una grande impresa. Insieme al collega Gaio Furio Pacilo, nel 251 a.C., durante la prima guerra punica, fu inviato in Sicilia per combattere contro i cartaginesi. Pacilo per torn ben presto a Roma con met dellesercito e Metello rimase da solo a difendere il raccolto intorno alla citt di Palermo. Qui decise di attaccarlo Asdrubale, comandante dei cartaginesi, nella speranza di sconfiggerlo facilmente grazie allinferiorit numerica del romano. Ma Metello organizz un tranello per sconfiggere i nemici: permise loro di avanzare fin sotto le mura della citt, rimettendoci anche le messi che furono completamente distrutte, mentre lui organizzava i suoi uomini e utilizzava i civili per supportare i militari in attivit come il reperimento delle frecce. Il comandante puntava a fare in modo che gli elefanti, una delle armi pi letali dei cartaginesi, si rivoltassero contro i loro padroni e finissero cos per agire a favore dei romani:
I guidatori degli elefanti, ansiosi di dimostrare ad Asdrubale la loro abilit, e di avere la palma del successo, si slanciarono tutti insieme contro lavanguardia nemica, la volsero in fuga facilmente e la inseguirono fino alla fossa. Quando per gli elefanti, spinti dallassalto, trafitti dalle frecce scagliate dal muro, colpiti dai pila lanciati con violenza in gran numero e dai giavellotti gettati dalle truppe fresche schierate davanti alla fossa, si trovarono sotto una vera pioggia di dardi, feriti in pi punti, messi ben presto in scompiglio e volti in fuga, si rivolsero contro di loro, calpestando e uccidendo gli uomini, rompendo e sconvolgendo le file. Visto questo, finalmente Cecilio condusse fuori le sue forze con grande energia: assal di fianco i nemici, che erano in gran disordine, con le sue milizie intatte e ben schierate, li costrinse a volgere in fretta e furia le spalle, molti ne uccise, gli altri volse in fuga precipitosa219.
Durante il combattimento Metello riusc anche a catturare diversi elefanti e, proprio per la vittoria riportata contro questi mastodontici animali, lelefante divenne il simbolo della sua familia. Lanno successivo, il condottiero celebr il trionfo e fece sfilare nellUrbe ben dodici comandanti cartaginesi e circa centoventi elefanti220. Quattro anni dopo il suo consolato, Metello divenne pontefice massimo, carica che detenne fino alla morte, avvenuta ventidue anni dopo: Esercit per ventidue anni la tutela delle sacre cerimonie senza esitare giammai nel pronunziare le formule rituali e con mano ferma nel fare i sacrifici221. Era talmente rigoroso nello svolgimento delle sue mansioni religiose che nel 242 a.C., quando il console Aulo Postumio chiese di poter partire per la guerra in Africa, Metello glielo imped, essendo il console anche flamine di Marte; gli commin anzi una multa per aver anche solo pensato di abbandonare il culto del dio per andare a fare la guerra222. Ma Metello dava agli di tanto quanto pretendeva dagli altri, se non di pi. Le fonti raccontano che durante il suo pontificato scoppi un incendio nel tempio di Vesta e, per mettere in salvo il Palladio  la sacra statua di legno di Pallade , il pontefice massimo si lanci tra le fiamme. Limpresa riusc ma Metello ci rimise la vista, fortemente danneggiata dal fuoco. Per compensarlo, la popolazione gli concesse una portantina che avrebbe dovuto usare per raggiungere il Senato e presenziare alle sedute223.
Metello mor allincirca intorno ai settantanni ed ebbe un figlio che partecip alla battaglia di Canne, Lucio Cecilio Metello224. Questi viene ricordato per una proposta poco edificante fatta proprio in occasione dellinfausta battaglia. Quando le cose si misero male per lesercito romano, Lucio (che Valerio Massimo chiama erroneamente Quinto) propose infatti di abbandonare lItalia. Fu Scipione lAfricano, allora ancora molto giovane, che, secondo la tradizione, minacciando i compagni li costrinse a giurare di non abbandonare la patria225. Dopo quella pessima figura, Lucio riusc a diventare questore nel 214 a.C. e proprio allora fu chiamato dai censori a rispondere del comportamento tenuto due anni prima:
Anzitutto i censori citarono in giudizio coloro che, secondo quanto si raccontava, avevano voluto abbandonare la Repubblica ed uscire dallItalia, dopo la battaglia di Canne. Primo fra costoro era Lucio Cecilio Metello che, per caso, era allora questore. I censori invitarono a difendersi lui e gli altri egualmente colpevoli e, poich costoro non avevano potuto trovare alcuna giustificazione a quanto era loro contestato, i censori dichiararono che essi avevano fatto discorsi in privato ed in pubblico contro lo stato col proposito di ordire un complotto per abbandonare lItalia226.
Lucio fu quindi degradato allo stato di erario, vale a dire al pi basso grado sociale, e perse perfino il diritto al voto. Una fine davvero miserevole per il figlio di un grande generale.
Gli altri due figli del console del 251 a.C., vale a dire Marco Cecilio Metello e Quinto Cecilio Metello, diedero molte pi soddisfazioni al padre. Marco divenne dapprima edile plebeo nel 208 e poi pretore urbano nel 206 a.C., infine ambasciatore presso il re Attalo di Pergamo. Fu in questultima occasione che, insieme ai suoi colleghi, ottenne proprio dal re la pietra sacra locale, detta la madre degli di, che poi port a Roma227.
Per quanto riguarda Quinto Cecilio Metello, costui prosegu, sulla scia del padre e del nonno, la tradizione di famiglia, divenendo console e generando ben due figli e diversi nipoti che fecero altrettanto. Ebbe una carriera fulgida quanto quella del padre: fu pontefice dal 216 a.C., edile plebeo nel 209, edile curule nel 208 e console nel 206. Nel 207 a.C. il console volle che i comizi per lelezione dei magistrati dellanno successivo fossero tenuti da un dittatore e cos fu scelto Marco Livio Salinatore, che ebbe al suo fianco come magister equitum proprio Quinto; questi fu poi eletto console228 e successivamente mandato nel Bruzio insieme al collega per combattere contro Annibale. Metello rimase al fronte anche lanno successivo come proconsole, ma per tutto il periodo in cui fu presso i bruzi non si verific alcun evento tanto rilevante da essere tramandato, soprattutto per quanto riguarda il conflitto con i cartaginesi.
Alla fine del mandato proconsolare Quinto torn a Roma e fu eletto dittatore al solo scopo di indire i comizi. Essendo vissuto allepoca della seconda guerra punica, si trov a conoscere personalmente Scipione lAfricano e a intervenire in merito a eventi che lo videro protagonista. In particolar modo, si interess della questione di Locri229, per la quale fu proprio Quinto a chiedere al Senato di nominare una commissione dinchiesta che appurasse comerano andati i fatti; in unaltra circostanza invece, intervenne a favore del condottiero: quando si discuteva in Senato se e come concordare la pace con i cartaginesi ormai sconfitti, sostenne che spettasse a Scipione, in quanto vincitore di Annibale, essere consultato per primo; ma in quelloccasione prevalse il parere di un altro senatore, contrario alla sua mozione.
In generale, Quinto fu considerato un buon oratore. Tra i suoi discorsi si ricordano lelogio funebre in onore del padre e un suo intervento relativo proprio alla conclusione del conflitto con i cartaginesi, nel quale il nostro Cecilio dichiarava di non essere certo che la fine della guerra fosse realmente un vantaggio per i romani:
Non solo autorevole ma anche intelligente fu pure il pensiero espresso da Quinto Metello, il quale, sgominata Cartagine, afferm di non sapere se quella vittoria avesse arrecato pi svantaggi o vantaggi alla Repubblica, perch, come era servita con la restituzione della pace, cos aveva in parte nociuto con lallontanamento di Annibale: il suo passaggio in Italia aveva risvegliato lormai languente virt del popolo romano; e si doveva temere che questa, una volta che fosse stata liberata da quellirriducibile contendente, tornasse ancora in letargo. Egli pose, dunque, sullo stesso piano di sciagure sia che fossero incendiate le case, devastati i campi e vuotate le casse dello stato, sia che si infiacchisse il nerbo dellantico vigore230.
Molto probabilmente furono la sua capacit oratoria e la sua splendida carriera politica a spingere il Senato a designarlo nel 185 a.C. ambasciatore in Macedonia231, dove ebbe il compito di dirimere le divergenze sorte tra il re Filippo e le citt della Tessaglia.
Lultima menzione che le fonti fanno di questo personaggio  relativa al 179 a.C., quando furono eletti censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore. In seguito allelezione, Quinto pronunci un discorso sostenendo che i prescelti erano, presi singolarmente, due ottimi soggetti, ciononostante sia lui che altri erano scettici sullefficacia del loro mandato, per via dellinimicizia che legava i due.
I figli di Quinto furono consoli uno dopo laltro, Quinto Cecilio Metello Macedonico nel 143 e Lucio Cecilio Metello Calvo nel 142 a.C. Alcune righe dedicate da Plinio il Vecchio a Quinto Cecilio Metello Macedonico delineano con chiarezza la sua figura e il livello raggiunto dalla famiglia al momento della sua morte:
Anche il figlio di questo Quinto Metello []  annoverato tra i rari esempi di felicit umana: infatti, oltre ai grandissimi onori e al soprannome di Macedonico, fu portato al rogo dai quattro figli, uno del pretorio e tre consolari, due che avevano trionfato, uno censore, cariche che anche singolarmente toccarono a pochi232.
Della stessa opinione  anche Velleio Patercolo:
Difficilmente si potrebbe trovare un uomo di qualsivoglia popolo, et, classe sociale di cui paragonare la buona sorte con la fortuna di Metello. Infatti, oltre ai trionfi straordinari, alle altissime cariche, alla elevata posizione nello stato, alla lunghezza della vita, alle aspre e generose contese sostenute con i suoi avversari in difesa dello stato, ebbe quattro figli233, li vide tutti in et adulta, li lasci tutti in vita e insigniti dei pi alti onori. Alla sua morte questi quattro figli ne sollevarono il letto funebre davanti ai rostri: il primo ex console ed ex censore, il secondo ex console, il terzo console e il quarto candidato al consolato, carica che poi consegu. Pi che morire, questo  sicuramente un dipartirsi felicemente dalla vita234.
Quinto non fu quindi solo un uomo di grande statura, ma anche padre di una prole a dir poco perfetta, se si considera che il dato riportato da Plinio non  completamente corretto: non solo tre ma tutti e quattro i suoi figli maschi furono consoli, come conferma Velleio; per giunta, una delle due figlie spos un console.
La prima fase della carriera militare e politica di Quinto  legata in maniera indissolubile alla Macedonia e alla Grecia. Nel 168 a.C. fu agli ordini del console Lucio Emilio Paolo il quale, proprio quellanno, sconfisse Perseo, re di Macedonia, presso Pidna in quella che fu chiamata la terza guerra macedonica. Al termine del conflitto il nostro Cecilio fu mandato a Roma insieme ad altri due uomini ad annunciare la vittoria riportata da Paolo235 e poi, per circa ventanni, non abbiamo pi notizie di lui.
Lo ritroviamo nel 148 a.C. nel ruolo di pretore e responsabile proprio della provincia della Macedonia. Qui si trov a scontrarsi con un presunto figlio di Perseo, tale Andrisco, il quale prese il nome di Filippo e tent di riconquistare il regno paterno. Andrisco aveva dato il via alla sua ribellione negli anni tra il 151 e il 150 a.C., ma inizialmente aveva avuto scarso seguito; poi per, nel 149 a.C., riusc a sconfiggere la legione romana di stanza in Macedonia e addirittura a ucciderne il comandante, Publio Giovenzio Thalna, e il suo successo inizi a procurargli proseliti.
Fu dopo la morte di questo pretore che fu inviato sullo scacchiere Quinto, a sua volta pretore, in quanto i due consoli di quellanno, Spurio Postumio Albino Magno e Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, erano rispettivamente impegnati in Gallia e Africa. Quinto riusc a sconfiggere il suo avversario e a recuperare il controllo della Macedonia, concludendo quella che viene comunemente definita la quarta e ultima guerra macedonica, conquistandosi cos il soprannome di Macedonico e un meritato trionfo:
Dopo la vittoria su Perseo e la sua cattura [] un tale Pseudofilippo, cos chiamato grazie alle menzogne sulla sua falsa origine, che si proclamava Filippo e di stirpe reale, pur essendo di umilissima origine, dopo aver occupato con le armi la Macedonia e aver preso le insegne reali, in breve tempo pag la pena della sua temerariet. Infatti, il questore Metello, al quale in considerazione del suo valore era stato dato il soprannome di Macedonico, ebbe ragione di lui e della sua gente con una splendida vittoria, e in una sanguinosa battaglia sbaragli anche gli Achei che si accingevano a riprendere le armi contro Roma.  questo quel Metello Macedonico che costru i portici tutto attorno ai due templi privi delliscrizione di dedica, oggi circondati dai portici di Ottavia, e port dalla Macedonia questo squadrone di statue equestri che guardano la facciata dei templi e costituiscono oggi il pi grande ornamento di quel luogo. [] Il medesimo Metello, costruendo per primo a Roma un tempio di marmo proprio al centro di quei monumenti, fu promotore di questa magnificenza o piuttosto di questo lusso236.
Velleio, oltre a descrivere la vittoria riportata da Quinto su Andrisco, ci fornisce anche altre informazioni di vario genere: la prima  relativa a uno scontro avvenuto con gli achei nel 146 a.C. Tra i greci erano in atto dei disordini che avrebbero potuto portare a uno scontro con Roma, come poi peraltro avvenne, e cos Quinto mand presso di loro degli ambasciatori, ovvero Gneo Papirio, Popilio Lenate il giovane, Aulo Gabinio e Gaio Fennio. Costoro giunsero a Corinto mentre si teneva una riunione degli achei e tentarono di sedare gli animi, ma furono cacciati via. Questa mancanza di rispetto nei confronti degli ambasciatori romani spinse Quinto ad attaccare gli achei, che affront presso le Termopili237. La sua vittoria non fu tuttavia decisiva; gli scontri si protrassero infatti fino alla fine del mandato di Quinto concludendosi solo allarrivo di Lucio Mummio, suo successore, detto poi Acheo.
Velleio, come abbiamo visto, parla anche di alcune imprese architettoniche di Quinto. La prima si riferisce a un portico, sostituito successivamente da quello di Ottavia, che racchiudeva due templi, vale a dire quello di Giove Statore e quello di Giunone Regina. Il passo di Velleio  stato molto discusso perch, secondo alcuni studiosi, l dove c scritto eadem ex marmore, non va inteso come un tempio di marmo, bens come un riferimento allo stesso portico. In questo caso la seconda parte della descrizione del portico fatta da Velleio andrebbe interpretata diversamente: Quinto non avrebbe realizzato per primo a Roma un tempio di marmo nel portico, ma in compenso sarebbe stato il primo a realizzare un portico di marmo nellUrbe238.
In genere per si associa il tempio di Giunone Regina a Marco Emilio Lepido, il quale lo avrebbe fatto realizzare nel 179 a.C., e quello di Giove Statore a Quinto, che lo avrebbe costruito in concomitanza con il portico; Vitruvio239 da parte sua si limita a dire che questultimo edificio fu realizzato da Ermodoro di Salamina, che per viene definito anche come larchitetto di Quinto. Sicuramente al nostro Cecilio si deve la presenza nel portico del particolare gruppo di statue cui Velleio aveva accennato. Si tratta dei cavalieri di bronzo commissionati da Alessandro Magno a Lisippo in seguito alla vittoria sul Granico; venticinque cavalieri con le sembianze dei primi morti durante la battaglia, a parte uno raffigurante lo stesso Alessandro Magno240. Le statue si trovavano presso Dion, alle falde del Monte Olimpo, nel tempio dedicato a Zeus presso il quale Alessandro Magno festeggi la sua vittoria. Quinto le prelev e le fece mandare a Roma per adornare il portico.
Nonostante le vittorie conseguite in Macedonia e contro gli achei, pare che Quinto abbia mancato per ben due volte laccesso al consolato, ottenendolo solo nel 143 a.C.241. Segu il governatorato presso la provincia della Spagna Citeriore dove combatt contro i celtiberi242, e ancora una volta si dimostr un comandante di notevole tempra:
Quinto Macedonico fece sentire il suo comando su quelle genti in modo cos rigido che, quando assediava la citt spagnola di nome Contrebia, dette ordine a cinque coorti di legionari, che erano stati respinti da unaltura scoscesa, di farsi sotto di nuovo senza indugio; sebbene nellimminenza dellassalto tutti i soldati facessero testamento come se dovessero andare a morte sicura, egli, con la fermezza propria di un condottiero, non si lasci rimuovere dal suo proposito e accolse vincitori quei soldati che aveva mandato a morire243.
Quinto viene ricordato per la magnanimit che dimostr nei confronti dei nemici, cosa abbastanza rara tra i condottieri romani244, ma anche per una sgradevole circostanza che macchi la sua mirabile carriera. Per quanto esemplare fosse la sua condotta, infatti, Quinto provava invidia e odio inestinguibili nei confronti di Quinto Pompeo. Il fato volle che questultimo fosse il suo successore al governo della Spagna e allora il nostro Cecilio pens bene, prima di lasciare la provincia, di provocare quanti pi danni possibili allesercito in modo da lasciare nelle mani del successore un manipolo di soldati del tutto inefficienti245. Quinto, insieme al fratello Lucio, accus anche Pompeo di concussione ma limputato fu dichiarato non colpevole. Sfortunatamente, le fonti non ci dicono a cosa fosse dovuto tutto questastio.
Ciononostante, nel 136 a.C. Quinto e Pompeo si allearono contro un nemico comune, ma anche in questo caso non sappiamo quale sia stata la scintilla che diede inizio allo scontro. Il nemico comune era Publio Furio Filo, successivo governatore della Spagna, che i due accusarono di aver eccessiva fretta di raggiungere la provincia e quindi di essere in cattiva fede. Per tutta risposta Filo decise che tenere il nemico sotto controllo era meglio che tenerlo lontano e libero di agire alle sue spalle, pertanto si port in Spagna sia Quinto che Pompeo in qualit di legati246.
Nel 131 a.C. Quinto e Pompeo ricoprirono insieme la censura e proposero che tutti i cittadini romani si sposassero, per incrementare il numero degli abitanti che si era fortemente ridotto a causa delle guerre degli anni precedenti. Durante la sua censura, Quinto fece espellere diversi personaggi dal Senato per inadeguatezza, e tra questi un tale Gaio Atinio Labeone, il quale, ottenuto il tribunato della plebe e approfittando della sacralit di questa carica, un giorno afferr Quinto e tent di buttarlo gi dalla rupe Tarpea. Nessuno avrebbe potuto impedirgli linsano gesto al di fuori di un altro tribuno della plebe, il che avvenne. Labeone per era ancora in cerca di vendetta e arriv a far consacrare agli di tutti i beni di propriet del suo nemico, lasciandolo nullatenente247.
Se quindi come comandante, il nostro Cecilio dimostr ripetutamente le sue capacit, in ambito civile dovette rendersi noto come persona alquanto astiosa e litigiosa; gli ultimi con i quali ebbe degli scontri verbali furono Scipione Emiliano248 e i suoi cognati, ovvero i fratelli Gracco, in particolare Tiberio. Mor nel 115 a.C., durante il consolato del figlio Marco. Del fratello di Quinto, Lucio Cecilio Metello Calvo, non si sa molto senonch fu console lanno dopo di lui, vale a dire nel 142 a.C.
I quattro figli maschi di Quinto Cecilio Metello Macedonico ebbero tutti una notevole carriera. Il primo, Quinto Cecilio Metello Balearico, fu console nel 123 a.C. e censore nel 120. Fu soprannominato Balearico in seguito alla vittoria riportata sui pirati delle isole Baleari, che gli valse anche un trionfo nel 121 a.C. A seguire abbiamo Lucio Cecilio Metello Diademato, console nel 117 a.C. Il suo soprannome non deriva da una grande impresa, come nel caso del padre e del fratello maggiore, bens da una ferita che aveva sulla fronte e che era solito coprire con una benda simile a un diadema.
Il terzo figlio  Marco Cecilio Metello, console nel 115 a.C. Le fonti raccontano che Quinto Cecilio Metello Macedonico mor durante il consolato di uno dei figli, Marco, il quale, concluso il proprio mandato consolare, and come proconsole in Sardegna a sedare una rivolta. Marco riport una notevole vittoria che gli valse il trionfo; proprio lo stesso giorno il medesimo onore veniva concesso anche a suo fratello Caprario249.
Gaio Cecilio Metello Caprario, lultimo figlio del Macedonico, fu console nel 113 a.C. e censore nel 102. Nel 133 aveva servito Scipione Emiliano a Numanzia e pare che proprio a quellepoca risalga la causa dellinimicizia tra Quinto Cecilio Metello Macedonico e Scipione Emiliano. Stando a Cicerone, in un momento di collera Scipione url infatti al giovane Gaio: Se tua madre partorisse una quinta volta, partorirebbe un asino250, ma  lo stesso oratore a bollare la notizia come unesagerazione. Il trionfo che Caprario festeggi con suo fratello Marco  quello relativo alla vittoria riportata contro i traci allepoca del suo consolato.
Anche Lucio Cecilio Metello Calvo ebbe dei figli di tutto rispetto. In totale erano tre, due maschi e una femmina, e questultima lo rese nonno del famoso comandante Lucio Licinio Lucullo. Il maggiore dei due maschi, Lucio Cecilio Metello Dalmatico, fu console nel 119 a.C. ed  ricordato per il modo meschino con il quale ottenne il trionfo e il soprannome di Dalmatico. Desiderando ardentemente la gloria, infatti, decise di dichiarare guerra ai dalmati i quali, a quanto pare, non avevano alcuna colpa. La carriera di Lucio prosegu con altre due cariche prestigiose, vale a dire la censura, che ricopr nel 115 a.C., e il pontificato massimo che ottenne lanno seguente.
Molto pi famoso di Lucio fu il fratello minore, Quinto Cecilio Metello Numidico, console nel 109 a.C. Stando a quanto riporta Cicerone251, Quinto ebbe unottima istruzione e, tra le altre cose, ebbe la possibilit di assistere alle lezioni del famoso oratore ateniese Carneade, il che gli permise di acquisire delle notevoli capacit oratorie. Tuttavia si sa poco della sua carriera prima del consolato; si parla di una pretura svolta in una provincia di quelle che inviavano il grano a Roma ma niente di pi. Inoltre viene menzionato un processo per concussione a suo carico, che alcuni credono si sia svolto al ritorno dalla suddetta provincia, altri invece, alquanto improbabilmente, al ritorno dalla Numidia.
Quinto era uno dei pi importanti rappresentanti del partito aristocratico romano del tempo e pur possedendo la boria tipica di certi aristocratici, lo si potrebbe definire un modello di onest. A conferma di ci, ecco cosa accadde allepoca del processo per concussione:
Quando laccusatore accost ai giudici i registri che aveva richiesto per esaminare la partita contabile, il collegio giudicante distolse lo sguardo dallesaminarli, perch non si pensasse che fosse possibile dubitare di quanto vi era stato registrato. I giudici credettero che non sui registri, ma nella vita di Quinto Metello dovessero leggersi le prove della sua onesta amministrazione252.
Nel 109 a.C. venne il consolato, cos come era arrivato per suo fratello e i quattro cugini, e Quinto fu inviato a combattere uno dei pi celebri nemici di Roma: Giugurta. La guerra in Numidia andava avanti gi da diverso tempo, tuttavia lesercito romano non faceva che riportare sconfitte. Il sovrano africano aveva corrotto diversi comandanti e cos il conflitto era passato a Quinto, il quale si distinse subito per onest e correttezza. Al momento della partenza, il console decise di portare con s, nel ruolo di legato, un ancora sconosciuto Gaio Mario, e insieme a lui, una volta in Africa, dovette affrontare un serio problema: le legioni di stanza in Numidia, infatti, erano composte da uomini ormai allo sbando e completamente privi di disciplina, per cui gran parte della prima fase della campagna militare, partita gi in ritardo secondo Sallustio253, fu dedicata al recupero fisico e mentale dei soldati. Giugurta, che finora aveva avuto a che fare con uomini corrotti, vedendo i preparativi di Quinto si spavent e tent di trattare la pace. Il comandante romano per conosceva la sua inaffidabilit e cos prese tempo.
Alla fine Quinto riport numerose vittorie, che restituirono lustro a un esercito guadagnatosi una pessima nomea negli anni precedenti. I romani riuscirono ad avanzare fino alla citt di Tala mettendola a ferro e fuoco, e la sua caduta spinse Giugurta alla fuga verso lentroterra africano, nel deserto. La guerra sembrava ormai conclusa ma il re numida allest un nuovo esercito composto di getuli e tutto sembr dover ricominciare da capo. Proprio allora Quinto, stanziatosi a Cirta per linverno, venne a sapere che Gaio Mario, il suo ex legato, si era fatto eleggere console e aveva convinto il Senato della sua inadeguatezza, sottraendogli il comando della campagna.
Gli studiosi hanno discusso molto sui meriti della vittoria finale: vanno attribuiti a Mario o a Quinto? Come fa notare M. Holroyd254, la guerra non era per nulla finita dopo Tala, anzi Giugurta stava per attaccare con forze nuove; ci non toglie che Mario si sia comportato in maniera scorretta facendo credere che Quinto non fosse pi in grado di gestire il conflitto e sostituendolo. Plutarco255 dice chiaramente che Quinto fu vittima delle trame di Mario, il quale si prese la conduzione della guerra quando ormai mancava solo la cattura di Giugurta per completare la vittoria. Nessuno tuttavia pot rifiutare il trionfo a Quinto, che lo festeggi al suo ritorno a Roma nel 106 a.C.: Veramente splendido fu il trionfo di Metello e gli fu dato quel soprannome di Numidico che la sua lealt e il suo valore gli avevano guadagnato256.
Questa immagine quasi eroica di Quinto non  per condivisa da tutti. C chi sostiene che essa sia nata dalla penna di Sallustio, il quale a sua volta si sarebbe ispirato ai diari di un legato del comandante, Publio Rutilio Rufo, che era un grande estimatore del suo superiore257. Lunico difetto che lo storico sembra riscontrare in Quinto  la superbia. Daltra parte Appiano, nella sua trattazione della guerra numidica, accusa Quinto di lentezza e crudelt: Metello torn nellAfrica romana essendo accusato presso lesercito di lentezza verso i nemici e di crudelt verso i suoi258. In realt il giudizio su questo personaggio  strettamente legato alla fazione politica cui appartiene lo storico che ne parla, in un periodo di forti contrapposizioni politico-sociali: per gli aristocratici era un eroe, per i mariani un politico alla vecchia maniera, dispotico e superbo.
Lo scontro tra Quinto e Mario era comunque inevitabile. Quinto era un aristocratico con idee molto conservatrici, Mario, invece, era un uomo nuovo che stava facendo carriera solo grazie alle sue capacit; Quinto aveva dato fiducia a Mario e questi laveva tradita, di conseguenza, prima o poi, i due sarebbero arrivati alla resa dei conti.
Nel 102 a.C. Quinto riusc a ottenere la carica di censore insieme a suo cugino Caprario, il che la dice lunga sullinfluenza esercitata dai Cecili a quei tempi. Tuttavia, questa magistratura si rivel per Quinto quasi pi pericolosa della guerra contro Giugurta: fu proprio svolgendo le sue funzioni di censore, infatti, che dapprima rischi la vita e poi dovette prendere la via dellesilio. Ecco quel che avvenne inizialmente:
Il medesimo popolo tent di uccidere a colpi di pietra il censore Quinto Metello, perch non voleva accettare la registrazione di Equizio come figlio di Gracco affermando che Tiberio Gracco aveva avuto solo tre figli, dei quali uno era morto militando in Sardegna, laltro chera ancora bambino in Preneste e un terzo, nato postumo, a Roma e che quindi non era opportuno introdurre un miserabile sconosciuto in quella nobilissima famiglia259.
La vicenda ci dimostra che Quinto non era cambiato; ancora sussiegoso nei confronti dei non aristocratici, rimaneva tuttavia una persona corretta, che non apprezzava linganno. Poi tent, sempre in quel periodo, di far cacciare dal senato Lucio Apuleio Saturnino e Gaio Servilio Glaucia per immoralit ma questi, godendo del sostegno di Gaio Mario, ormai molto potente, e di un tribuno della plebe, riuscirono a evitare la condanna e a vendicarsi. Nel 100 a.C. Saturnino fece proporre una legge agraria con una particolare clausola concernente il Senato, i cui membri avrebbero dovuto giurare di rispettare e far rispettare la legge stessa. Quinto, il quale non solo era contrario al populismo del Cerbero composto da Saturnino, Glaucia e Mario, ma era anche contrario alla legge in s per s, rifiut di giurare e si dette allesilio volontario260.
Il suo rientro ebbe luogo solo un anno dopo la morte di Saturnino, nel 99 a.C., grazie allintervento del figlio, Quinto Cecilio Metello Pio, e del tribuno della plebe Quinto Calidio:
Metello Numidico, poi, cacciato in esilio dal partito popolare, si ritir in Asia. L si trovava, allorch, assistendo per caso ai giochi in Tralle, gli fu recapitato un messaggio del senato, che a nome proprio e del popolo lo richiamava con unanime consenso a Roma. Egli tuttavia non lasci il teatro prima che lo spettacolo fosse terminato, non svel per nulla a chi gli sedeva accanto la sua letizia, ma seppe controllarsi pur nella pienezza della sua gioia261.
Cicerone262 racconta una storia in merito alla scomparsa di Quinto, che per non viene presa molto sul serio. Loratore sostiene che un tale Quinto Vario si sarebbe reso responsabile della morte di Livio Druso, tribuno della plebe nel 91 a.C., e di quella di Quinto, avvelenato. Cicerone parla in generale di un Metello, senza specificare il praenomen o il soprannome, ma molti hanno voluto credere che lomissione fosse voluta: loratore credeva che non ci fosse bisogno di dire che si parlava del pi grande Metello dei suoi tempi, ovvero Quinto.
Tanti e non buoni
Passiamo ora alla generazione successiva, cio ai nipoti del Macedonico e del Calvo, meno prolifica della precedente e sulla via del declino politico.  a questa fase che si ascrive quella che impropriamente viene chiamata la factio Metellana, cio una fazione politica che fa capo alla familia dei Metelli. Nellultimo secolo di storia della Repubblica, infatti, la gens continu a mantenere posizioni di prestigio soprattutto grazie ai matrimoni combinati, ma allo stesso tempo venne in contrasto con diverse figure di spicco dello scenario politico dellepoca, come Mario e Pompeo Magno, che ne segnarono la fine.
Il primo della generazione del i secolo a.C. a essere menzionato dai fasti  Quinto Cecilio Metello Nepote, console nel 98 a.C. e figlio del Balearico. Fu chiamato Nepote in ricordo del suo famoso nonno, Quinto Cecilio Metello Macedonico, e per distinguerlo dalla pletora di cugini. Di lui sappiamo pochissimo, senonch aiut il cugino a far rientrare suo zio Numidico dallesilio nel 99 a.C.
Poi  la volta di Quinto Cecilio Metello Pio, console nell80 a.C., cugino di Nepote e figlio del Numidico. Ottenne il soprannome Pio quando si batt per ottenere il ritorno del padre dallesilio nel 99 a.C.: Quinto Metello figlio del Numidico, che aveva meritato il soprannome di Pio e questo perch col suo amore di figlio, grazie allappoggio del senato, e al consenso dei cittadini aveva riportato in patria suo padre, esiliato dal tribuno della plebe Lucio Saturnino263.
Sappiamo da Sallustio264 che Quinto, appena ventenne, era al seguito di suo padre allepoca della guerra contro Giugurta. Divenne pontefice e poi, nell89 a.C., pretore. In questa veste si trov a combattere durante la guerra sociale fronteggiando prima i marsi e poi i sanniti. Quinto era talmente rispettato come comandante che quando Mario e Cinna assediarono Roma gli fu chiesto di prendere il comando delle forze sillane. Il condottiero per rifiut, sostenendo che il comando doveva spettare per regola al console in carica, vale a dire, Gneo Ottavio265. In seguito al suo diniego, pare che molti soldati avessero deciso di passare al nemico, non ritenendo Ottavio capace di gestire la questione.
Mentre gli eventi precipitavano, Quinto lasci la citt per recarsi in Africa dove si diede a reclutare truppe nel tentativo di occupare la provincia, ma fu sconfitto da Gaio Fabio Adriano nell84 a.C. Quando Silla torn a Roma Quinto fu subito al suo fianco, riportando diverse vittorie contro i mariani, tanto che nell80 a.C. il condottiero lo volle come console insieme a lui. La fedelt della cosiddetta factio Metellana al dittatore era dovuta, tra le altre cose, a uno dei tanti matrimoni politici contratti dalla familia. Silla, infatti aveva sposato la cugina di Quinto, Cecilia Metella Dalmatica, figlia del Dalmatico.
Il dittatore dimostr la sua stima nei confronti di Quinto anche dopo avergli concesso il consolato, inviandolo come proconsole a combattere Quinto Sertorio, il pi prestigioso dei mariani superstiti. Questi si trovava in Spagna, dove tentava di ricreare una Repubblica romana alternativa e indipendente dallUrbe. Tuttavia, Quinto non ottenne molti risultati durante la prima fase della sua campagna, e cos gli fu affiancato Pompeo Magno. Le fonti hanno messo ampiamente in evidenza i loro contrasti. Molti sono convinti che i due si siano intralciati a vicenda non solo per divergenze strategiche  Quinto era pi propenso a temporeggiare, Pompeo pi irruento  ma anche per questioni politiche. Pompeo faceva parte della factio Metellana, in virt del suo terzo matrimonio contratto con Mucia Terzia, sorellastra di Quinto Cecilio Metello Celere e Quinto Cecilio Metello Nepote Minore (e dunque cugina del Pio), ma in realt seguiva soprattutto le proprie ambizioni, e in seguito avrebbe cambiato partito, divorziando dalla moglie nel 61 a.C., dopo diciotto anni di matrimonio, ufficialmente a causa dei continui adulteri di Mucia.
In Spagna, tuttavia, non vi fu aperta rottura. Quando Sertorio fu assassinato da Perperna, nel 72 a.C., Pompeo e Quinto furono in grado di sconfiggere lesercito ribelle, tornare a Roma da vincitori e festeggiare ambedue il trionfo.
Per molti versi Quinto assomigliava a suo padre: abile in battaglia, uomo integerrimo, fedele alla famiglia; tuttavia le fonti hanno messo in evidenza alcune sostanziali differenze:
E cosa voleva per s Metello Pio, il personaggio pi influente del suo tempo, quando permetteva che i suoi arrivi in Spagna fossero accolti dagli ospiti con sacrifici e tra il fumo degli incensi, quando osservava compiaciuto le pareti coperte da drappi degni di Attalo, quando alternava a sontuosi banchetti lesecuzione di costosissimi giochi, quando partecipava ai conviti con labito fregiato del trionfatore e si faceva calare dal soffitto corone doro sulla testa, quasi fosse un dio? [] A tal punto era sfuggita di mente a Metello la campagna condotta da suo padre contro i Numidi!266.
Nell82 Quinto era stato eletto pontefice massimo. Poich Giulio Cesare gli successe alla carica nel 63 a.C., possiamo supporre che il nostro sia morto in quellanno o poco prima. Non avendo avuto figli propri, aveva adottato un membro della sua gens come erede. Si tratta di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione, discendente di Quinto Cecilio Metello Macedonico, che divenne console nel 52 a.C.
Passiamo ora a uno dei figli del Caprario, Quinto Cecilio Metello Cretico, il quale fu console nel 69 a.C., un anno prima del fratello minore, Lucio Cecilio Metello. La sua ascendenza in realt non  cos chiara; egli risulta essere figlio di un certo Gaio e tra i Cecili Metelli lunico Gaio che pu corrispondere in termini cronologici  appunto Caprario.
Quinto fu pretore nel 75 a.C., poi si trov a essere console con il famoso oratore Quinto Ortensio Ortalo, proprio nellanno in cui si svolse il processo contro Verre. Quinto non fu lunico della sua famiglia a essere coinvolto nel dibattimento: direttamente o indirettamente, infatti, anche suo fratello, Marco Cecilio Metello, allepoca pretore e presidente del tribunale che doveva giudicare Verre, diede un notevole apporto alla causa; lo stesso fece anche un terzo fratello, Lucio Cecilio Metello, il quale, prima di diventare console nel 68 a.C., era stato pretore nel 71 a.C. e aveva finito per sostituire Verre in Sicilia. Fu questultimo a tentare di ostacolare le indagini di Cicerone quando questi si rec sullisola a cercare prove e testimoni delle malefatte dellimputato. Il processo ebbe inizio nel 70 a.C. ma sia Ortensio che i Metelli fecero di tutto per ritardarlo, in modo che avesse luogo mentre loro erano al potere e potessero quindi aiutare con pi facilit il loro vecchio amico. In realt, per i Metelli Verre era qualcosa di pi di un amico o un alleato: pare infatti che fosse il marito della sorella, Cecilia Metella, e quindi loro cognato. Ad ogni modo, nonostante le macchinazioni Verre fu condannato e costretto allesilio. Una prima vittoria degli uomini nuovi sullaristocrazia romana.
In seguito Quinto and a combattere i pirati che presso Creta stavano mettendo in difficolt lesercito romano da circa tre anni. E fu proprio per la vittoria riportata contro di essi che ottenne il soprannome di Cretico267. Non tutto per and liscio: nonostante il successo e il successivo trionfo, infatti, durante la campagna Quinto ebbe seri contrasti con Pompeo Magno. Stando a quanto dicono diverse fonti268 Pompeo era geloso delle sue vittorie e, quando alcuni superstiti a Creta gli chiesero aiuto, mand a dire alle varie citt dellisola di non tenere in alcun conto gli ordini dati dal legato.
Non sappiamo molto altro di Quinto, senonch mor prima dellinizio della guerra civile tra Cesare e Pompeo:
Prima di tutto mi rallegrer con Quinto Catulo, i due Luculli, Metello e Ortensio i quali, dopo essersi segnalati nella vita pubblica senza suscitare odio e aver conseguito senza alcun pericolo posizioni di grande rilievo, ebbero prima dello scoppio delle guerre civili una morte serena o almeno naturale e non immatura269.
Facciamo ora un altro salto generazionale e passiamo a Quinto Cecilio Metello Celere Minore, console nel 60 a.C., figlio naturale di Quinto Cecilio Metello Nepote e adottato da suo zio Quinto Cecilio Metello Celere (figlio del Diademato), il quale non aveva eredi. Dallo zio prese anche il signum Celere, che il suo parente aveva ottenuto per la rapidit con la quale aveva organizzato e realizzato i giochi funebri in onore del padre.
La teoria delladozione di questo Cecilio da parte dello zio  ormai radicata, ma non convince tutti gli studiosi; c chi, come ad esempio T.P. Wiseman270, ritiene anomala ladozione, almeno considerando le modalit con le quali si sarebbe svolta. Wiseman fa notare che quello che viene indicato come padre biologico del Celere divenuto console nel 60 a.C., vale a dire Quinto Cecilio Metello Nepote (console nel 98 a.C.), doveva essere un primogenito, avendo lo stesso praenomen di suo padre. Anche il nostro Celere doveva essere il primogenito di Nepote, come possiamo intuire dal fatto che divenne console tre anni prima del presunto fratello minore, Quinto Cecilio Metello Nepote Minore271.
Per evitare di fare confusione, andiamo per gradi. I due fratelli, Celere e Nepote Minore, portano lo stesso praenomen e non ci sarebbe nessuna anomalia se Nepote Minore fosse stato il primogenito e Celere il secondogenito: il praenomen Quinto attribuito a Celere, infatti, lo si potrebbe giustificare con ladozione da parte dello zio. Essendo invece linverso le cose si complicano, perch dovremmo supporre che Quinto Cecilio Metello Nepote avesse concesso in adozione a suo cugino il suo primogenito prima ancora che fosse nato il secondogenito, al quale dunque, non avendo pi eredi, pot dare il praenomen Quinto come se fosse il primo figlio. In effetti come procedura  alquanto anomala, per cui Wiseman propone di invertire i ruoli: non sarebbe stato Quinto Cecilio Metello Celere ad adottare il figlio del cugino bens linverso. Celere avrebbe avuto due figli, Celere Minore, console nel 60 a.C., e un secondo figlio che poi, una volta adottato dallo zio, prese il nome di Quinto Cecilio Metello Nepote Minore. Il che avrebbe molto pi senso272.
Quinto Cecilio Metello Celere Minore potrebbe aver ricoperto il tribunato della plebe nel 71 a.C., ma sicuramente nel 66 a.C. era, in qualit di legato, al seguito di Pompeo Magno in Asia. Qui diede prova delle sue capacit militari riuscendo a sconfiggere re Osroe, che aveva tentato di attaccare i quartieri invernali nei quali si trovavano le sue truppe273. Tornato a Roma divenne pretore urbano nel 63 a.C.:
Quinto Metello esercit la pretura urbana con molta maggior severit di quanto non avesse fatto Oreste. Egli non attribu al lenone Vecillio, sebbene lo richiedesse in conformit di un testamento, il possesso dei beni di Vibieno, perch, da uomo nobilissimo e serissimo qual era, giudic che non si dovesse lasciar nulla in comune tra il foro e il lupanare274.
Essendo un membro della familia dei Metelli, come tutti gli altri suoi parenti Quinto parteggi apertamente per il partito aristocratico; ma proprio nellanno della sua pretura dovette dare il suo appoggio alluomo nuovo Cicerone, allo scopo per di preservare intatti i diritti dellaristocrazia romana che Catilina, pur essendo a sua volta un nobile, stava mettendo seriamente a rischio.
Quando cominciarono a essere formulate le prime accuse contro di lui, Catilina chiese di poter essere ospitato nella casa di Cicerone per dimostrare a tutti la sua innocenza. Cos facendo, sarebbe stato sotto controllo e quindi avrebbe potuto dimostrare di non aver nulla a che fare con la presunta congiura. Ma Cicerone, temendo per la sua vita, oppose un rifiuto e cos Catilina fece la stessa proposta dapprima a Quinto, in quanto pretore, e poi a un altro membro della gens, Marco Cecilio Metello, ricevendone altri dinieghi.
Quando Catilina lasci Roma ben due Metelli furono coinvolti nelle operazioni militari contro di lui: il Cretico, il quale fu mandato in Apulia, e Quinto, che fu inviato nel Piceno. Il compito di Quinto era quello di evitare che Catilina e i suoi riuscissero a raggiungere la Gallia; fu proprio per evitare il suo esercito che il ribelle si ritrov ad affrontare laltro comandante che gli stava alle costole, Gaio Antonio Ibrida.
Morto Catilina, la carriera politica di Quinto prosegu da buon Metello verso il consolato, che ottenne nel 60. Prima per era stato in Gallia Cisalpina con il titolo di proconsole. La Gallia Cisalpina e la Macedonia erano le province toccate in sorte ai due consoli del 63, Cicerone e Ibrida. Cicerone per, in seguito a un accordo privato, aveva passato la pi ricca Macedonia a Ibrida, e poi aveva rinunciato ad andare Oltralpe, trasmettendo lincarico a Quinto.
Poco prima dellelezione al consolato, Quinto e la sua famiglia entrarono in rotta di collisione con Pompeo Magno a seguito del divorzio del condottiero da Mucia Terzia, che di Quinto era la sorellastra. La rottura produsse conseguenze notevoli, che raggiunsero lacme proprio durante il consolato del nostro Metello. Nel 60, infatti, Pompeo chiese di far passare una legge che concedeva della terra ai suoi veterani e che convalidasse tutti gli atti da lui emanati durante la sua campagna in Asia. Quinto si impegn con tutte le forze perch la legge non venisse approvata e a quel punto gli eventi presero una piega davvero incredibile. Uno dei tribuni della plebe, al soldo di Pompeo, di nome Lucio Flavio, arriv a farlo arrestare e il console, per tutta risposta, convoc il Senato dalla sua prigione. Il tribuno si piazz davanti allentrata della prigione per impedire laccesso ai senatori e il console, di conseguenza, decise di far abbattere una delle pareti del carcere per far entrare i padri coscritti da un altro lato. La guerra fu senza esclusione di colpi, ma alla fine Quinto lebbe vinta e Pompeo dovette rinunciare alla sua legge275.
Quinto  famoso anche per la sua dissoluta consorte, Clodia Metella, sorella del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro276. Clodia  pi che nota, grazie alla penna di Cicerone, per la sua dissolutezza, ma forse fu anche lassassina del marito, o almeno  quanto tenta di insinuare loratore. Secondo la teoria di Cicerone, Quinto sarebbe stato avvelenato, ma in realt  pi probabile che sia morto per un banale incidente domestico e che la moglie, di dieci anni circa pi giovane di lui, abbia solo beneficiato della sua provvidenziale dipartita.
La figlia di Quinto, Cecilia, pare che abbia preso pi da sua madre che da suo padre. Sposata nel 53 a.C. con Publio Cornelio Lentulo Spintere, console nel 57 a.C., fu poi ripudiata dal marito che aveva scoperto una relazione adulterina tra la moglie e Publio Cornelio Dolabella, il genero di Cicerone. Allepoca Cecilia aveva anche un altro amante, un poeta di nome Ticida che le scriveva odi chiamandola con il nomignolo Perilla. Dopo il divorzio la donna pass sotto la patria potestas dei parenti del padre ormai morto che, essendo lei senza dote, ne fecero un uso politico. Cecilia fin per diventare lamante di diversi cesariani, nel tentativo di ridare prestigio alla sua familia ormai chiaramente in declino.
Gli ultimi Metelli
Nei fasti consolari di epoca cesariana il numero di consoli appartenenti alla gens Cecilia e nello specifico alla familia dei Metelli va scemando. Ne restano soltanto tre. Il primo di questi  Quinto Cecilio Metello Nepote Minore, console nel 57, figlio di Quinto Cecilio Metello Nepote e fratello di Celere. Serv Pompeo in Asia dal 67 al 64 a.C. e nel 63 divenne tribuno della plebe insieme a Catone lUticense. Fu tra coloro che attaccarono apertamente Cicerone arrivando, in veste di tribuno, a impedirgli di arringare la folla nel giorno del suo giuramento finale, a conclusione del suo consolato277. Il motivo della contesa era la scelta di Cicerone di giustiziare dei cittadini romani senza concedere loro di appellarsi al popolo come da prassi278. Il tribunato di Quinto fu molto turbolento, e non solo per gli scontri con il celebre oratore; sostenuto da Cesare, il nostro Metello tent di far approvare una legge che permetteva a Pompeo di venire nellUrbe e affrontare i catilinari, ma Catone, suo collega nel tribunato, pose il veto, costringendolo a subire lespulsione dalla citt279. Quinto raggiunse Pompeo in Asia e torn solo quando questultimo rientr a Roma. Nel frattempo, pare che Cesare in persona avesse tentato di difendere Metello e se stesso dagli attacchi del Senato: stando a Svetonio, infatti, pubblic unorazione pro Quinto Metello, di cui per non  rimasta traccia280.
Una volta a Roma con Pompeo, Quinto riusc nel 60 a.C. a diventare pretore e nel 57 console:
Lentulo e Metello costituirono uneccellente coppia di consoli: ebbene, per la loro somiglianza con due attori il pubblico ebbe limpressione di vederli sulla scena. Il primo perci trasse lappellativo di Spintere da un attore di parti secondarie, laltro, se non avesse meritato quello di Nepote per via dei suoi costumi, avrebbe ricevuto il nomignolo di Panfilo, attore di ruoli di terzo livello, cui si diceva fosse somigliantissimo281.
Nellanno del consolato, dopo essersi riappacificato con Cicerone e averlo aiutato a tornare dallesilio, Quinto decise di sostenerlo nella lotta contro suo cugino, nonch cognato del fratello Celere, Publio Clodio Pulcro, il cui populismo e idee erano avversi allaristocrazia che la familia dei Metelli aveva difeso strenuamente per secoli; cos, nonostante il legame di parentela, Clodio divenne un nemico.
Nel 56 a.C. il nostro fu proconsole in Spagna e durante linverno si rec presso i quartieri invernali di Cesare a Lucca, insieme ad altri politici di spicco, per richiedere un prolungamento del suo mandato. Nel corso del 55 torn a Roma dove mor poco dopo. Abbiamo qualche informazione relativa al suo testamento che ci appare davvero spiazzante. Considerando che i membri della familia Metella erano sempre stati molto uniti e che alcuni di loro, privi di figli, avevano preferito adottare dei nipoti per mantenere i loro beni in famiglia,  alquanto strana la scelta operata da Quinto, il quale, pur trovandosi in Roma numerosi e ragguardevolissimi cittadini del suo casato, pur essendo in fiore anche la famiglia dei Claudi a lui legati da strettissimi vincoli di sangue, lasci unico erede Carrinate; n alcuno, ci malgrado, impugn il testamento282. Lerede di cui si parla potrebbe essere il console suffetto del 43 a.C., Gaio Carrinate, ma purtroppo non possiamo esserne certi.
Nei fasti consolari al 52 a.C. troviamo in qualit di console Quinto Cecilio Metello Pio Scipione. Figlio naturale di Publio Cornelio Scipione Nasica, pretore nel 93 a.C., e di una nipote dei Cecili Metelli, costui fu adottato da Quinto Cecilio Metello Pio, console nel 60 a.C.283 Secondo Plutarco284, Quinto sarebbe stato fidanzato con una Emilia Lepida che per rifiut di sposare, per poi cambiare nuovamente idea e riprenderla con s come moglie.
Questo Quinto viene citato dalle fonti in relazione a uno dei momenti clou della congiura di Catilina, ovvero quando Marco Licinio Crasso, il futuro triumviro, fece avere a Cicerone delle lettere false che compromettevano il cospiratore. La consegna del materiale incriminante avvenne nottetempo a casa del console e, oltre a Crasso, della delegazione faceva parte anche Quinto285; tribuno della plebe nel 59 a.C., edile nel 57, pretore nel 55 e infine console nel 52. Lelezione al consolato avvenne in unatmosfera rovente: Quinto, infatti, si era candidato insieme ad altri due seguaci di Pompeo, Plauzio Ipseo e Tito Annio Milone, e tutti e tre furono accusati di brogli elettorali. Allepoca, oltretutto, Roma era devastata dai continui scontri tra le bande armate dei diversi gruppi politici, in particolar modo tra quelle di Milone e Clodio, che finirono per escludersi a vicenda dalla competizione elettorale: il primo infatti uccise il secondo proprio allepoca delle elezioni.
Quinto, da parte sua, riusc a ottenere il consolato usando una delle armi pi efficaci dei Cecili Metelli, vale a dire il matrimonio politico. Poco prima dellelezione, il nostro Cecilio diede sua figlia, Cornelia Metella, in sposa a Pompeo e insieme al genero assunse il titolo di console. Nulla di diverso, del resto, dal sistema cui era ricorso Cesare anni prima, dando la propria figlia Giulia in sposa a Pompeo per vincolarlo a s.
Il legame con Pompeo aiut Metello Scipione anche a evitare il processo per corruzione, intentato a lui e a Milone per i presunti brogli elettorali di cui sopra. Se la cav grazie proprio allintervento del genero:
Con quanta insolenza si comport Gneo Pompeo! Uscito dal bagno, lasci giacere a terra Ipseo, accusato di broglio elettorale, nobile uomo e suo amico, che gli si era supplichevolmente prostrato, oltraggiandolo con parole offensive: gli rispose, infatti, che non faceva altro che ritardargli il momento del convito, eppure, conscio di questo detto, pot tuttavia pranzare tranquillamente. Egli stesso non arross nemmeno di chiedere in dono ai giudici, in mezzo alla rovina estrema di illustri accusati, lassoluzione di suo suocero Publio Scipione, colpevole della violazione delle leggi da lui stesso istituite, calpestando la sicurezza della Repubblica per le lusinghe del letto maritale286.
Allinizio della guerra civile tra Cesare e Pompeo, Metello Scipione, in quanto suocero del secondo, non poteva avere dubbi su quale parte scegliere. Durante le trattative che precedettero il passaggio del Rubicone, fu colui che in Senato propose di mandare a Cesare un messaggio con un ultimatum: se entro una data stabilita non avesse deposto le armi, sarebbe stato dichiarato nemico pubblico287. Il De bello civili mette in evidenza che Metello Scipione era spinto pi dallinteresse che non dalla fedelt nei confronti del genero: Scipione  spinto dalla medesima speranza di avere una provincia e degli eserciti, che egli credeva di poter dividere con Pompeo a causa della loro parentela, e insieme dalla paura di un processo, dalla sua vanit e dalla adulazione dei potenti, i quali avevano uninfluenza grandissima negli affari pubblici e nei giudizi288.
Nel 49 a.C., una volta iniziato il conflitto, a Metello Scipione tocc in sorte la provincia della Siria. Una volta raggiunto lOriente, il nostro si diede molto da fare per racimolare denaro e truppe, ma ebbe diversi problemi soprattutto con i soldati, che si rifiutavano di combattere contro altri romani. Per ottenere il loro appoggio dovette far loro consistenti elargizioni e l dove possibile gli lasciava la possibilit di razziare alcune citt289.
Con le sue legioni Metello Scipione si trov a combattere a Farsalo dove gli ottimati, di cui lui faceva parte, furono sconfitti. Costretto a darsi alla fuga, raggiunse Catone in Africa dove assunse il comando supremo delle forze anticesariane. Farsalo, tuttavia, non fu lunica battaglia della guerra civile che lo vide protagonista; un ruolo ben pi importante ricopr a Tapso, dove tent senza esito di circondare e bloccare Cesare, finendo di nuovo sconfitto. Tent nuovamente la fuga verso la Spagna ma fu raggiunto dalle navi nemiche e cos, per evitare di cadere nelle mani del nemico si suicid:
Scipione Metello, diretto in Spagna con la flotta, dopo linutile resistenza dellesercito di suo genero Gneo Pompeo in Africa, quando si accorse che la nave su cui viaggiava era stata catturata dal nemico, si trafisse il petto con la spada e poi, giacendo sulla poppa, ai cesariani che gli chiedevano dove fosse il comandante rispose: Il comandante sta bene, ed ebbe la forza di dire tanto quanto bastava a dimostrare per sempre la sua forza danimo290.
Secondo i pi Metello Scipione si sarebbe comportato dignitosamente solo nel momento della morte, mentre in molte altre occasioni sarebbe stato un personaggio assai discutibile. Ma almeno un altro merito gli va riconosciuto: la fedelt. A differenza di molti che abbandonarono gli ottimati approfittando della clementia Caesaris, il nostro segu sempre la causa di cui, da buon Cecilio Metello, era sempre stato sostenitore.
Lultimo dei Metelli, come lo si potrebbe definire,  Quinto Cecilio Metello Cretico Silano, console nel 7 d.C. Al momento dellascesa al consolato di questo personaggio, la familia dei Metelli era ormai praticamente scomparsa dalla scena politica. Come abbiamo detto, a provocare il tracollo fu lassenza di discendenti e la morte dei pochi esistenti nellambito del conflitto civile tra Cesare e Pompeo, che vide soccombere gli ottimati. Lo stesso Silano, daltra parte,  la prova lampante di questo tracollo: non era il figlio biologico del pretore Quinto Cecilio Metello Cretico, bens di Marco Giunio Silano, il quale lo diede in adozione a Cretico. Di Silano sappiamo ben poco, senonch dopo il consolato fu governatore della Siria dal 13 al 18 d.C. circa, quando fu sostituito da Gneo Calpurnio Pisone, poi accusato dellomicidio di Germanico: Tiberio, intanto, aveva rimosso dalla Siria Cretico Silano, legato a Germanico da parentela, perch la figlia di Silano era fidanzata al maggiore dei figli di lui, Nerone, e vi aveva preposto Gneo Pisone, di natura violenta e spregiatrice di ogni ossequio291. Da allora non si sa pi nulla di Silano.
Un membro della gens Cecilia di cui si  scoperta lesistenza solo nel 1875  Lucio Cecilio Giocondo, un banchiere di Pompei. Alla fine dellOttocento, infatti,  venuta alla luce la sua casa nella quale sono state rinvenute delle cassette di legno contenenti pi di centocinquanta tavolette cerate, dittici e trittici, su cui sono scritti veri e propri contratti. Questo gruppo di tavolette, quasi tutte databili tra il 52 e il 62 d.C., costituisce uno degli elementi fondamentali per lo studio del diritto romano del i secolo d.C.
Oltre a Giocondo, banchiere, abbiamo anche altri Cecili che svolsero mestieri molto meno prestigiosi rispetto ai loro cugini Metelli, ma che vale comunque la pena ricordare. Ad esempio il giurista Sesto Cecilio, menzionato anche nel Digesto e attivo nel ii secolo d.C. Oppure, il commediografo Cecilio Stazio, vissuto tra il iii e il ii secolo a.C. Costui era originario della Gallia Transpadana e per la precisione, stando al Chronicon di Girolamo, di Mediolanum, citt dei galli insubri. Secondo Aulo Gellio292, Stazio sarebbe stato uno schiavo catturato durante uno degli scontri tra romani e galli insubri; in seguito, considerando il gentilizio Cecilio, deve essere stato acquistato da uno dei membri della gens Cecilia che lo rese poi un liberto.
Le varie teorie sulle sue origini si basano sul fatto che il cognomen Stazio  molto usato nella valle del Po e che esso viene a volte associato a degli schiavi.  probabile quindi che sia le origini celtiche che quelle servili siano state inventate quando ormai si era persa ogni informazione storica in merito a questo personaggio. D.O. Robson293, dopo aver analizzato le epigrafi latine contenenti il nome Stazio,  giunto alla conclusione che molto probabilmente il commediografo doveva avere origini sannite e non celtiche.
Le commedie realizzate da Stazio sono le cosiddette palliate, ovvero quelle di ambientazione greca trattate anche da Plauto. Stando ai quaranta titoli che si conservano delle sue opere, dovette essere uno scrittore molto prolifico. Fu anche amico di Ennio nonch membro del collegium poetarum di Roma.
Donne di famiglia
In generale, quando trattano delle donne, le fonti latine tendono a menzionarle unicamente come madri e mogli di; sono rari i casi in cui delle matrone si distinguono per qualcosa che le riguarda personalmente. Nella gens dei Cecili abbondano le madri e le mogli di personaggi famosi: abbiamo ad esempio Cecilia Metella Calva, figlia di Lucio Cecilio Metello Calvo, console nel 142 a.C., che fu madre del famosissimo comandante Lucio Licinio Lucullo, noto non solo per i suoi pranzi, dai quali  nato il termine luculliano, ma anche e soprattutto per la guerra intrapresa contro Mitridate vi del Ponto. Poi c Cecilia Metella Balearica, figlia di Quinto Cecilio Metello Balearico, console nel 123 a.C., e che secondo alcuni studiosi sarebbe la madre del famoso tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro.
Sicuramente la donna pi nota e importante, in particolare della familia dei Metelli,  Cecilia Metella Dalmatica, figlia di Lucio Cecilio Metello Dalmatico, console nel 119 a.C., e moglie di due dei pi grandi uomini del i secolo a.C., Marco Emilio Scauro e Lucio Cornelio Silla.
Quando era ancora molto giovane, Dalmatica spos Marco Emilio Scauro, console nel 115 a.C. e princeps senatus. Il suo fu un matrimonio politico nello stile dei Metelli, con lo scopo di rinsaldare il legame con un vecchio e potente alleato quale era Scauro. A dispetto della enorme differenza di et tra i due sposi, Dalmatica diede al suo primo marito due figli: il maschio prese il nome del padre, Marco Emilio Scauro, la femmina si chiamava Emilia Scaura, e anche lei fu usata per rafforzare unalleanza; il suo patrigno Silla, secondo marito di Dalmatica, la diede infatti in sposa a Gneo Pompeo Magno.
Il secondo matrimonio di Dalmatica con luomo pi potente di Roma a quel tempo, Lucio Cornelio Silla, fu pi fortunato. A quanto pare il dittatore am molto la sua compagna tanto che molti storici evidenziano come il suo comportamento nei confronti della quarta294 moglie fosse molto diverso rispetto a quello adottato in precedenza con le altre donne della sua vita. Addirittura Plutarco arriva a sostenere che Silla devast Atene solo perch gli abitanti della citt erano stati offensivi nei confronti della moglie295.
Dalmatica fu costretta a fuggire da Roma quando gli uomini di Mario, approfittando dellassenza di Silla che era in Oriente per combattere contro Mitridate vi del Ponto, entrarono in citt. Incontr il marito in Grecia e con lui fece rientro nellUrbe solo nell81. Gli diede due figli, due gemelli che il dittatore volle chiamare Fausto Cornelio e Fausta Cornelia. Mor nell80 a.C. in seguito a una misteriosa malattia. Quando si ammal i sacerdoti proibirono a Silla di toccarla per evitare che il male contratto dalla donna si estendesse a lui e alla sua casa; il dittatore fu pertanto costretto a divorziare dalla moglie e ad allontanarla dalla sua casa poco prima che morisse. Molto probabilmente si fece condizionare dalla superstizione e dalle credenze del tempo, ma le rimase sinceramente affezionato: dopo la sua morte, infatti, senza tener conto della legge contro il lusso da lui stesso istituita, le organizz un funerale sontuoso296.
Una falsa Cecilia, potremmo dire,  Cecilia Pomponia Attica, figlia di Tito Pomponio Attico e moglie di Marco Vipsanio Agrippa. Attico era stato adottato da un Cecilio per testamento e, come abbiamo detto297, ladozione per testamento comportava solo la trasmissione dei beni e non lingresso delladottato nella gens delladottante: non a caso, per la figlia di Attico il sostantivo Cecilia viene usato come praenomen e non come gentilizio, e ha valore solo commemorativo.
Con un salto temporale andiamo al iii secolo d.C. dove abbiamo il piacere di trovare unultima Cecilia, Cecilia Paolina, moglie dellimperatore Massimino il Trace, di cui per non sappiamo molto poich le fonti che hanno parlato di lei sono andate perdute. Si sa che doveva essere una donna molto pacata, in antitesi con il marito, noto tra le altre cose per il carattere irascibile.
Le donne della gens Cecilia, infine, possono vantare dalla loro addirittura una divinit, o meglio una figura al limite tra la realt e il mito, che  quella di Gaia Cecilia. Plutarco298, descrivendo la formula matrimoniale romana Ubi tu Gaius, ego Gaia, ritiene probabile che essa sia nata proprio pensando a Gaia Cecilia, nuora di Tarquinio, donna molto virtuosa alla quale fu anche dedicata una statua. Col tempo, la tradizione aveva fatto diventare Gaia Cecilia il simbolo della moglie e della padrona di casa perfetta; in pratica, della matrona romana per eccellenza.

213 Festo, De verborum significatu, p. 38 l.
214 Virgilio, Eneide, vii, 680.
215 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 11.
216 Polibio, Storie, ii, 19.
217 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha xii.
218 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, vii, 139-140.
2191 Polibio, Storie, i, 40.
2201 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha xix.
2211 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 13, 2.
222 Ivi, i, 1, 2 e Tacito, Annales, iii, 71.
223 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha xix e Plinio il Vecchio, Naturalis historia, vii, 141.
224 A volte si crea confusione perch Livio in un passo chiama questo personaggio Lucio e in un altro Marco, ma facendo riferimento in entrambi i casi agli eventi di Canne, si deve trattare sicuramente dello stesso personaggio.
225 Livio, Ab Urbe condita libri, xxii, 53 e Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, v, 6, 7.
226 Livio, Ab Urbe condita libri, xxiv, 18 e Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 9, 8.
227 Livio, Ab Urbe condita libri, xxix, 11.
228 Ivi, xxviii, 10.
229 Vedi nella Gens Cornelia la biografia di Scipione lAfricano.
230 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 2, 3.
231 Livio, Ab Urbe condita libri, xxxix, 24 e 33.
232 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, vii, 142.
233 In realt furono sei se si contano anche le due femmine.
234 Velleio Patercolo, Historiae romanae, i, 11; vedi anche Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 1, 1.
235 Livio, Ab Urbe condita libri, xliv, 45.
236 Velleio Patercolo, Historiae romanae, i, 11.
237 Polibio, Storie, xxxviii, 10 e Livio, Ab Urbe condita libri, periocha lii.
238 M.J. Boyd, The porticoes of Metellus and Octavia and their two temples, in Papers of the British School at Rome, 21 (1953), pp. 152-159.
239 Vitruvio, De Architectura, iii, 2, 5.
240 Velleio Patercolo, Historiae romanae, i, 11.
241 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 5, 4.
242 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha liii.
243 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 5; vedi anche Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 7, 10 che presenta questo evento come prova della dura disciplina cui Quinto sottoponeva i suoi uomini.
244 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, v, 1, 5.
245 Ivi, ix, 3, 7 e viii, 5, 1.
246 Ivi, iii, 7, 5.
247 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, vii, 143.
248 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 1, 12.
249 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 8.
250 Cicerone, De oratore, ii, 267.
251 Ivi, iii, 68.
252 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 10, 1.
253 Sallustio, Bellum Iugurthinum, xliv; vedi anche Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 7, 2.
254 M. Holroyd, The Jugurthine war: was Marius or Metellus the real victor?, in The Journal of Roman Studies, 18 (1928), p. 6.
255 Plutarco, Mario, x, 1.
256 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 11.
257 F. Fontanella, Metello Numidico: una tradizione ostile, in Atene e Roma, 37 (1992), pp. 177-188.
258 Appiano, Guerra numidica, frammento 2.
259 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 7, 2.
260 Plutarco, Mario, xxix, 8 e seg.; Livio, Ab Urbe condita libri, periocha lxix; Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iii, 8, 4.
261 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 1, 13.
262 Cicerone, De natura deorum, iii, 81.
263 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 15. Vedi anche Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, v, 2, 7.
264 Sallustio, Bellum Iugurthinum, lxiv, 4.
265 Plutarco, Mario, xlii, 3-4.
266 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 1, 5.
267 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 34.
268 Plutarco, Pompeo, xxix; Cassio Dione, Storia romana, xxxvi, 18-19 e 45; Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 34.
269 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 48, 6.
270 T.P. Wiseman, Celer and Nepos, in The Classical Quarterly, 21 (1971), pp. 180-182.
271 Vedi lalbero genealogico della Gens Cecilia.
272 Per seguire bene tutto il ragionamento vedi la genealogia della Gens Cecilia.
273 Cassio Dione, Storia romana, xxxvi, 54.
274 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 7, 7.
275 Cassio Dione, Storia romana, xxxvii, 49.
276 Per Clodio e Clodia vedi la Gens Claudia.
277 Plutarco, Cicerone, xxiii, 1; Cassio Dione, Storia romana, xxxvii, 38.
278 Cassio Dione, Storia romana, xxxvii, 42.
279 Svetonio, Caesar, xvi; Cassio Dione, Storia romana, xxxvii, 43.
280 Svetonio, Caesar, lv.
281 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 14, 4.
282 Ivi, vii, 8, 3.
283 Cassio Dione, Storia romana, xl, 51, 3.
284 Plutarco, Catone Uticense, vii, 1.
285 Id., Cicerone, xv, 1 e Crasso, xiii, 4.
286 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 5, 3; Plutarco, Pompeo, lv, 5.
287 Plutarco, Cesare, xxx, 3.
288 Cesare, De bello civili, i, 4.
289 Ivi, iii, 31-33.
290 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iii, 2, 13.
291 Tacito, Annales, ii, 43.
292 Aulo Gellio, Noctes atticae, iv, 20, 12-13.
293 D.O. Robson, The nationality of the poet Caecilius Statius, in The American Journal of Philology, 59 (1938), pp. 301-308.
294 O terza, infatti alcuni credono che la prima e la seconda, cio Ilia ed Elia, siano la stessa persona.
295 Plutarco, Silla, vi, 12.
296 Ivi, xxxv.
297 Vedi Introduzione.
298 Plutarco, Quaestiones romanae, xxx.
...
.
...

Gens Claudia

Prosopografia
v secolo a.C.
11. appio claudio sabino inregillense console nel 495 a.C. Padre dei nn. 2 e 3;
12. appio claudio sabino inregillense console nel 471 a.C. Figlio del n. 1 e fratello del n. 3;
13. gaio claudio sabino inregillense console nel 460 a.C. Figlio del n. 1 e fratello del n. 2;
14. appio claudio crasso inregillense console nel 451 e poi decemviro legibus scribundis dal 451 al 450 a.C. Figlio del n. 2 o molto pi probabilmente da identificarsi con lo stesso n. 2;
15. appio claudio crasso tribuno consolare nel 424 a.C. Figlio del n. 4;
16. appio claudio crasso inregillense tribuno consolare nel 403 a.C. Figlio del n. 5;
17. appio claudio crasso inregillense dittatore nel 362 e console nel 349 a.C. Nipote del n. 4.
iv secolo a.C.
18. gaio claudio inregillense dittatore nel 337 a.C. Figlio del n. 6 o 7;
19. gaio claudio oratore magister equitum nel 337 a.C.;
10. marco claudio marcello console nel 331 e dittatore nel 327 a.C. Padre del n. 12.
iii secolo a.C.
11. appio claudio cieco console nel 307 e nel 296 a.C. e dittatore nel 292 e nel 285 a.C. Figlio del n. 8 e fratello del n. 15;
12. marco claudio marcello console nel 287 a.C. Figlio del n. 10;
13. gaio claudio canina console nel 285 e nel 273 a.C.;
14. appio claudio rufo console nel 268 a.C. Figlio del n. 11 e fratello dei nn. 16 e 17;
15. appio claudio caudice console nel 264 a.C. Figlio del n. 8 e fratello del n. 11;
16. publio claudio pulcro console nel 249 a.C. Figlio del n. 11 e fratello dei nn. 14 e 17;
17. gaio claudio centone console nel 240 a.C. Figlio del n. 11 e fratello dei nn. 14 e 16;
18. marco claudio marcello console nel 222, 215, 214, 210 e 208 a.C. Nipote del n. 12;
19. appio claudio pulcro console nel 212 a.C. Figlio del n. 16 e padre dei nn. 23, 24 e 26;
20. gaio claudio nerone console nel 207 a.C. Bisnipote del n. 11;
21. tiberio claudio nerone console nel 202 a.C.
ii secolo a.C.
22. marco claudio marcello console nel 196 a.C. Figlio del n. 18;
23. appio claudio pulcro console nel 185 a.C. Figlio del n. 19, fratello dei nn. 24 e 26, e padre del n. 29;
24. publio claudio pulcro console nel 184 a.C. Figlio del n. 19 e fratello dei nn. 23 e 26;
25. marco claudio marcello console nel 183 a.C.;
26. gaio claudio pulcro console nel 177 a.C. Figlio del n. 19, fratello dei nn. 23 e 24 e padre del n. 28;
27. marco claudio marcello console nel 166, 155 e 152 a.C.;
28. appio claudio pulcro console nel 143 a.C. Figlio del n. 26 e padre dei nn. 30 e 31;
29. appio claudio console nel 130 a.C. Figlio del n. 23.
i secolo a.C.
30. gaio claudio pulcro console nel 92 a.C. Figlio del n. 28 e fratello del n. 31;
31. appio claudio pulcro console nel 79 a.C. Figlio del n. 28; fratello del n. 30 e padre del n. 32;
32. appio claudio pulcro console nel 54 a.C. Figlio del n. 31;
33. marco claudio marcello console nel 51 a.C. Fratello del n. 35;
34. gaio claudio marcello minore console nel 50 a.C. Cognato di Augusto;
35. gaio claudio marcello maggiore console nel 49 a.C. Fratello del n. 33;
36. appio claudio pulcro console nel 38 a.C. Figlio del n. 54, poi adottato dallo zio Gaio Claudio Pulcro;
37. marco claudio marcello esernino console nel 22 a.C.;
38. tiberio claudio nerone, futuro imperatore Tiberio, console nel 13 e nel 7 a.C. Fratello del n. 39;
39. nerone claudio druso console nel 9 a.C. Fratello del n. 38.
i secolo d.C.
40. tiberio claudio augusto nerone germanico (imperatore Claudio) console per la prima volta sotto Caligola e poi nel 42, 43, 47 e 51 d.C.;
41. nerone claudio cesare augusto germanico (imperatore Nerone) console nel 55, 57, 58 e 60 d.C.
ii secolo d.C.
42. tiberio claudio sacerdote console suffetto nel 100 d.C.;
43. tiberio claudio attico erode299 console nel 104 d.C. Padre del n. 45;
44. gaio claudio severo console suffetto nel 112 d.C.;
45. tiberio claudio attico erode console nel 143 d.C. Figlio del n. 43;
46. gneo claudio severo arabiano console nel 146 d.C.;
47. lucio claudio modesto console suffetto nel 152 d.C.;
48. tiberio claudio pompeiano console nel 173 d.C.300;
49. gneo claudio severo console nel 173 d.C.301 Padre del n. 50;
50. tiberio claudio marco appio atilio bradua regillo attico console nel 185 d.C.
iii secolo d.C.
51. tiberio claudio severo procolo console nel 200 d.C. Figlio del n. 49 e padre del n. 55;
52. tiberio claudio pompeiano console nel 209 d.C. Figlio del n. 48 e padre del n. 54;
53. appio claudio giuliano console per la seconda volta nel 224 d.C.;
54. claudio pompeiano console nel 231 d.C. Figlio del n. 52;
55. gneo claudio severo console nel 235 d.C. Figlio del n. 49;
56. tiberio claudio quinziano console nel 235 d.C.;
57. claudio giuliano console suffetto nel 238 d.C.;
58. tito claudio marco aurelio aristobulo console nel 285 d.C.
iv secolo d.C.
59. marco claudio marcello302 console nel 331 d.C.;
60. flavio claudio mamertino console nel 362 d.C.;
61. flavio claudio antonio console nel 382 d.C.

299 Non risulta nel Degrassi.
300 Nel Degrassi risulta al suo secondo consolato.
301 Nel Degrassi risulta al suo secondo consolato.
302 Non risulta nel Degrassi.
Dalla Sabina con onore
Pur non avendo origini romane vere e proprie, la gens Claudia  una delle pi antiche e prestigiose di Roma.  caratterizzata da un ramo patrizio e da uno plebeo e si distinse sulla scena politica dellUrbe dal v secolo a.C. fino al iv d.C., fornendo a Roma moltissimi consoli e diversi imperatori. Difficile quindi trovarne una pi rilevante e longeva.
Nel trattare della vita dellimperatore Tiberio, Svetonio fa un breve excursus sulla gens Claudia fornendoci informazioni molto importanti:
La gens patrizia dei Claudi, perch ce ne fu anche una plebea che non cedeva per nulla n in potenza n in prestigio,  originaria di Regillo, citt dei sabini. Emigr a Roma, poco dopo la sua fondazione, con un gran seguito di clienti, per invito di Tito Tazio, collega di Romolo, o, come sembra pi attendibile, cinque anni dopo la cacciata dei re, per consiglio di Atta Clauso (Claudio), capo della gente. Accolta tra i patrizi, ebbe inoltre dalla Repubblica terre al di l dellAniene, per i suoi clienti, e un luogo per le sue sepolture ai piedi del Campidoglio. Da allora in poi ottenne, nel corso del tempo, ventotto consolati, cinque dittature, sette censure, sei trionfi e due ovazioni. Si divise in varie famiglie, assumendo parecchi nomi e cognomi [] tra gli altri cognomi assunse anche quello di Nerone, che in lingua sabina vuol dire forte e valoroso303.
Da questo passo si deduce anche che il sepolcro della gens si trovava ai piedi del Campidoglio e sappiamo anche che la tipologia di sepoltura scelta era quella dellincinerazione. Di questa gens sappiamo anche che era dedita al culto di Saturno, che secondo la tradizione doveva essere svolto alla maniera greca, cio a capo scoperto304.
Lorigine sabina dei Claudi e la loro provenienza da Regillo sembra essere confermata anche dai cognomina e dai signa portati dai primi membri della gens: Sabinus, Inregillensis e Regillensis. Come specificato da Svetonio, la gens poteva vantare molte familiae che si contesero la scena politica nel corso del tempo: i primi furono appunto i Sabini e i Crasso, sostituiti poi a partire dal iv secolo a.C. dai Marcelli. Questi ultimi dominarono la scena politica nel iii secolo a.C. per poi dividerla con i Pulcri a partire dal ii secolo. A parte questi tre rami, che con quello dei Neroni furono i pi importanti, troviamo anche cognomina che dimostrano lesistenza di altre familiae come ad esempio quella dei Centoni. Marcelli a parte, tutte le familiae finora menzionate appartengono al ramo patrizio della gens, mentre nel ramo plebeo rientrano i Canini, i Centumali e gli Aselli.
Si  molto discusso in merito alluso della forma Clodio in luogo di Claudio. In genere si ritiene che il gentilizio Clodio sia ricordato solo in relazione a quattro personaggi vissuti nella tarda Repubblica e cio il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro e le sue tre sorelle, chiamate appunto Clodia. La cosa strana  che gli altri due fratelli maschi del tribuno continuano a usare la forma classica del gentilizio, vale a dire Claudio. In realt anche il tribuno e le sue sorelle, in diverse occasioni, vengono menzionati con i nomi Claudio e Claudia, per cui bisogna supporre che a un certo punto sia subentrato un qualche elemento di cambiamento che ha spinto i suddetti personaggi a modificare il loro cognomen. W. Allen305 sostiene che questo cambiamento sarebbe avvenuto intorno al 61 a.C.; quindi coinciderebbe con la scelta di Publio di candidarsi al tribunato della plebe e alla sua volont di diventare plebeo. Ma Clodio non  la versione plebea di Claudio; come abbiamo visto, le familiae plebee si distinguono per altri cognomina;  pertanto possibile che, a differenza dei due fratelli che mantennero il gentilizio Claudio, il tribuno abbia scelto di usare la forma volgare Clodio per indicare la sua vicinanza politica alla plebe. In realt esiste un altro personaggio che viene ricordato dalle fonti con questo gentilizio, vale a dire Gaio Clodio Glabro306 che visse precedentemente al 61 a.C. e quindi smentirebbe questa teoria. Glabro era pretore nel 73 a.C. e proprio in virt di questa sua carica fu scelto per andare a combattere Spartaco e i suoi, ma fu sconfitto dal trace presso il Vesuvio. Di Glabro non sappiamo abbastanza da poter definire la sua ideologia politica, per cui non sappiamo come inserirlo nellambito della suddetta tesi relativa al gentilizio Clodio, ma sicuramente stona.
Dal momento in cui la modifica del cognomen venne effettuata per la prima volta, si venne a creare uno specie di ramo parallelo a quello dei Claudi, per cui troviamo molti personaggi che portano il gentilizio Clodio.
Il princeps gentis che condusse i Claudi in territorio romano e che permise loro di entrare a far parte del patriziato fu Atta Clauso, gi menzionato da Svetonio. Plutarco307 ci racconta la storia di questo personaggio pi nel dettaglio. Lo storico racconta che era un uomo molto potente e illustre presso i suoi, che aveva acquisito potere grazie alle sue capacit oratorie e che fu costretto a rifugiarsi a Roma con il suo stuolo di parenti e clienti (circa cinquemila famiglie) a causa dellinvidia dei suoi concittadini. Clauso, infatti, aveva tentato di dirimere le controversie che allepoca regnavano tra romani e sabini e cos fu accusato di essere filoromano e costretto a lasciare la sua citt.
Gente con la puzza sotto il naso
Una volta giunto presso lUrbe, al clan di Clauso fu concessa della terra da coltivare nel territorio di Fidene, mentre a Clauso fu garantito laccesso al patriziato; il suo nome mut pertanto da Atta Clauso in Appio Claudio, cui fu aggiunto un cognomen e un signum, vale a dire Sabino Inregillense, a ricordo della terra dorigine. Tutto ci sarebbe avvenuto intorno al 504 a.C., poco dopo la nascita della Repubblica romana. Atta Clauso sarebbe quindi quellAppio Claudio Sabino Inregillense che divenne console nel 495 a.C., lanno della morte di Tarquinio il Superbo.
Mentre Claudio era console, Roma si trov ad affrontare due questioni molto spinose, una di politica interna e unaltra di politica estera. I patrizi e i plebei erano in forte contrasto e lagitazione nellUrbe assai alta. I patrizi erano gli unici a poter accedere alle magistrature cittadine e questo ai plebei non andava per niente bene. Oltretutto molte persone, per andare in guerra e difendere lUrbe, erano costrette ad abbandonare i loro campi che, rimasti incolti per molto tempo, non producevano pi niente lasciando i proprietari privi di un introito e pieni di debiti. Allepoca, coloro che contraevano dei debiti e non avevano la possibilit di pagarli erano costretti a vendersi come schiavi, e quindi alla povert si aggiungeva lo spettro della perdita della libert. Se a questa situazione aggiungiamo la pressione esercitata dai volsci sui romani possiamo avere un quadro alquanto chiaro delle condizioni politiche disastrose nel 495 a.C.
Il primo problema da risolvere era quello proveniente dallesterno, ovvero i volsci. Il collega di Claudio, Publio Servilio Prisco Strutto, riusc a blandire la plebe promettendo privilegi in cambio dellarruolamento:
Appio, che aveva un carattere irruento, era dellavviso che la questione si dovesse risolvere con la sola potest consolare: con un paio di arresti gli altri si sarebbero calmati; Servilio, incline pi ai mezzi blandi, riteneva non solo pi sicuro, ma anche pi facile piegare che non abbattere gli animi esasperati. In quel frattempo unaltra pi grave minaccia sopravvenne [] i volsci muovevano con un esercito allattacco dellUrbe308.
In molti accettarono di combattere come aveva chiesto Servilio e Roma riusc a prevalere; tuttavia, una volta concluso il conflitto Claudio, aristocratico ultraconservatore, imped al collega di concedere alla plebe i privilegi promessi provocando un acceso scontro. Claudio propose anche di scegliere un dittatore, che avrebbe potuto tenere meglio sotto controllo la plebe: contro di esso, infatti, non vi era diritto dappello; ma fu proprio lui a essere eletto. Gli eventi precipitarono fino ad arrivare alla famosa prima secessione sullAventino, provocata da una nuova aggressione di volsci, equi e sabini, che presupponeva una nuova chiamata alle armi. La questione si concluse grazie allintervento di un senatore dalla dialettica ormai proverbiale, Agrippa Menenio Lanato, e allapprovazione della lex sacrata, la legge che port alla nascita del tribunato della plebe: Che la plebe avesse dei propri magistrati inviolabili ai quali spettasse il diritto dintervento contro i consoli, e che a nessuno dei patrizi fosse concesso di assumere questa magistratura. Furono cos creati due tribuni della plebe, Gaio Licinio e Lucio Albino309.
Vediamo Claudio intervenire nuovamente contro la plebe allepoca del processo contro Gneo Marcio Coriolano nel 491. Come Claudio, Coriolano era un aristocratico rigido e ostile alla plebe, e sperava perfino di riportare la situazione dei plebei a quella antecedente la nascita del tribunato della plebe. Quando i plebei chiesero una legge che riducesse i costi del grano Coriolano si oppose e cos i tribuni lo citarono in giudizio. Secondo Livio fu lo stesso Coriolano a non volersi sottoporre al giudizio dei plebei e ad andarsene presso i volsci, ma secondo Plutarco, invece, fu proprio il nostro Claudio a definire indecente che un patrizio fosse giudicato da gente inferiore per rango e a chiedere che il processo non si svolgesse.
Claudio ebbe un particolare primato nellUrbe che ben si addice al suo carattere. Fu il primo, infatti, a esporre in un luogo pubblico le immagini dei suoi antenati, come a volere dimostrare pubblicamente cosa lo differenziava dalla comune plebe. Lesposizione avvenne presso il tempio di Bellona, secondo quanto dice Plinio310.
Claudio ebbe due figli, ambedue consoli, Appio Claudio Sabino Inregillense e Gaio Claudio Sabino Inregillense. Appio Claudio Sabino Inregillense fu degno figlio di suo padre. Ultraconservatore, tent di presentarsi per il consolato una prima volta nel 482 a.C., ma i tribuni della plebe glielo impedirono e dovette attendere ben undici anni per ottenere la magistratura. Nel 471 a.C. divenne finalmente console e ottenne un primato, esattamente come suo padre, ma di gran lunga pi macabro. In quellanno si svolgeva lennesima campagna contro i volsci e lesercito romano non aveva brillato per audacia; anzi, durante una battaglia i soldati si erano dati a una fuga vergognosa. Claudio si invent una nuova punizione la cui durezza rimarr proverbiale: la decimazione.
Chiamato a rapporto lesercito, non a torto inve contro di esso, accusandolo di aver tradito la disciplina militare e di aver disertato le insegne, chiedendo a ciascuno dove fossero le insegne, dove fossero le armi, e fece fustigare e poi decapitare i soldati che erano stati disarmati, i signiferi che avevano perduto le insegne, e inoltre i centurioni e i decuplicari che avevano abbandonato le file; il resto dellesercito fu sottoposto alla decimazione311.
Stando a quanto dice Valerio Massimo, peraltro, lesercito si sarebbe ritirato addirittura di proposito per non permettere al comandante di ottenere il tanto agognato trionfo312.
Da console, Claudio si oppose strenuamente alla lex Publilia Voleronis che avrebbe permesso ai comizi tributi di eleggere i tribuni della plebe, togliendo quindi ogni possibilit di manovra ai patrizi, che dai comizi tributi erano esclusi: Bench presentata in modo da apparire a prima vista del tutto innocente, non era una legge di poco conto, ma tale da togliere ai patrizi ogni possibilit di creare tribuni313. Pare che laltro console avesse dovuto far portare Claudio via di peso dal foro dai due ex consoli per evitare che lo scontro verbale tra lui e la plebe si trasformasse in una rissa. Alla fine, comunque, i plebei la spuntarono.
Claudio si oppose anche a unaltra legge fondamentale per la plebe, quella agraria di Spurio Cassio Vecellio, che prevedeva una ridistribuzione delle terre pubbliche romane tra tutti i cittadini e i loro alleati. Per la sua opposizione fu citato in giudizio dai tribuni della plebe: Una sola volta egli parl in propria difesa, col tono accusatorio con cui era solito trattare ogni questione, e con la sua fermezza impression a tal punto i tribuni e la plebe, che essi stessi, di loro spontanea volont, rinviarono la causa, e lasciarono poi che andasse per le lunghe314. In realt il processo non fu pi ripreso perch Claudio mor a causa di una malattia o forse suicida.
Ed ecco comparire sulla scena politica il secondogenito del capostipite della gens Claudia, Gaio Claudio Sabino Inregillense. Anche il suo consolato fu movimentato come quello del fratello, ma in questo caso a ribellarsi non furono i plebei ma gli schiavi. Costoro, capeggiati da un altro sabino di nome Appio Erdonio, avevano occupato di notte il Campidoglio e i consoli, soprattutto il collega di Claudio, Publio Valerio Publicola, dovettero faticare molto per riportare lordine nellUrbe; Publicola ci rimise perfino la vita.
Per quanto, come tutti i membri della sua famiglia, fosse un sostenitore dellaristocrazia, questo Claudio non condivise mai il modo di fare di suo nipote, Appio Claudio Crasso Inregillense, il decemviro315 e lo critic in diverse occasioni per il suo operato. Fu a tal punto contrario alle sue idee che prefer ritirarsi a Regillo anzich stare a Roma mentre il nipote agiva indisturbato durante il decemvirato. Torn solo quando questi fu accusato di aver abusato di Virginia  vicenda che vedremo tra poco , per difendere, pi che il nipote, il buon nome della gens:
Gaio Claudio, che, aborrendo dalle scelleratezze dei decemviri e riprovando soprattutto la superbia del nipote, si era ritirato a Regillo, sua antica patria, tornato a Roma, bench assai innanzi negli anni, per tentar di stornare il pericolo da colui del quale aveva disdegnato i vizi, in veste dimessa, accompagnato dai parenti e dai clienti, andava fermando nel foro i singoli cittadini e li scongiurava di risparmiare alla gente Claudia quel marchio indelebile, di non volerli far apparire meritevoli di carcere e di catene316.
Il fatto che Gaio fosse contrario al comportamento del nipote non toglie che fosse un aristocratico convinto e quindi attivo, come il padre e il fratello, nella lotta allacquisizione di nuovi diritti da parte della plebe. Si oppose strenuamente anche alla famosa lex Canuleia (445 a.C.), che aboliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei; arriv al punto di convincere i patrizi ad aggredire i tribuni della plebe pur essendo questi protetti dalla sacralit.
Con i personaggi che risalgono ai primi anni della storia della Repubblica romana si trovano molte difficolt a trovare informazioni veritiere, sia perch in genere storia e leggenda spesso si fondono, ma anche perch la gran parte delle fonti che trattano di questo periodo storico sono molto pi tarde e quindi analizzano i fatti in unottica troppo diversa. Uno dei primi problemi che riscontriamo riguarda proprio Appio Claudio Crasso Inregillense, il decemviro che, insieme ai suoi colleghi, dot Roma di leggi scritte. Tradizionalmente, infatti, lo si considera figlio del Claudio che fu console nel 471 a.C, ma abbiamo casi, come ad esempio la Pauly-Wissowa, in cui i due personaggi si fondono in uno; vale a dire che il console del 471 e il decemviro del 451 risultano essere per alcuni la stessa persona.
Questa teoria si basa sui fasti consolari che per il 451 a.C. riportano la seguente dicitura: Ap. Claudius Ap. f M. n Crassin. Regill. Sabinus ii. Se ne dovrebbe dedurre pertanto che nel 451 il nostro Claudio era console per la seconda volta;  quindi molto pi probabile che il Claudio morto di malattia o suicida fosse il fondatore della gens e che il figlio di questi fosse divenuto console prima nel 471 e poi nel 451, per diventare successivamente decemviro; anche perch del console del 471 non sappiamo niente dopo questa data (a parte la presunta morte per malattia), mentre per il console del 451 non sappiamo niente prima di quella data. Tutto questo sulla base di unaltra considerazione: la lex Cassia agraria, allapplicazione della quale si era opposto il Claudio console nel 471 (almeno stando a Livio) era stata approvata nel 486/5 a.C. Per quanto potesse essere stata applicata con scarsa solerzia, quindici anni se non di pi ci sembrano davvero troppi. Livio potrebbe aver fatto confusione tra le varie figure storiche e aver di conseguenza provocato questo groviglio.
Quindi, partendo dal presupposto che vi furono due Appio Claudio e non tre, riprendiamo da dove avevamo lasciato il secondo, e cio dalla fine del suo consolato nel 471 a.C.
Roma era devastata dalle lotte interne tra patrizi e plebei e cera dunque la necessit di stilare delle leggi scritte che tutelassero i diritti di ambedue le parti. Si decise cos di istituire un decemvirato (decemviri legibus scribundis consulari imperio) che dirimesse la spinosa questione mentre tutte le altre magistrature sarebbero state temporaneamente sospese. Nonostante gli sforzi dei plebei il decemvirato fu per composto da soli patrizi. Questo dato ha spinto diversi studiosi che si sono occupati di gentes a credere che le famose leggi delle xii tavole, il frutto del lavoro dei decemviri, avessero lo scopo di regolamentare alcuni aspetti dellordinamento gentilizio e non quello di fungere da legislazione per tutti i romani. , infatti, strano che, dopo tutte le lotte sostenute fino ad allora, la plebe avesse alla fine accettato di lasciare il proprio destino nelle mani di una commissione di soli patrizi.
Comunque ecco chi furono i prescelti per lanno 451 a.C.: Furono creati decemviri Appio Claudio, Tito Genucio, Publio Sestio, Lucio Veturio, Gaio Giulio, Aulo Manlio, Publio Sulpicio, Publio Curiazio, Tito Romilio e Spurio Postumio. A Claudio e Genucio, poich erano stati designati consoli per quellanno, questa carica fu data in luogo dellaltra317.
Mentre degli ambasciatori andavano ad Atene per informarsi su come redigere una legislazione, i decemviri gestivano il potere a Roma: La direzione di tutta la magistratura era, col favore della plebe, nelle mani di Appio; ed egli aveva talmente mutato il proprio carattere che, da violento e crudele persecutore della plebe, era diventato dun tratto amico del popolo, di cui ricercava bramosamente ogni favore.
Il primo anno di decemvirato, secondo Livio, fu a dir poco paradisiaco: i decemviri amministravano la giustizia talmente bene che la plebe non cercava pi laiuto dei tribuni; stilavano le leggi chiedendo il consenso del popolo ed emendando quelle che non erano piaciute, ed erano talmente amati che si decise di prorogare per un altro anno la magistratura. Poi allimprovviso, proprio mentre si preparavano le elezioni dei nuovi decemviri, lambizione divamp tra i patrizi e tutti si diedero da fare per ottenere un posto tra i magnifici dieci. Lunico a essere rieletto grazie ai suoi maneggi fu proprio Claudio che da quel momento fin di portare una maschera che non gli si addiceva318 e torn a essere il dispotico conservatore di sempre.
Se prima i dodici littori seguivano solo il decemviro in carica per la giornata, ora ciascun decemviro aveva dodici littori, il che significava centoventi guardie armate in giro per la citt: un vero e proprio clima di terrore. Si era tornati improvvisamente alla tirannide, non con un solo monarca bens con dieci. In un crescendo di dispotismo Claudio si macchi di un reato molto simile a quello compiuto dal figlio di Tarquinio il Superbo nei confronti della bella Lucrezia: innamoratosi di una plebea, figlia di un tale Lucio Virginio e promessa sposa di un ex tribuno della plebe, Lucio Icilio, Claudio tenta di corromperla per ottenere i suoi favori ma, non riuscendovi, decide di passare alle maniere forti. Convince un suo cliente a dichiarare che la ragazza era una sua schiava per poi acquistarla approfittando della momentanea assenza del padre di lei. Icilio tent di fermare quel sopruso e ottenne un giorno di deroga per far arrivare a Roma il padre della ragazza. Claudio, intanto, aveva provveduto a mandare un messaggio al comandante presso cui serviva Virginio per fermarlo, ma il messaggio arriv tardi.
Nonostante larrivo di Virginio, Claudio insistette nel dichiarare Virginia una schiava e al minimo cenno di dissenso fece intervenire i suoi uomini armati. Nel parapiglia, per evitare che la ragazza finisse nelle mani di Claudio, Virginio la uccise salvando cos il suo onore: Poich, infatti, il decemviro Appio Claudio, confidando nelle forze del suo potere, attentava assai insistentemente alla verginit di sua figlia, laccompagn nel foro e la uccise, preferendo essere luccisore di una fanciulla pudica che il padre di una donna deflorata319. Ne nacque una vera e propria battaglia che si plac solo quando si venne a sapere della fuga di Claudio, il quale ormai non era pi appoggiato neanche dai suoi colleghi. Lex decemviro fu citato in giudizio da Virginio e dopo aver tentato di tutto per salvarsi, resosi conto che non sarebbe uscito nulla di buono dal processo, si uccise320. Secondo Dionigi di Alicarnasso321, invece, Claudio sarebbe morto in carcere per volere dei tribuni della plebe.
Tocca adesso a un altro personaggio controverso, Appio Claudio Crasso Inregillense. La Pauly-Wissowa identifica con questo nome un individuo che sarebbe stato tribuno militare nel 403, dittatore nel 362 e console nel 349 a.C. il che sembra abbastanza improbabile. La lex Villia annalis, che regolamentava il cursus honorum romano, sarebbe stata approvata solo nel 180 a.C., e quindi fino ad allora non cera il limite minimo di quarantatr anni per accedere al consolato; tuttavia, possiamo supporre che ad alcune cariche si giungesse solo dopo una certa et; un uomo di circa trentanni (volendo ipotizzare questo come limite minimo) in veste di tribuno consolare  plausibile, ma poi immaginarlo a settantanni passati in veste di dittatore, senza aver ricoperto altre cariche nel frattempo, appare incongruo; ritrovarselo poi a ottantaquattro anni suonati console  pressoch impossibile.
Siamo pertanto di fronte a due personaggi diversi, molto probabilmente due cugini: uno figlio primogenito di Appio Claudio Crasso, tribuno consolare nel 424 a.C., e laltro figlio secondogenito, dato che non porta il prenome del padre, di Publio Claudio Crasso, un altro dei figli del Claudio decemviro.
Il Claudio che fu eletto dittatore nel 362 a.C. per combattere gli ernici e che li sconfisse, fu un classico membro della sua gens. Come tutti gli altri che abbiamo avuto il piacere di conoscere finora, costui difese strenuamente i diritti del patriziato senza ottenere per grandi risultati. Quello tra la nascita della Repubblica romana e il 300 a.C. fu un periodo di cambiamenti, in cui la plebe fece valere i propri diritti. Le leggi contro cui si era opposto il futuro dittatore erano le Licinie-Sestie, quelle che tra laltro prevedevano che uno dei due consoli eletti fosse sempre plebeo. Uno smacco non indifferente al patriziato.
Lo ritroviamo quindi console nel 349 a.C., quando fervono i preparativi per la guerra contro i galli, che per non pot mai condurre: mor infatti subito dopo lelezione.
Un cieco con la vista lunga
Uno dei personaggi pi noti della gens Claudia e della storia romana in generale  sicuramente Appio Claudio Cieco, luomo che diede nuova linfa alla censura, tanto da renderla una delle magistrature pi prestigiose. Nella zona di Arezzo  stata rinvenuta unepigrafe che sintetizza la carriera del nostro personaggio che poi andremo ad analizzare nel dettaglio: Appius Claudius/ C(ai) f(ilius) Caeus/ censor co(n)s(ul)bis dic(tator) interrex iii/ pr(aetor) ii aed(ilis) cur(ulis) ii q(uaestor) tr(ibunus) mil(itum) iii com/plura oppida de Samnitibus cepit/ Sabinorum et Tuscorum exerci/tum fudit pacem fierit cum [P]yrrho/ rege prohibuit in censura viam/ Appiam stravit et aquam in/ urbem adduxit eadem Bellonae fecit322.
Appio Claudio Cieco fu censore nel 312 a.C. pur non essendo ancora mai stato console, il che non deve meravigliarci, dato che in questa fase della storia romana il cursus honorum non era ancora rigidamente codificato. Lattivit svolta da Claudio durante la sua censura fu notevole e contraddittoria come del resto tutta la sua politica, tanto che ancora oggi molti studiosi si dividono nel tentativo di comprenderla, attribuendogli alcuni la definizione di ultimo baluardo patrizio e altri quello di demagogo:
Quellanno si ebbe anche linsigne censura di Appio Claudio e Gaio Plauzio; tuttavia presso i posteri ha avuto pi fortuna il nome di Appio, perch egli costru una strada e port lacqua allUrbe; e tali opere le condusse a compimento da solo, perch il collega, sopraffatto dalla vergogna per una scelta dei senatori scandalosa e disonorevole, aveva rinunziato alla carica, mentre Appio, dando prova di quellostinazione che fin dagli antichi tempi era innata nella sua famiglia, continu a tenere da solo la censura323.
La strada di cui si parla in questo passo  ovviamente la via Appia che univa Roma a Brindisi passando per Capua. A questa si aggiunge lacquedotto Appio, il primo acquedotto destinato al rifornimento idrico della citt di Roma. Prima della realizzazione di questopera mastodontica, i romani si limitavano a sfruttare le acque del Tevere per le loro necessit.
Claudio sarebbe diventato cieco proprio in conseguenza di una decisione presa durante la sua censura. Secondo la tradizione, infatti, riportata sia da Livio che da Valerio Massimo, il nostro aveva trasformato il culto di Ercole da gentilizio, cio gestito da una gens, nel caso specifico dalla gens Potitia, a pubblico, dandolo in gestione a degli schiavi pubblici, e per questo avrebbe subito lira del dio, che lo avrebbe punito con la perdita della vista324.
Tutto ci Claudio non lo fece nei classici diciotto mesi che allepoca gi caratterizzavano la censura, bens allincirca in quattro anni. Dopo i primi diciotto mesi, infatti, rimase censore unico e non depose la carica, o almeno non lo fece finch non fu giunto il 308 a.C., anno in cui si candid al consolato. Il prolungamento della censura provoc molte polemiche, e il popolo fece sentire la propria opinione per mezzo dellallora tribuno della plebe Publio Sempronio. Questi richiamava continuamente la lex Aemilia de censura minuenda, voluta nel 434 a.C. dal dittatore Marco Emilio Mamercino, che riduceva la durata della censura da cinque anni a diciotto mesi. Sempronio arriv a ordinare larresto del censore ed effettivamente la gran parte dei suoi colleghi gli diede manforte, ma tre tribuni posero il veto, e Claudio pot continuare a gestire la carica indisturbato.
Sempre durante la censura Claudio avrebbe ingrossato le file del Senato con i figli di liberti, provocando ovviamente il malcontento generale nella classe senatoria e reazioni estreme come la deposizione degli anelli doro da parte dei padri coscritti. Tuttavia, in questa circostanza Claudio non riusc a imporre la propria volont e cos decise di distribuire la gente di bassa condizione in tutte le trib325. Alcuni hanno voluto vedere in lui un innovatore proprio per questultimo atto, perch il censore avrebbe permesso anche liscrizione dei possessori di beni mobili nelle trib mentre prima solo i proprietari terrieri vi potevano accedere. In realt le fonti non sembrano avvalorare questa tesi. Il cambiamento reale sarebbe consistito nel permettere a tutti di iscriversi in una qualsiasi trib senza sottostare pi al criterio del domicilio.
Sarebbe stato il censore del 304 a.C., Quinto Fabio Massimo, a riportare le cose a uno stato pi simile al precedente riunendo tutte queste persone di bassa condizione in sole quattro trib dette urbane. Quanto stabilito da Claudio a proposito dei figli dei liberti fu praticamente annullato dai consoli del 311 a.C. i quali, anzich usare le nuove liste senatorie redatte da Claudio, usarono quelle dei censori precedenti.
Nel 307 a.C. Appio Claudio divenne console per la prima volta ed ebbe come collega Lucio Volumnio Flamma Violente, suo nemico: Trovo in alcuni annali che Appio avrebbe posto la propria candidatura al consolato mentre era censore, e che la sua elezione sarebbe stata impedita dal tribuno della plebe Lucio Furio finch egli non rinunzi alla censura. Eletto console, mentre al suo collega veniva assegnata una nuova guerra, quella contro i salentini, egli rimase a Roma326.
Nel 300 a.C. fu tra gli oppositori della lex Ogulnia, che avrebbe permesso ai plebei laccesso anche alle cariche religiose. Alcuni hanno voluto considerare falsa questa informazione, ritenendola frutto di una politica avversa alla gens Claudia che ne faceva continuamente il baluardo principale del patriziato. Effettivamente questo intervento di Claudio sembra in contraddizione con i suoi precedenti politici ed  proprio per questo che  stato ed  tuttora difficile comprendere la linea politica di questo personaggio. Dobbiamo ipotizzare o che alcune informazioni su di lui siano false, oppure che Claudio abbia semplicemente fatto mostra di opportunismo politico per mantenere il proprio potere, galleggiando da una fazione politica allaltra e assicurandosi cos la sopravvivenza. In realt c unaltra alternativa, la pi plausibile: le azioni di Claudio potrebbero essere state finalizzate ad ampliare la clientela della gens Claudia che, dopo unottima partenza seguita alla nascita della Repubblica, aveva subito una breve battuta darresto fino alla comparsa sulla scena politica proprio del nostro censore.
Nel 299 a.C. Appio Claudio fu eletto interrex per svolgere i comizi ed eleggere i nuovi consoli. Nel 296 a.C. divenne nuovamente console e anche in quella circostanza ebbe come collega Volumnio: questultimo fu mandato a combattere nel Sannio mentre a Claudio tocc lEtruria. Claudio ebbe delle difficolt e cos a un certo punto fu raggiunto dal suo odiato collega. Ne nacque uno scontro, con Volumnio che sosteneva di essere intervenuto perch chiamato a mezzo lettera dal suo collega, mentre Appio Claudio proclamava di non aver mai scritto alcuna missiva. Comunque stessero le cose, alla fine Claudio fu costretto ad accettare laiuto dellaltro console. Allepoca si svolgeva quella che fu poi definita terza guerra sannitica e i sanniti, nel tentativo di sconfiggere i romani, si erano alleati con galli, umbri ed etruschi per creare un fronte comune.
La coalizione diede del filo da torcere ai romani, ma con la battaglia di Sentino questi ultimi riportarono una clamorosa vittoria. Nellanno del consolato, Appio Claudio dedic un tempio alla dea Bellona a Roma, per la precisione nei pressi della zona dove successivamente sorse il teatro di Marcello, allesterno della cinta muraria della citt.
Nel 295 a.C. il nostro divenne pretore, a ulteriore riprova che il cursus honorum a quel tempo non aveva ancora una sequenza determinata. Fu eletto in absentia, perch non fece mai ritorno a Roma e rimase a combattere, in qualit di pretore, prima in Etruria, poi nel Sannio e nella Campania. Insieme a Volumnio, riport unimportante vittoria contro i sanniti presso la citt di Calazia.
Durante la terza guerra sannitica, Appio Claudio avrebbe ricoperto anche la dittatura per ben due volte, nel 292 e nel 285 a.C., mentre lultimo dato che conosciamo relativo alla sua carriera risale al 279 a.C., poco dopo la fine della guerra sannitica. Lo ritroviamo, infatti, in Senato, accompagnato dai figli, a convincere i padri coscritti a non accettare le condizioni di pace imposte dal re dellEpiro, Pirro. Ecco come lo ricorda Valerio Massimo:
Di Appio, invece, misurerei la vita sulla base della sua disgraziata cecit  visse cieco per moltissimi anni , se egli non avesse, pur gravato da questa sventura, retto con estremo coraggio quattro figli, cinque figlie, numerosissimi clienti e infine la Repubblica. Anzi, ormai stanco dagli anni, si fece trasportare su una lettiga nella Curia per impedire che si facesse una vergognosa pace con Pirro327.
Il fratello di Appio Claudio Cieco, Appio Claudio Caudice, prese parte alla battaglia che diede inizio alla prima guerra punica. Le fonti affermano chiaramente che Caudice era fratello di Appio Claudio Cieco328 anche se  evidente unanomalia: ambedue portano il prenome Appio.  quindi ipotizzabile, anche se non abbiamo prove certe, che uno dei due fosse stato adottato da un altro membro della gens, oppure che le fonti abbiano fatto confusione, cosa niente affatto rara in presenza di personaggi tanto antichi.
Caudice fu console nel 264 a.C., e durante il suo mandato Il primo spettacolo di gladiatori fu dato in Roma nel Foro Boario, essendo consoli Appio Claudio e Quinto Fulvio: lo organizzarono i figli di Bruto Pera, Marco e Decimo, per onorare la memoria del loro padre con uno spettacolo funebre329.
E proprio in qualit di console, Caudice prese parte allo scontro desordio della prima guerra punica, la cosiddetta battaglia di Messina. Quando i mamertini chiesero aiuto a Roma per liberarsi degli oppressori cartaginesi, infatti, il Senato invi sullo Stretto proprio lui. Intanto per i mamertini erano riusciti a cacciare lo stratega cartaginese dalla citt, ma a quel punto era subentrato lesercito siracusano del tiranno Gerone. Quando arriv, Caudice tent inutilmente di fare da intermediario tra i contendenti per ottenere una tregua, poi attacc lesercito siracusano mettendolo in fuga. A questo punto Caudice si rivolse contro i cartaginesi, cui inflisse una nuova sconfitta, dedicandosi infine allassedio di Siracusa.
Appio Claudio Cieco ebbe quattro figli maschi e cinque femmine, e tra costoro va ricordato sicuramente il secondogenito, Publio Claudio Pulcro, console nel 249 a.C. il quale, come lo zio, fu tra i protagonisti della prima guerra punica ma con risultati poco edificanti. A dispetto degli auspici contrari, infatti, Publio decise di condurre il proprio esercito in soccorso alla flotta romana che si trovava a Lilibeo330. Giunto presso Trapani, attacc i cartaginesi pensando di sfruttare il fattore sorpresa ma:
Publio, il console dei romani, vedendo che, contrariamente a quanto si aspettava, i nemici non cedevano ma, invece di essere smarriti per lattacco improvviso, si preparavano alla battaglia navale, mentre alcune delle sue navi gi si trovavano nel porto, altre alla sua imboccatura, ed altre ancora si avvicinavano per entrarvi, ordin che tutte si volgessero e tornassero indietro. Ma le navi che erano gi nel porto, girandosi improvvisamente, andarono a cozzare contro quelle che stavano per entrare e ne segu non solo grave scompiglio fra gli uomini, ma anche la rottura, nellurto, delle pale dei remi331.
A quel punto, i cartaginesi si ritrovarono la vittoria servita su un piatto dargento.
Quando Publio rientr in patria, gli fu chiesto di eleggere un dittatore affinch svolgesse i comizi e lui propose un tale Glicia, figlio di un liberto. Molto probabilmente la scelta fu provocatoria, ma allo stesso tempo inutile perch fu dichiarata nulla. Inoltre, a causa della sconfitta subita a Trapani, Publio fu anche citato in giudizio: Lo accusarono di aver agito con temerariet e imprudenza e aver fatto tutto quanto era in lui per recare a Roma un ben grave disastro332; fu salvato solo grazie a un violento scroscio dacqua che costrinse i giudici a interrompere il procedimento e per qualche strano motivo a non riprenderlo mai pi333. Ad ogni modo, Publio non sopravvisse molto dopo il suo consolato: sappiamo che era gi morto prima del 246 a.C.
Valerio Massimo racconta inoltre un particolare episodio relativo a una delle figlie di Appio Claudio Cieco:
Si aggiunga a questo il caso di Claudia, che, innocente della colpa di cui era accusata, si fece condannare per aver espresso un empio desiderio: tornando a casa dallo spettacolo dei giochi, vedendosi malmenata dalla ressa, si era augurata che suo fratello, responsabile primo della perdita delle nostre forze navali, potesse tornare in vita e, rieletto pi volte console, collaborasse alla riduzione demografica di Roma con infauste battaglie334.
Decisamente originale, come idea.
Eroi delle guerre puniche
Anche la gens Claudia pu vantare in epoca repubblicana un condottiero di rilievo, contemporaneo di Scipione lAfricano: Marco Claudio Marcello, il quale proprio come lAfricano fu amato e odiato, elogiato e contestato.
Si sa poco dei primi anni di vita di Marcello, senonch fu subito indirizzato verso la carriera militare, con scarsa attenzione alle altre materie. Secondo Plutarco, il cognomen Marcello significherebbe marziale e Marco sarebbe stato il primo a portarlo, ma in realt gi il suo bisnonno viene ricordato con questo appellativo. Sapendo che egli giunse al suo quinto consolato in et avanzata si pu supporre che fosse nato prima del 268 a.C.; pertanto, la sua carriera politica cominci relativamente tardi rispetto a quella militare. Superati i quaranta divenne edile curule nel 226 a.C. e nello stesso anno anche augure. Proprio mentre ricopriva questa carica fu costretto a sostenere un processo molto imbarazzante, per un romano del tempo: suo figlio Marco era stato oggetto di proposte indecenti da parte di un tale Gaio Scatinio Capitolino:
Marco Claudio Marcello, edile curule, cit davanti al popolo il tribuno della plebe Gaio Scatinio Capitolino per averne adescato il figlio allo stupro, e quando quello dichiar di non poter essere costretto a presentarsi, data linviolabilit della sua carica, e chiese per questo lappoggio dei colleghi, il collegio tutto dei tribuni dichiar che non faceva opposizione a che si svolgesse il processo per offesa al pudore335.
Plutarco sostiene invece che Marcello si fosse rivolto al Senato per ottenere giustizia e che Scatinio fosse un edile proprio come laccusatore, e non un tribuno. Come fa notare F. Cavaggioni336, il nome dellimputato  lo stesso della legge relativa ai reati di stuprum, cio la lex Scatinia, ed  quindi possibile che essa sia stata voluta da un membro della sua gens per riabilitare la famiglia oppure, caso alquanto raro, che la legge avesse preso il nome dal primo condannato e non dal magistrato proponente. Ad ogni modo, sembra che sia stato il primo processo pubblico per questo genere di reato, che in precedenza si risolveva in privato tra le parti in causa. Molto probabilmente la scelta di passare al pubblico fu dovuta non solo alla classe sociale di appartenenza e alla minore et del ragazzo sedotto, ma anche al fatto che il seduttore era un magistrato e quindi aveva abusato della sua posizione e del suo potere. Alla fine il processo volse a favore di Marcello e Scatinio fu punito con una multa.
Nel 222 a.C. Marcello fu eletto per la prima volta console e si ritrov a fronteggiare i galli che ormai gi da tempo infastidivano Roma. Stando a Plutarco, i barbari erano propensi a concordare una pace con il Senato romano ma Marcello fece di tutto per continuare la guerra; allora i galli si unirono agli insubri e tentarono di occupare Acerra, una citt a nord del Po. I romani, a quel punto, non solo riuscirono a prendere Acerra, ma inseguirono i galli presso la loro fortezza di Mediolanum e la conquistarono, riportando una notevole vittoria337.
Polibio attribuisce il merito delle operazioni quasi interamente al collega di Marcello, Gneo Cornelio Scipione, ma in realt risulta che lunico a ottenere il trionfo e addirittura le spolia opima fu Marcello338. Un onore, questultimo, che si otteneva uccidendo in singolar tenzone un capo nemico: a quanto pare, Marcello uccise il re dei galli, Virdumaro, durante la battaglia di Clastidium, ed ebbe quindi diritto di rivendicare le sue armi: Marco Marcello era tanto coraggioso che assal presso il Po con pochi cavalieri il re dei galli attorniato da un ingente esercito e, uccisolo, ne spogli il cadavere delle armi, che offr a Giove Feretrio339.
Plutarco sottolinea che la specialit di Marcello era proprio il corpo a corpo con il nemico. Egli fu il terzo ed ultimo a ottenere le spolia opima dopo Romolo e Aulo Cornelio Cosso; anche perch col tempo le tecniche di combattimento cambiarono e le occasioni per due capi di fronteggiarsi in singolar tenzone si ridussero sempre di pi. In seguito a questa vittoria Marcello tent di far approvare la costruzione di un tempio dedicato alla Virt e allOnore, ma i pontefici sostennero che ci era impossibile: le due divinit dovevano avere due celle separate perch si capisse bene a chi attribuire il merito di determinati prodigi; cos Marcello pot costruire solo un tempio dedicato alla Virt accanto a uno, preesistente, dedicato allOnore. Il tempio fu ultimato dopo la sua morte e dedicato dal figlio.
Nel 216 a.C. fu eletto pretore in absentia. Si trovava, infatti, a Ostia per preparare una flotta con la quale avrebbe dovuto raggiungere la Sicilia. Marcello fu uno degli eroi romani della seconda guerra punica, anche se molto spesso viene messo in ombra dallingombrante figura di Scipione lAfricano e fu chiamato in causa solo dopo la sconfitta di Canne. Una volta divenuto pretore, dovette recarsi presso Nola per liberarla dai cartaginesi. In realt la citt era divisa in due: il senato cittadino caldeggiava la presenza romana, la popolazione era contraria e quindi andava tenuta sotto controllo. Secondo Livio340, nella citt si sarebbe trovato un giovane, tale Lucio Banzio, il quale aveva partecipato alla battaglia di Canne ed era sopravvissuto per puro miracolo. Annibale, accortosi che il ragazzo era ancora vivo, lo aveva tratto in salvo e si era guadagnato cos un alleato fidatissimo. Dato che Banzio era ancora a Nola quando giunse Marcello, questultimo tent di portarlo dalla sua parte per evitare che spingesse il popolo a ribellarsi e cos lo lusing con complimenti e premi tanto che Banzio pass dalla sua parte e gli fu da allora sempre fedele341.
Ma Marcello non fu sempre cos benevolo. Durante lassedio di Annibale alla citt di Acerra, in Campania, chiuse subito le porte e dispose le guardie perch nessuno uscisse; istru nel foro un processo contro coloro che di nascosto avevano avuto colloqui con il nemico; fece decapitare pi di settanta condannati per alto tradimento; comand che i loro beni divenissero propriet del popolo romano ed affid il governo al senato342. Lunica sconfitta concreta di questa fase fu la perdita di Casilinum, lattuale Capua.
Nel 215 a.C. Marcello ottenne la carica di proconsole per continuare le operazioni in Campania ma poi, in seguito alla morte del console giovane, Lucio Postumio Albino, avvenuta in Gallia Cisalpina, fu scelto come console suffetto. Questo suo secondo consolato per ebbe breve durata perch gli auguri, avendo udito un tuono durante lelezione, avevano decretato come nefasta la scelta del nuovo console, pertanto Marcello dovette rassegnare le dimissioni.  molto probabile che levento divino fosse stato interpretato a quel modo perch il Senato non gradiva avere due consoli plebei. Ad ogni modo, come proconsole Marcello continu a combattere contro Annibale in Campania e riusc anche a sconfiggerlo provocando diverse diserzioni nel suo esercito.
Nel 214 a.C. fu la volta del suo terzo consolato e della partenza per la Sicilia, che avvenne dopo lennesimo tentativo fallito di Annibale di riprendere Nola. In Sicilia erano scoppiati dei tumulti, a causa delle lotte di successione seguite alla morte del tiranno di Siracusa, Gerone. Marcello si trov cos a fare i conti con uno dei pi grandi geni della storia antica, Archimede, che con le sue macchine permise ai siracusani, in inferiorit numerica, di tenere testa ai romani:
Archimede, avendo preparato macchine per lanciare dardi a ogni distanza, mirando agli assalitori con le baliste e le catapulte che colpivano pi lontano e sicuro, fer molti soldati e diffuse grave scompiglio e disordine in tutto lesercito [] Infine scoraggi completamente i romani, impedendo loro ogni iniziativa di accostamento finch Marco, trovandosi in difficolt, fu costretto a tentare di avvicinarsi alla citt nascostamente di notte343.
Il piano non funzion e Marcello lasci una parte del suo esercito a cingere dassedio la citt mentre lui marciava su altre citt occupate dai cartaginesi.
Verso la fine del 212 a.C. Marcello torn presso Siracusa e finalmente riusc a trovare una falla nel muro di cinta, che gli permise di entrare e occupare due settori della citt. Poi alle porte di Siracusa giunse un altro nemico, la peste, che fece strage di soldati in ambedue gli eserciti. Ma and peggio ai cartaginesi, che persero uno dei loro capi, Ippocrate; subito Marcello, approfittando del cambio di guardia, della fuga di Epicide, fratello di Ippocrate, e dellaiuto del capo dei mercenari iberici presenti entro le mura, Merico, riusc a prendere gli ultimi due baluardi della citt, cio la zona di Acradina e di Ortigia344.
I romani si diedero al saccheggio e nel tumulto generale un soldato fin per uccidere anche il grande Archimede:
Marcello, poich ebbe espugnata Siracusa, pur rendendosi conto che la sua vittoria era stata molto e a lungo ostacolata dai suoi ordigni difensivi, affascinato tuttavia dalleccezionale genio di Archimede, dispose pubblicamente che se ne risparmiasse la vita, riponendo quasi tanta gloria nel salvarlo, quanta nellaver conquistato Siracusa. Ma quello, mentre tutto intento, occhi e mente, disegnava a terra delle figure, quando un soldato che aveva fatto irruzione nella sua casa per predare impugnando la spada sulla sua testa gli chiese chi fosse, per il troppo desiderio di risolvere il problema allo studio, non pot dirgli il suo nome; ma proteggendo con le mani il disegno tracciato sulla polvere, ti prego non scompigliarmelo disse; e avendo dato limpressione di trascurare lordine del vincitore, ne fu decapitato s che confuse col sangue gli abbozzi delle sue formule345.
Il bottino, comprensivo delle ricchezze di Gerone, fu enorme, ma Marcello vi aggiunse anche tutte le opere darte della citt, pratica che da allora in poi divenne usuale in ogni conquista.
Quando Marcello lasci la Sicilia al suo successore, i cartaginesi erano ancora presenti sullisola e alquanto forti, soprattutto grazie al possesso di citt come Agrigento, per cui la guerra non poteva certo dirsi conclusa. Per questo motivo nacquero molte polemiche in Senato al ritorno del vincitore, e la maggioranza decise di non tributargli il trionfo, ma solo unovazione346. In realt il condottiero festeggi una specie di trionfo privato presso il Monte Albano, e lovazione, che si tenne a Roma, fu di una portata tale da oscurare anche un trionfo.
Nel 210 a.C. Marcello fu eletto console per la quarta volta, ma fu proprio durante questo mandato che, come per altri grandi comandanti, fu investito da una serie di accuse relative alla gestione del conflitto in Sicilia. Stando a quanto dice Valerio Massimo347, il condottiero diede prova di grande integrit; quando i siracusani, infatti, vennero a presentare delle rimostranze nei suoi confronti a Roma, non essendo presente il suo collega console, Marco Valerio Levino, evit di discutere la questione in Senato affinch non si pensasse che, approfittando dellassenza del collega, volesse alterare il processo in suo favore. Al ritorno di Levino, i siracusani presentarono le loro lamentele in Senato e Marcello si difese cos abilmente che, mentre i senatori si riunivano per decidere come risolvere la questione, i siciliani ritirarono le accuse. Siracusa fin addirittura per mettersi sotto la protezione del console, dichiarando che ogni abitante sarebbe divenuto da quel momento in poi cliente di Marcello. Fu perfino eretta una statua in suo onore nel foro e istituita una festa che ancora si svolgeva quando Verre giunse presso i siracusani, allinizio del i secolo a.C.
A questo punto si potrebbe pensare che la carriera militare di Marcello, ormai quasi sessantenne, fosse giunta al capolinea. Invece, chiuso il processo con i siracusani, si rec in Apulia per continuare a combattere contro Annibale. Gli scontri con il condottiero punico furono numerosi e spesso con esito negativo, tanto che alla fine Annibale riusc a passare nel Bruzio senza che Marcello potesse seguirlo, a causa delle perdite subite nelle sue file348. Il numero dei caduti anzi fu tale che a Roma le scelte dellallora proconsole furono messe nuovamente in discussione; il generale fu costretto a tornare nellUrbe per difendersi nuovamente:
Nel Circo Flaminio, con grande concorso del popolo e di tutti gli ordini di cittadini, si tratt del comando di Marcello. Il tribuno della plebe mosse accuse non solo contro di lui, ma contro tutta la nobilt []. Marcello confut in maniera cos energica questo discorso del tribuno ricordando le sue gesta, che non solo fu respinta la proposta di privarlo del comando, ma, il giorno dopo, da tutte le centurie con unanime consenso fu eletto console349.
Arriviamo infine al 208 a.C., anno del quinto consolato di Marcello, per renderci conto che il nostro comandante non si candid quasi mai, ma fu sempre eletto per scelta dei romani sulla base delle sue capacit. E ancora una volta marci contro Annibale, ma fu la sua ultima campagna:
Costui, infiammato dalla gloria di aver conquistato Siracusa e di aver costretto per primo Annibale a fuggire davanti alle mura di Nola, mentre era tutto teso a debellare i cartaginesi in Italia o a scacciarli, faceva un solenne sacrificio per conoscere la volont degli dei, quandecco la prima vittima cade davanti al piccolo focolare sacro e si scopr che il suo fegato era mancante del lobo destro, mentre la seconda aveva due lobi. Osservate queste anomalie, laruspice rispose turbato in volto che le viscere preannunziavano disgrazia, perch, dopo quelle del fegato troppo corte, erano apparse altre troppo grandi. Pur cos avvertito, Marco Marcello os uscire dal campo in osservazione durante la notte seguente, accompagnato da pochi soldati; ma circondato nel Bruzio da un nugolo di nemici, provoc con la sua morte gran lutto e danno a un tempo per la patria350.
Cos mor luomo che Livio aveva soprannominato La Spada di Roma.
Coetaneo di Marcello, ma appartenente al ramo patrizio della famiglia,  Appio Claudio Pulcro, console nel 212 a.C. Appio era stato edile curule nel 217 a.C. e si ritrov nel 216 tra i superstiti di Canne, ma non tra quelli che si distinsero per codardia. Al termine della battaglia, quando molti erano preda della disperazione e volevano fuggire, Appio si trov a essere scelto come capo insieme a Scipione lAfricano351 e con lui decise di comportarsi con onore.
Nel 215 a.C. fu eletto pretore e mandato in Sicilia insieme alle sue truppe, costituite dai reduci di Canne. Il suo compito sullisola era quello di rompere i legami esistenti tra il tiranno di Siracusa e i cartaginesi, ma non and a buon fine. Lanno successivo fu investito del ruolo di proconsole e rimase in Sicilia dove si trov a combattere insieme a Marco Claudio Marcello, eletto console per quellanno: I romani, giunta la notizia della fine del tiranno di Siracusa Geronimo, elessero comandante Appio Claudio e lo preposero alle forze di fanteria; Marco Claudio assunse il comando della flotta352 e fu con questo assetto che prese il via la prima fase dellassedio di Siracusa. Appio fu al fianco della spada di Roma per gran parte del conflitto con Siracusa ma poi chiese congedo al suo capitano per recarsi a Roma e candidarsi al consolato, ottenendolo per lanno 212 a.C.
Da console, Appio continu a combattere contro i cartaginesi ma non pi sul fronte siculo, bens su quello campano. Sub notevoli perdite a causa di una sortita del nemico presso Capua353, che per lo resero pi attento. Lassedio di Capua lo vide ovviamente protagonista, ma al termine del suo mandato la citt era ancora nelle mani dei cartaginesi e cos ai due ex consoli fu prolungata la carica in Campania fino alla capitolazione della citt. In soccorso dei capuani per giunse Annibale che si trovava nel Bruzio; i romani da assedianti si ritrovarono assediati ed ebbe cos inizio uno scontro cruento con le forze del comandante cartaginese. Alla fine Annibale dovette ripiegare a causa delle ingenti perdite354, ma per Appio and anche peggio: durante i combattimenti, infatti, fu colpito nella parte alta del petto da un giavellotto e la ferita si rivel mortale di l a poco. Prima di morire, Appio espresse il suo dissenso verso Marcello, che dispose il supplizio dei campani complici dei cartaginesi.
Appio ebbe tre figli maschi che ottennero tutti e tre il consolato: Appio nel 185 a.C., Publio nel 184 e Gaio nel 177.
Une dei figli di Appio Claudio Cieco, Tiberio Claudio Nerone, assunse un cognomen nuovo per la gens Claudia dando cos origine a una nuova familia che raggiunger le pi alte vette del potere: i Neroni. Di questo figlio di Appio Claudio sappiamo ben poco, e lunico dato utile viene da Svetonio: Tiberio Cesare apparteneva a questa gente [la gens Claudia] da tutti e due i lati: da parte di padre discendeva da Tiberio Nerone; da parte di madre da Appio Pulcro, entrambi figli di Appio Cieco355.
Il primo membro di questa nuova familia che troviamo menzionato nei fasti consolari  un nipote di Tiberio Claudio Nerone, Gaio Claudio Nerone, console nel 207 a.C., figlio di un altro Tiberio Claudio Nerone. La prima volta che lo vediamo comparire in scena  nel 214 a.C. al servizio di Marco Claudio Marcello presso Nola. Marcello, resosi conto che Annibale stava muovendo verso la citt campana, decise di tendergli un agguato e cos nel silenzio della notte mand fuori dalla porta pi lontana dal nemico Gaio Claudio Nerone con il nerbo della cavalleria e gli ordin di aggirare da tergo i cartaginesi, di seguire di nascosto cautamente la schiera, sorprendendoli alle spalle quando avesse visto le coorti entrare in battaglia356. Qualcosa tuttavia and storto e Gaio non riusc a eseguire lordine. Livio ipotizza che si fosse perso o che non ebbe il tempo di intervenire; in ogni caso, quando torn allaccampamento al tramonto se la cav con un sonoro rimprovero da parte di Marcello, che lo accus di avergli sottratto una brillante vittoria dalle mani.
Nel 212 a.C. Gaio divenne pretore e fu mandato a Suessula dove stette ben poco perch fu presto chiamato a partecipare allassedio di Capua. Prese parte dunque allo scontro nel quale perse la vita Appio Claudio Pulcro e che port alla presa della citt. Caduta Capua, Gaio fu spostato su un altro fronte, la Spagna; prese le truppe che aveva a Capua e le imbarc a Pozzuoli per raggiungere Tarragona al pi presto. In Spagna i cartaginesi erano sotto la guida di Asdrubale che, apparentemente intimorito dallentit dei rinforzi condotti da Gaio, chiese al comandante romano di poter trattare. Il patto proposto dal fratello di Annibale era il seguente: se Gaio avesse fatto uscire lesercito cartaginese incolume dalla regione, i punici non vi avrebbero pi rimesso piede, lasciando ai romani tutte le loro fortezze.
Gaio accett di trattare, senza rendersi conto che Asdrubale stava mettendo in atto un piano per ingannarlo. Ogni giorno, durante i loro incontri, il comandante cartaginese eludeva la questione principale, e cio lallontanamento del suo esercito, trattando piuttosto di problemi secondari, e ogni notte faceva uscire una parte della sua armata di nascosto. Lultimo giorno, approfittando della nebbia, il comandante punico fece uscire anche gli ultimi uomini lasciando laccampamento vuoto. Fu solo a quel punto che Gaio si rese conto di essere stato gabbato. Prov a inseguire il nemico ma senza esito357, e poco tempo dopo fu rilevato da Scipione lAfricano che assunse il comando delle operazioni in Spagna.
Nonostante il fallimento spagnolo, Gaio divenne console nel 207 a.C. insieme a Marco Livio Salinatore, il quale era al suo secondo mandato. Fu inviato con un esercito nel Bruzio a combattere Annibale, mentre al suo collega tocc in sorte la Gallia, dove si stava muovendo lesercito di Asdrubale. Gaio si trov a fronteggiare le truppe di Annibale presso la citt di Grumentum ma lesito della battaglia rimase incerto. Intanto Asdrubale muoveva verso lUmbria per ricongiungersi allesercito del fratello e attaccare Roma; Gaio decise pertanto di modificare la procedura tradizionale secondo cui ogni console combatteva su un fronte diverso, e con una marcia a tappe forzate rimasta celebre raggiunse il suo collega presso il fiume Metauro, con lobiettivo di fermare Asdrubale358.
Per evitare che il nemico si rendesse conto di avere a che fare con due eserciti anzich uno, il console Livio aveva fatto passare per laccampamento la parola dordine che ogni tribuno dei soldati accogliesse nella sua tenda un tribuno, ogni centurione accogliesse un centurione, ogni cavaliere un cavaliere, ogni fante un fante; non era, infatti, il caso di allargare il campo, perch i nemici non si accorgessero dellarrivo dellaltro console359. Lo stratagemma salv il piano dei consoli: pare che quando i due eserciti erano gi schierati per combattere, Asdrubale avesse intuito che il numero dei romani era aumentato e ordin pertanto ai suoi esploratori di indagare. Quando venne a sapere che i campi erano gli stessi dei giorni precedenti si tranquillizz, facendosi cos trarre in inganno.
Lesercito di Salinatore dovette fronteggiare il primo urto con i cartaginesi, che provoc molte perdite da ambo le parti; intanto Gaio aggir il nemico e riusc a coglierlo di sorpresa sul lato destro. Asdrubale combatt fino alla fine con ardore ma, resosi conto che ormai i romani stavano riportando una vittoria schiacciante, si lanci al centro della battaglia dove rimase ucciso360. I due consoli ottennero insieme il trionfo anche se a Salinatore fu concesso di entrare a Roma con lesercito mentre a Gaio no, perch la battaglia contro Asdrubale si era svolta nella zona di pertinenza del primo. Tuttavia Gaio e Salinatore, nonostante attriti precedenti che li avevano portati a essere acerrimi nemici, avevano mostrato di saper lavorare insieme nellinteresse di Roma, e oltre al consolato e al trionfo, tre anni dopo condivisero anche la censura.
Tra Repubblica e impero
Con un salto temporale di oltre mezzo secolo passiamo ad Appio Claudio Pulcro, console nel 143 a.C. nonch suocero del celebre tribuno della plebe Tiberio Gracco. Durante il suo consolato Appio sottomise il popolo dei salassi, definito da Livio specie di gente alpina361, ma comunque non raggiunse il proprio obiettivo perch lonore del trionfo pubblico gli fu negato. Senza perdersi danimo Appio decise di festeggiarne uno a proprie spese, ma il suo gesto incontr il biasimo di un tribuno della plebe, che protest in maniera molto accesa:
Costei [la vergine vestale Claudia], accortasi che suo padre, mentre celebrava il trionfo sul cocchio, ne veniva tirato gi con grande violenza da un tribuno della plebe, sinterpose tra i due con straordinaria rapidit ed ebbe la meglio su quella potentissima autorit infiammata dalle rivalit personali. Cos un trionfo celebr il padre, continuando il suo incedere fino al Campidoglio, un altro ne celebr la figlia fino al tempio di Vesta362.
Appio tent invano di ottenere la censura una prima volta nel 142 a.C., ma dovette attendere il 137 per potervi accedere. Ebbe cinque figli: due maschi che ricoprirono il consolato, Gaio nel 92 a.C. e Appio nel 79, e tre femmine, due delle quali contrassero degli ottimi matrimoni, mentre la terza divenne appunto vestale. Una delle tre sorelle spos Tiberio Gracco, di cui Appio fu grande alleato; non a caso, allepoca in cui fu creato il triumvirato che avrebbe dovuto occuparsi della ridistribuzione delle terre secondo la nuova legge agraria363, Tiberio decise di inserirlo nel gruppo insieme a suo fratello minore Gaio.
Nel 132 a.C. Tiberio fu ucciso e suo suocero continu la campagna contro Scipione lEmiliano, cognato di Tiberio ma anche suo grande oppositore, fino alla sua morte. Assai celebri sono i nipoti, i sei figli del suo primogenito, Appio Claudio Pulcro, console nel 79 a.C.: Appio, console nel 54 a.C., Gaio, Publio e le tre Clodie.
Publio Clodio Pulcro e le sue sorelle sono pi che note364, e abbiamo gi anticipato la questione relativa al gentilizio Clodio che li caratterizza. Lunico dato da ricordare in questa sede, proprio perch ci serve a chiarire meglio i rapporti tra le gentes, sono i matrimoni contratti da questi quattro fratelli: Clodio spos una erede dei Gracchi, Fulvia, dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina; questultima, Clodia Pulcra, divenne addirittura la prima moglie del futuro imperatore Augusto. Le tre Clodie sposarono rispettivamente Quinto Marcio Re, Quinto Cecilio Metello Celere e Lucio Licinio Lucullo, tre personaggi di alto rango e appartenenti a famiglie aristocratiche molto prestigiose; ma non erano donne dal carattere facile, e quasi tutte queste unioni culminarono con delle separazioni, e perfino con unaccusa di incesto che avrebbe visto protagoniste le tre sorelle e il giovane Publio Clodio Pulcro.
Il fratello maggiore di Clodio, Appio Claudio Pulcro, fu lunico a raggiungere il consolato, nel 54 a.C. Dei suoi primi anni di vita abbiamo solo qualche informazione sparsa. Nel 78 a.C. fu interrex e poi nel 75 tent, come molti suoi coetanei, di farsi una fama come oratore vestendo i panni dellaccusatore in un processo contro un pezzo grosso, tale Aulo Terenzio Varrone, che per riusc a ottenere lassoluzione corrompendo la giuria.
Nel 73 a.C. lo troviamo con suo fratello Publio365 al servizio del cognato, Lucio Licinio Lucullo, in Asia. Per la precisione Appio fu mandato in Armenia, dal re Tigrane, per trattare la consegna di Mitridate. Poich nel 62 a.C. lo ritroviamo nelle file dei senatori, se ne pu dedurre che doveva aver ricoperto prima di quella data almeno la carica di questore. Entr successivamente a far parte, per volere di Cicerone, di una commissione che aveva il compito di revisionare il materiale del processo per corruzione intentato contro Publio Cornelio Silla, il nipote del dittatore.
Nel 61 a.C. Appio fece un viaggio in Grecia, dove prelev un gran numero di statue e ornamenti che avrebbe usato per decorare vari edifici di Roma durante la sua edilit. Cicerone ricorda in particolare una di queste statue, che poi sarebbe passata da Appio a Publio: Si dice che una certa Tanagre sia stata una meretrice. Non lontano da Tanagra, sul suo sepolcro fu posta una statua di marmo. Un tale uomo nobile, non diverso da questo religioso sacerdote della libert, la port via per ornare la sua carica di edile366. In realt Appio non divenne mai edile, ma riusc a diventare direttamente pretore nel 57 a.C. grazie allintervento di un amico influente. Fu assegnato al tribunale che giudicava i casi di malversazione, dove sostenne suo fratello Publio e non fece niente, a differenza dei suoi colleghi, per evitare lesilio di Cicerone. Quelli erano tempi oscuri per Roma, percorsa in lungo e in largo dalle bande armate di Publio e dei suoi avversari, e anche Appio si dot di una scorta di armati, in gran parte gladiatori.
Nel 56 a.C. ottenne la carica di propretore in Sardegna e fu tra gli aristocratici che andarono a trovare Cesare che svernava con le sue truppe presso Lucca. Ma il legame col futuro dittatore si dissolse ben presto: gi lanno seguente vediamo Appio passare tra gli uomini di Pompeo, anche se tra questultimo e Cesare non vi era ancora stata la rottura che port alla guerra civile. A conferma di questo cambio della guardia vi sono i matrimoni organizzati da Appio per le sue due figlie. Aveva tre figli, un maschio e due femmine; il maschio, Appio, fu adottato dallo zio, Gaio367, mentre le due femmine sposarono una il figlio di Pompeo, Gneo Pompeo, laltra il nipote di Catone lUticense, Marco Giunio Bruto, il futuro cesaricida. Queste alleanze politiche permisero ad Appio di raggiungere la magistratura suprema, ovvero il consolato.
Il nostro console, come appare chiaramente dalle sue scelte politiche e non, era un uomo venale e corrotto: al termine del suo mandato, stando a quanto racconta Cicerone, avrebbe tentato, insieme al suo collega, di corrompere i nuovi consoli affinch gli assegnassero il comando di una provincia nella quale avrebbe potuto rifarsi delle spese sostenute durante la campagna elettorale. Alla fine, anche senza una legge curiata che convalidasse lincarico, nel 53 si rec come governatore in Cilicia e vi rimase per due anni mettendo in ginocchio la provincia. Al ritorno Appio avrebbe voluto chiedere il trionfo per una guerra combattuta contro un popolo di montanari, ma dovette desistere perch fu citato in giudizio da Publio Cornelio Dolabella che lo accus di crimen maiestatis. Potendo vantare degli alleati del calibro di Pompeo Magno, Marco Giunio Bruto e loratore Quinto Ortensio Ortalo, ottenne lassoluzione e non solo per questo processo, ma anche per un secondo, intentatogli sempre da Dolabella, con laccusa di brogli elettorali, che Appio avrebbe commesso allepoca della campagna elettorale per il consolato.
Nel 50 a.C. riusc addirittura a diventare censore e approfitt del suo ruolo per allontanare dal Senato, con le accuse pi svariate, molti sostenitori di Cesare. Tra i nomi pi noti troviamo Gaio Ateio Capitone, accusato di aver augurato il fallimento e la morte di Crasso a Carre (in realt il poveretto aveva semplicemente fatto un pronostico alquanto prevedibile) e lo storico Sallustio, alleato di Cesare, accusato di adulterio. Le sue epurazioni rinsaldarono il legame di amicizia con Pompeo ma gli fecero anche guadagnare lodio di Cesare, per cui, quando questi entr a Roma con il suo esercito, Appio fu costretto a darsi alla fuga come molti altri senatori. In Grecia decise di consultare loracolo di Delfi per sapere come si sarebbe conclusa la guerra civile ed ecco cosa gli rispose la Pizia: La guerra non ti riguarda, o romano: occuperai i Cieli di Eubea368. Appio si convinse quindi che sarebbe stato meglio per lui tenersi lontano dal conflitto e quindi si ritir in una zona dellAttica nota appunto come Cieli di Eubea; l mor a causa di una malattia prima ancora che si combattesse la battaglia di Farsalo.
Tra gli avversari di Cesare possiamo annoverare anche Gaio Claudio Marcello Minore, console nel 50 a.C. e cognato di Augusto. Edile nel 56 a.C. e pretore nel 53, nel 54 spos Ottavia Minore, sorella del futuro imperatore Augusto, dalla quale ebbe tre figli: due femmine, Claudia Marcella Maggiore e Minore, e un maschio, Marco Claudio Marcello. Marcella Maggiore spos in prime nozze Marco Vipsanio Agrippa, al quale diede diversi figli, tra cui Vipsania Marcella, futura moglie del famigerato Publio Quintilio Varo369. Claudia Marcella Minore, invece, spos Marco Valerio Messalla Appiano dal quale ebbe un figlio, il nonno della futura imperatrice Valeria Messalina. Il giovane Marcello fu addirittura scelto da Augusto come erede allimpero.
Nonostante il matrimonio con Ottavia, Gaio fu sempre fedele alla fazione pompeiana e quindi ostile al partito cesariano, che tent di ostacolare durante il suo consolato. In qualit di magistrato supremo dovette instaurare un vero e proprio braccio di ferro con il suo collega Lucio Emilio Paolo e con uno dei tribuni della plebe, Gaio Scribonio Curione, ambedue alleati di Cesare. Lobiettivo di Gaio era quello di spogliare Cesare di ogni magistratura e di costringerlo a rientrare a Roma per processarlo, ma Curione gli tenne testa e cos lunica cosa che il console ottenne fu il recupero di due delle legioni di Cesare, che furono messe a disposizione di Pompeo. Bisogna dire che Cesare non aveva fatto granch per farsi amare da Gaio: quando questi era gi fidanzato con Ottavia, infatti, aveva offerto in sposa la pronipote a Pompeo, e solo il rifiuto di questultimo consent a Gaio di sposare la sorella del futuro imperatore.
Dopo aver osteggiato violentemente i cesariani e aver fatto di tutto per concedere poteri straordinari a Pompeo, quando questi fugg dallItalia Gaio decise di restare a Roma e tent di convincere anche il suo caro amico Cicerone a fare lo stesso. Quando Cesare giunse con il suo esercito nellUrbe, Gaio usufru della sua clementia e quindi evit di prendere parte attiva alla guerra civile. Sopravvisse fino al 41 a.C. e non vide mai la sua seconda figlia, Claudia Marcella Minore, che nacque dopo la sua morte.
Marco Claudio Marcello, figlio di Gaio, in qualit il discendente maschio pi prossimo a Augusto, il quale aveva avuto solo una figlia femmina, ebbe la fortuna di essere scelto quale erede del princeps. Il suo cursus honorum fu anticipato di ben dieci anni per anteporlo a Tiberio e allo stesso livello di Agrippa nella successione: La gente pensava che, se a Cesare fosse accaduto qualcosa, Marcello gli sarebbe succeduto nel principato, ma, a causa di Agrippa, non credeva che avrebbe potuto tranquillamente godere di questa ventura370. In realt nel 23 a.C., quando Marcello era gi suo genero e aveva circa ventanni, Augusto parve in fin di vita e per questo stabil di affidare limpero, nel caso di una sua dipartita, al fidato amico Agrippa. Una volta ripresosi, il principe si rese conto che i rapporti tra Marcello e Agrippa si erano deteriorati, pertanto fece in modo che il secondo svolgesse un incarico in Oriente, solo per evitare uno scontro diretto tra i due.
Ma facciamo qualche passo indietro. Marcello era destinato a un fulgido avvenire e proprio per questo motivo i suoi matrimoni furono accuratamente combinati. Nato intorno al 43 a.C., si ritrov nel 39, a soli quattro anni, fidanzato ufficialmente con la figlia di Sesto Pompeo, uno dei grandi nemici di Ottaviano e Antonio. Nellattesa che i promessi sposi raggiungessero unet consona, per, Sesto Pompeo mor (35 a.C.) e le nozze non ebbero mai luogo. In seguito, Augusto fece capire chiaramente la sua predilezione per il nipote, permettendogli, durante il trionfo per la vittoria riportata ad Azio, di cavalcare alla destra del carro trionfale, mentre Tiberio era a sinistra.
Nel 25 a.C. fu celebrato il matrimonio tra Marcello e la sua seconda, ben pi prestigiosa promessa sposa, Giulia. Marcello diventava cos, a tutti gli effetti, il genero delluomo pi importante dellimpero romano. Stando a Plutarco371, Augusto avrebbe adottato il ragazzo, ma a parte lo storico greco nessunaltra fonte cita questo evento e soprattutto non esistono prove che avesse cambiato nome per adeguarsi al nuovo status, quindi noi continuiamo a considerarlo tra i membri della gens Claudia.
Nel 23 a.C. Marco ottenne la carica di edile e realizz per i romani dei giochi fastosissimi, anche grazie al supporto di Augusto e di sua madre Ottavia. Tuttavia alla fine dellanno si ammal e, nonostante lintervento del medico personale di Augusto, Antonio Musa372, e il trasferimento nella localit balneare di Baia, non ci fu nulla da fare. Alla memoria di questo nipote tanto amato Augusto dedic un teatro, noto appunto come teatro di Marcello, che fu inaugurato dieci anni dopo la sua morte, nel 13 a.C.
Livia, moglie di Augusto, fu sospettata di aver ucciso il ragazzo, probabilmente avvelenandolo, ma pare che le accuse siano cadute ben presto nel nulla:
Intanto Livia veniva messa sotto accusa per la morte di Marcello sulla base del movente secondo cui questi era stato preferito (da Augusto) ai figli di lei; ma la fondatezza di questo sospetto cominci a essere messa in dubbio a causa dei malanni stessi che si abbatterono nel corso di quellanno e di quello successivo, quando si diffusero delle epidemie che provocarono la morte di molti uomini373.
Con un altro passo indietro incontriamo il padre delleffettivo erede di Augusto, Tiberio. Il secondo imperatore di Roma era figlio di Tiberio Claudio Nerone, nato nell85 a.C. e legato a Gaio Giulio Cesare pur essendo un ottimate filorepubblicano: Tiberio Nerone, padre di Tiberio, questore di Gaio Cesare, ebbe il comando della flotta durante la guerra alessandrina e contribu molto alla vittoria. Ottenne per questo motivo la nomina a pontefice, al posto di Publio Scipione, e venne mandato in Gallia a fondare delle colonie, tra cui quelle di Narbona e di Arles374.
Alla morte di Cesare, Tiberio si dimostr molto poco leale e addirittura fu lunico a proporre di premiare i cesaricidi per il loro gesto. Allinizio della guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio, dovendo scegliere necessariamente da che parte stare, opt per il secondo e nel 41 a.C. fu tra i sostenitori della cosiddetta guerra di Perugia. Allarrivo delle truppe di Ottaviano fu costretto a darsi alla fuga e si rifugi in Campania, dove fece un ultimo tentativo per convincere i soldati a ribellarsi375. Fallita anche questultima possibilit, Tiberio fugg in Grecia per raggiungere Marco Antonio. Quando vi arriv al suo seguito cerano sua moglie, Livia Drusilla, e il suo primogenito di appena due anni, Tiberio.
Dopo non molto, Marco Antonio e Ottaviano firmarono una tregua e ci permise a Tiberio di rientrare nellUrbe con la sua famiglia. Nel 38 a.C. per un evento sconvolse lintera esistenza familiare di Tiberio. Ottaviano, innamoratosi di sua moglie Livia Drusilla, and da lui a chiederne la mano. Non sappiamo se ci fu un accordo o piuttosto unimposizione di Ottaviano; Tiberio, in ogni caso, non pot che accettare e, stando a Cassio Dione376, fu addirittura lui ad accompagnare la sua ex moglie sullaltare. Quando Livia contrasse le nuove nozze era incinta di sei mesi e alla nascita del bambino lo mand a suo padre come stabilito. I due ragazzi rimasero con Tiberio fino al 33 a.C., anno della sua morte, poi andarono a vivere con Ottaviano Augusto e Livia, nel rispetto delle disposizioni testamentarie del padre. Molti dipingono Tiberio come uno stupido aristocratico borioso. Invece, a quanto dicono le fonti, si trattava di un uomo colto e dal carattere squisito.
Una famiglia imperiale
Non  questa la sede per descrivere personaggi ben noti della gens Claudia come gli imperatori Claudio e Nerone. Lunica precisazione che va fatta  che, a differenza dellimperatore Claudio, che era un Claudio per nascita, Nerone lo era solo per adozione. Il quinto imperatore di Roma infatti era per nascita un Domizio e il suo nome completo era Lucio Domizio Enobarbo; solo dopo ladozione da parte dellimperatore Claudio divenne ufficialmente Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico. Per quanto riguarda Tiberio, invece,  bene ricordare che, essendo stato adottato da Augusto, si ritrov a passare in et adulta dalla gens Claudia a quella Giulia, cos come i suoi eredi.
Un altro dei Claudi di cui vale la pena parlare  Nerone Claudio Druso, detto anche Druso Maggiore, console nel 9 a.C. nonch fratello dellimperatore Tiberio e padre dellimperatore Claudio e di Germanico. Svetonio, nella trattazione della vita dellimperatore Claudio, dedica il primo paragrafo al padre Druso, di cui sintetizza a tappe forzate la vita breve ma intensa. Nerone Claudio Druso si chiamava inizialmente Decimo Claudio Druso, ma a un certo punto della sua vita cambi il proprio prenome. Era il secondogenito di Tiberio Claudio Nerone e Livia Drusilla e nacque quando Ottaviano Augusto e sua madre erano gi sposati da tre mesi, tanto che si sospett che il ragazzo fosse figlio di Ottaviano e non di Tiberio. La maldicenza fu peraltro alimentata dalla preferenza accordata da Augusto a Druso, con il quale il princeps aveva instaurato un legame molto pi forte rispetto a Tiberio.
Anche a lui, come a Marco Claudio Marcello, fu concesso di anticipare il cursus honorum, ma in questo caso di cinque anni377. Nato nel 38 a.C. si ritrov nel 16, a soli ventidue anni, a essere questore e a combattere insieme a suo fratello Tiberio contro le popolazioni della Rezia e della Vindelicia. Druso fu il primo a partire e a meritarsi il rango pretorio con le sue vittorie; in seguito giunse anche Tiberio che attu con il fratello un attacco a tenaglia, mettendo definitivamente in ginocchio gli avversari378. A partire dal 12 a.C. e fino alla morte, Druso condusse diverse campagne in Germania, e fu proprio grazie ai successi riportati in questi territori che gli furono concessi il trionfo e lonore di accedere nellUrbe a cavallo.
Durante gli anni trascorsi in Germania, Druso fece costruire un canale, detto Fossa Drusiana, per il trasporto dei viveri e delle truppe, che andava dal cosiddetto Oceano Settentrionale fino al Reno. Del canale si valse anche il figlio Germanico, che come lui oper sul fronte renano. Secondo Tacito379, lopera monumentale sarebbe stata distrutta da Gaio Giulio Civile nel 69 d.C. allepoca della rivolta batava.
La morte colse Druso nellanno del suo consolato, il 9 a.C., quando si verificarono, come al solito del resto, segni premonitori dellinfausto avvenimento, peraltro ignorati dal diretto interessato380. Si racconta che giunto allElba, fiume che voleva attraversare per primo tra i romani, Druso abbia avuto la visione di una donna dalle dimensioni sovrumane che gli avrebbe rivolto queste parole: Fin dove vuoi arrivare, insaziabile Druso? Non  destino che tu veda tutte queste terre; vattene piuttosto, poich la fine delle tue imprese e della tua vita  ormai imminente. Pi chiaro di cos non poteva dirglielo e quindi Druso fece marcia indietro. La morte effettivamente giunse poco dopo e prima ancora di poter raggiungere il Reno. Il condottiero si ammal, a quanto pare per una ferita infettatasi in seguito a una caduta da cavallo, e limperatore Augusto avvis Tiberio affinch si recasse dal fratello per assisterlo nei suoi ultimi istanti di vita. Fu lo stesso Tiberio a portare il corpo del fratello a Roma e a pronunciare una delle due orazioni funebri in suo onore; laltra fu opera di Augusto stesso. Il corpo del generale fu cremato e le sue ceneri conservate nel mausoleo di Augusto. In ricordo delle sue vittorie gli furono tributate delle statue, un arco presso la via Appia, un cenotafio sulla sponda del Reno e il titolo di Germanico per s e i figli381. Non era stato un gran condottiero, ma le truppe lo avrebbero ricordato sempre con grande affetto, tributando grandi riconoscimenti ai suoi eredi.
Svetonio ricorda una voce circolata in seguito alla morte di Druso, sebbene lo stesso biografo dichiari di ritenerla falsa. Il secondogenito di Livia sarebbe rientrato dalla Germania per volere di Augusto, il quale era venuto a conoscenza delle sue idee filorepubblicane e voleva quindi separarlo dalle pericolose legioni renane. Limperatore sarebbe stato addirittura il mandante dellomicidio di Druso, pare avvelenato come altri della sua famiglia.
Si dice che Druso abbia tentato in tutti i modi di guadagnarsi sul campo le spolia opima, cos come aveva fatto il suo avo, la spada di Roma, Marco Claudio Marcello; ma, nonostante avesse inseguito molto spesso i capi germani nel tentativo di obbligarli a singolar tenzone, non riusc mai ad avere questa soddisfazione.
Druso era legato ad Augusto anche da un matrimonio. Era infatti il marito di Antonia Minore382, secondogenita di Ottavia e Marco Antonio e nipote dellimperatore. Stando alle fonti i due ebbero diversi figli ma solo tre sopravvissero al padre, vale a dire Germanico, il futuro imperatore Claudio e Claudia Livilla. Il matrimonio di Druso e Antonia fu caratterizzato da un forte legame sentimentale tanto che Valerio Massimo ci tiene a ricordare che: [Druso] Limit i suoi rapporti sessuali allamore per la moglie. Anche Antonia, donna che super in lodi gli splendori raggiunti dagli uomini della sua famiglia, compens con una eccezionale fedelt lamore del marito: dopo la sua morte, ancora fiorente di bellezza e di giovent, convisse con la suocera, rispettandola come aveva rispettato suo marito383.
Dei tre figli parleremo solo di Claudia Livilla, tralasciando limperatore Claudio e Germanico, questultimo perch, essendo stato adottato dai Giuli, rientra di diritto in quella gens.
Claudia Livilla, come tutte le donne della dinastia Giulio-Claudia, fu oggetto di matrimoni politici ai quali per non si sottomise con la stessa docilit di molte sue parenti, anche perch, a differenza di sua madre, non fu tanto fortunata da trovare lamore nel letto coniugale. Allet di dodici anni, nell1 a.C., fu data in sposa a uno dei due nipoti prediletti di Augusto, Gaio Cesare, ma dopo soli tre anni rimase vedova. Nello stesso anno, quindi, quando aveva solo quindici anni, Livilla si trov sposata per la seconda volta, con il figlio del futuro imperatore Tiberio, Druso Minore, anche lui adottato come il padre nella gens Giulia. I due rimasero sposati fino al 23 d.C., anno della morte di Druso, anche se Livilla aveva intrecciato una relazione con il prefetto del pretorio Seiano ben prima di rimanere vedova. Sappiamo, infatti, che fu coinvolta lei stessa nella morte del marito, architettata insieme al suo amante per fare in modo che questi potesse diventare lerede di Tiberio. Molto probabilmente, Livilla era davvero innamorata di Seiano, perch come consorte di Druso Minore era gi la moglie dellerede al trono, essendo Druso lunico figlio di Tiberio.
Nel 31 d.C. Seiano cadde in disgrazia e lex moglie del prefetto, Apicata, rivel a Tiberio che suo figlio Druso era stato assassinato da Seiano e Livilla e non era morto, come invece si credeva, di malattia. Quando la storia venne fuori Seiano era gi stato ucciso, ma restava da punire ancora Livilla. Per affetto nei confronti della cognata Antonia, Tiberio lasci a lei la possibilit di punire la figlia in privato e cos, per scelta della madre, Livilla fu lasciata morire di fame in una delle stanze della sua casa.
Un Claudio purosangue, che proprio per questa sua caratteristica fu assassinato, era Tiberio Claudio Cesare Britannico, figlio dellimperatore Claudio. Il quarto imperatore di Roma fu molto sfortunato non solo con le consorti ma anche con i figli, soprattutto con quelli maschi, ambedue morti in giovane et. Il primo, Druso, avuto da Plauzia Urgulanilla, la prima moglie, mor a Pompei, ancora fanciullo, essendo rimasto soffocato da una pera che buttava per aria e riprendeva in bocca384.
Britannico fu sempre il suo favorito. Dopo aver perso il primo figlio maschio, quando lamatissima Valeria Messalina gli diede un nuovo figlio poco dopo la sua ascesa al trono imperiale, lo consider quasi un dono degli di. Il nome originale del ragazzo era Tiberio Claudio Germanico ma, in seguito alla conquista della Britannia da parte del padre, mut il cognome Germanico in Britannico.
Quando Messalina trad Claudio e fu uccisa, Britannico e sua sorella Ottavia si ritrovarono come matrigna Agrippina e come fratellastro il giovane Nerone, proprio come in una favola stile Cenerentola: peccato che in questo caso i buoni non fecero una bella fine. Alla morte di Claudio la situazione non fece altro che peggiorare e, nel frattempo, Britannico aveva perso anche il diritto alla successione al trono: Agrippina, infatti, non solo era riuscita a far adottare da Claudio suo figlio Nerone, ma era stata anche capace di imporre questultimo come successore di Claudio.
Nerone sapeva di doversi guardare da Britannico, una volta che questi avesse compiuto la maggiore et. Stando alle fonti, pertanto, lo punzecchiava spesso. Una volta, durante le festivit dei Saturnali, dopo aver impartito degli ordini molto umilianti a degli amici, limperatore prov a prendersi gioco del fratellastro:
Gli comand di alzarsi e venire in mezzo alla sala e, qui giunto, di cominciare a cantare. Nerone sperava cos di potersi divertire alle spalle di quel ragazzo che non solo era inesperto di ubriachezza, ma non era nemmeno abituato ai semplici banchetti; Britannico, invece, senza turbarsi cominci un canto, nel quale alludeva alla sua cacciata dal trono paterno ed allimpero perduto. Ne segu unaperta manifestazione di compianto385.
Queste manifestazioni di consenso nei confronti di Britannico e i continui avvertimenti di Agrippina, che per tenere sotto controllo il figlio lo minacciava frequentemente di sostituirlo con Britannico, il legittimo erede, segnarono la condanna a morte del ragazzo.
Per eliminarlo, Nerone ricorse allavvelenatrice di corte Locusta. La donna cre un veleno che fu messo in un bicchiere di acqua fredda, mentre al giovane veniva servita ad arte una minestra bollente, affinch chiedesse di diluirla. Il ragazzo si sent male e mor nel giro di pochissimo tempo. Nerone fece credere a tutti che si era trattato di una delle sue solite crisi epilettiche, culminata purtroppo tragicamente.
Anche a Claudia Ottavia, sorella di Britannico e primogenita di Claudio e Messalina, tocc una sorte terribile. In teoria, se quello che dice Cassio Dione  vero, non dovremmo considerare Ottavia come un membro della gens Claudia. Ecco quanto sostenuto dallo storico: Quando Claudio adott Nerone, il figlio di Agrippina, e lo assunse come genero  soltanto dopo aver fatto adottare sua figlia in unaltra famiglia per non dare limpressione di unire in matrimonio un fratello e una sorella  in quelloccasione si verific un prodigio non trascurabile: quel giorno, infatti, il cielo sembr prendere fuoco386. Purtroppo non sappiamo in quale famiglia fu adottata e se effettivamente questa procedura avvenne, quindi continuiamo a considerarla una Claudia a tutti gli effetti.
Ottavia fu la prima, sfortunata moglie di Nerone. Della sua vita si sa molto poco, e le fonti che la ricordano ne parlano come di una matrona romana di sani principi e dotata di sopportazione immensa. Nonostante lindole della suocera, Ottavia fu al sicuro dal marito solo fino alla morte di Agrippina e Burro, il prefetto del pretorio di Nerone. Limperatore, infatti, si era invaghito della sua liberta Atte e Agrippina e Burro erano riusciti a convincerlo a desistere dal lasciare Ottavia per lei; ma quando nella vita di Nerone irruppe Poppea Sabina non ci fu pi nulla da fare. Assassinati Agrippina e Burro, limperatore non ebbe pi alcun freno e per poter sposare Poppea divorzi da Ottavia. Ma non era ancora abbastanza.
Per potersi liberare di Ottavia, Nerone laveva accusata di sterilit, ma poi Poppea aveva aggiunto a questa laccusa di adulterio con uno schiavo e solo con le torture Tigellino, il nuovo prefetto del pretorio di Nerone, riusc a convincere le ancelle di Ottavia, tutte tranne una, a tradirla e a dichiarare il falso. La figlia di Claudio fu quindi trasferita in Campania, ma il popolo, vedendola scacciata e in disgrazia, fece sentire il suo dissenso. Allora Poppea indusse Nerone a eliminare lex moglie accusandola nuovamente di adulterio e pagando il capo della flotta di Miseno, Aniceto, affinch dichiarasse di essere lui lamante in questione. Ottavia fu confinata sullisola di Pandataria e l, lontano dagli occhi di tutti, i sicari la uccisero tagliandole le vene e lasciandola morire in un bagno di acqua bollente.
Ma c unaltra donna legata a Nerone che entra di diritto nella gens Claudia ed  Claudia Atte, la liberta di cui limperatore si era invaghito fino a pensare di sposarla: Atte era stata comprata come schiava in Asia, ma essendo stata la prediletta di Nerone, venne adottata nella famiglia di Attalo e fu da lui [Nerone] amata molto pi che non la moglie Ottavia387. Era una liberta della casa imperiale e sulla base del suo cognomen Acte si  tentato di stabilirne lorigine. Il nome Atte fu legato ad Attalo, ma non in seguito a unadozione, bens perch Nerone tent di far credere che fosse degna di sposarlo esibendo per lei delle origini reali e facendola passare per discendente di Attalo iii di Pergamo. Ladozione da parte di Attalo sarebbe quindi un falso fatto redigere dallimperatore stesso. Le sue origini orientali sono dedotte o dalla presunta discendenza da Attalo oppure dal fatto che il cognomen Atte faceva riferimento allAttica, una regione della Grecia.
Nerone e la sua liberta furono amanti per quasi quattro anni, dal 55 al 58 d.C. circa. Un amico intimo del filosofo Seneca, tale Anneo Sereno, tent di aiutare limperatore a nascondere ad Agrippina la relazione clandestina con Atte, facendosi passare per linnamorato della liberta e lasciando credere a tutti che i doni di cui la ragazza faceva sfoggio fossero opera sua anzich di Nerone. Agrippina per non si fece abbindolare e arriv persino a istigare il figlio Nerone allincesto pur di spezzare il legame che si stava creando con Atte.
La liberta, stando alle epigrafi che la menzionano, aveva ottenuto molto dalla relazione con Nerone, soprattutto un notevole numero di latifondi sparsi qua e l per lItalia: Velletri, Pozzuoli, Olbia e poi anche allestero, in Egitto. Allimprovviso per accadde qualcosa, per cui Nerone desistette dal suo proposito di sposarla e cos noi di Atte non sappiamo pi niente fino al giorno della morte dellimperatore. Fu proprio lei a raccogliere i resti del giovane morto suicida e a portarli nella tomba della gens Domizia, per evitare che il popolo ne facesse scempio. Da quel momento in poi non sappiamo pi nulla di lei.
Il crepuscolo
Andiamo avanti di un secolo, e passiamo a un personaggio poco noto ai pi ma molto famoso a suo tempo, Tiberio Claudio Pompeiano. Originario della Siria, per la precisione di Antiochia, era figlio di un cavaliere. Nel 169, in seguito alla morte di Lucio Vero, spos la vedova di questi, Annia Aurelia Galeria Lucilla388, che a quanto pare non fu molto contenta della scelta operata dal padre389. Stando alla Historia Augusta, dopo essere diventato il genero di Marco Aurelio, Pompeiano sarebbe stato eletto due volte console, ma noi conosciamo solo una delle due date, vale a dire il 173 d.C., anno del suo secondo consolato. Pompeiano riusc a ottenere la fiducia dellimperatore per via delle sue doti militari: partecip alla campagna contro i parti, condotta da Lucio Vero negli anni tra il 161 e il 166 d.C., e, dopo essere stato per circa quattro anni governatore militare della Pannonia Inferiore, pass agli ordini dello stesso Marco Aurelio con il quale combatt contro i marcomanni ottenendo ottimi risultati.
Alla morte dellimperatore, nel 180, fu tra coloro che tentarono di influenzare positivamente Commodo per convincerlo a restare in Germania390 e portare a conclusione la guerra iniziata dal padre, ma con scarsi risultati. Pompeiano amava molto Marco Aurelio e prov pi volte di ricondurre Commodo sulla retta via ma la sua influenza sul ragazzo era davvero debole; tuttavia non volle mai prendere parte alle follie del neoimperatore, come ad esempio quando questi combatteva nellarena. Pompeiano non si present mai, sebbene vi mandasse i suoi figli: non vi si accost mai perch preferiva morire a causa di ci piuttosto che andare a vedere limperatore, il figlio di Marco, impegnato in quegli spettacoli391.
Nel 182 fu suo malgrado coinvolto in una congiura ordita da sua moglie ai danni di Commodo. Pompeiano in realt non sapeva niente del piano; ignorava perfino che la moglie voleva mettere lui sul trono al posto di Commodo, per tornare a essere la prima donna di Roma. Cos, quando la cospirazione fu scoperta, Lucilla e i suoi complici furono uccisi o esiliati, mentre lui ebbe salva la vita e pot ritirarsi in una delle sue propriet in Italia.
Pompeiano rifiut pi volte la porpora imperiale, lultima poco prima di morire. Nel 193 d.C., approfittando della morte di Commodo, fece ritorno a Roma e ricominci a frequentare il Senato. In seguito allassassinio di Pertinace, eletto per breve tempo imperatore dopo Commodo, Didio Giuliano tent di prendere il potere e, sapendo che Pompeiano era ancora molto amato, nonostante let avanzata gli chiese di essere imperatore insieme a lui, ma questi rifiut. Il nostro mor poco dopo in circostanze a noi ignote, probabilmente presso la sua tenuta di Terracina, dove si trovava quando Didio Giuliano lo aveva mandato a chiamare.
Oltre a Tiberio, Claudio e Nerone, la gens Claudia pu vantare anche un altro imperatore: Marco Claudio Tacito. Fu imperatore di Roma tra il 275 e il 276 d.C. dopo la morte di Aureliano. Questultimo era stato assassinato in seguito a una congiura e siccome lesercito non si fidava pi dei comandanti che erano stati al servizio dellex imperatore, chiesero al Senato di scegliere un candidato ideale al trono. LHistoria Augusta  lunica opera nella quale troviamo una biografia completa di questo personaggio, ma molti dei dati riportati non sono attendibili, come ad esempio il fatto che sarebbero passati ben sei mesi dalla morte di Aureliano allelezione di Tacito.  per un fatto che questultimo fu scelto dal Senato nonostante la sua et avanzata.
Poco dopo lascesa al trono, Tacito dovette recarsi in Oriente per sedare una ribellione:
Mentre Tacito, assunte le insegne imperiali, deteneva il potere, gli sciti, attraversata la palude Meotide, si diressero dal Ponto in Cilicia. Tacito li attacc, ne uccise molti in battaglia e consegn gli altri a Floriano, designato prefetto del pretorio, poi part per lEuropa, dove cadde in uninsidia e fu ucciso per la ragione che segue. Aveva affidato a Massimino, suo parente, il governo della Siria; costui, trattando con molta durezza i funzionari, aveva suscitato in loro ostilit e timore. Questo comportamento gener lodio, che li port a tramare uninsidia, della quale erano partecipi gli uccisori di Aureliano. Assalito Massimino, lo uccisero e dopo aver inseguito Tacito, che ritornava in Europa, assassinarono pure lui392.
Questa  solo una delle ipotesi relative alla sua morte; lHistoria Augusta parla, infatti, di ribellione tra i soldati o di morte per malattia.
Anche nel caso di Giuliano lApostata, imperatore tra il 361 e il 363, siamo di fronte a un nome che rinvia alla gens Claudia: Flavio Claudio Giuliano. Si tratta tuttavia di un gentilizio fuorviante. Figlio di Giulio Costanzo, fratellastro di Costantino, e di Basiliana, Giuliano aveva preso il suo gentilizio da una tradizione familiare che vedeva i Costantinidi discendenti di Claudio il Gotico. Il nome completo di questo imperatore era Marco Aurelio Flavio Valerio Claudio, per cui non essendo lui un Claudio, non pu esserlo neanche Giuliano, il quale avrebbe quindi usurpato questo nomen. In generale lo stesso discorso vale per tutti i membri della dinastia costantiniana che portano questo gentilizio, come ad esempio Costantino ii, Costanzo Gallo e lusurpatore Costantino iii.
A partire dal iii secolo d.C. i gentilizi usati dagli imperatori vanno presi con grande cautela perch molto spesso sono autocelebrativi e autoattribuiti, per cui non hanno il significato originale, vale a dire quello di indicare la gens di appartenenza. Un altro caso in cui la confusione regna sovrana  quello di Sesto Claudio Petronio Probo, quattro volte prefetto del pretorio e celeberrimo uomo politico del iv secolo d.C. Nonostante il nome, il nostro Probo apparteneva alla gens Petronia e una volta sposata Anicia Faltonia Proba diede ai figli i seguenti nomi: Anicio Ermogeniano Olibrio e Anicio Probino393. Salta quindi completamente la nomenclatura classica romana e, per noi, ogni riferimento per lindividuazione certa della gens di appartenenza.
Fra i numerosi letterati della famiglia dei Claudi, il pi famoso fu sicuramente Quinto Claudio Quadrigato, storico vissuto tra il ii e il i secolo a.C. Dei suoi annali, che vanno allincirca dalla conquista di Roma a opera dei galli nel iv secolo a.C. fino alle lotte tra Mario e Silla, e che contavano circa ventiquattro libri, non resta granch, se non qualche citazione qua e l lasciata da altri storici che hanno usato Quadrigato come fonte, tra i quali sicuramente Tito Livio.

303 Svetonio, Tiberius, i.
304 Festo, p. 462 l., Saturno.
305 W. Allen Jr, Claudius or Clodius?, in The Classical Journal, 33 (1937), pp. 107-110.
306 Plutarco, Crasso, ix; Floro, Epitome, ii, 8; Frontino, Stratagemata, i, 5, 21; Orosio, Historiae adversus paganos, v. 24.
307 Plutarco, Publicola, xxi e xxii.
308 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 23-24.
309 Ivi, ii, 33.
310 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxxv, 12.
311 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 59. In realt, secondo alcuni studiosi, la data proposta da Livio per la prima decimazione  un po troppo alta; questa punizione, infatti, dovrebbe essere stata inventata da un altro Appio Claudio che per combatt durante le guerre sannitiche.
312 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 3, 5.
313 Livio, Ab Urbe condita libri, ii, 56.
314 Ivi, ii, 61.
315 Vedi pi avanti. Infatti il decemviro potrebbe essere il fratello e non il nipote di Gaio.
316 Livio, Ab Urbe condita libri, iii, 58.
317 Ivi, iii, 33.
318 Ivi, iii, 36.
319 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vi, 1, 2.
320 Per tutta la storia di Claudio e Virginia vedi Livio, Ab Urbe condita libri, iii, 44-58.
321 Dionigi di Alicarnasso, Antichit romane, xi, 46.
322 Corpus inscriptionum Latinarum, xi, 1827.
323 Livio, Ab Urbe condita libri, ix, 29.
324 Ibidem; Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, i, 1, 17.
325 Livio, Ab Urbe condita libri, ix, 46.
326 Ivi, ix, 42.
327 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 13, 5.
328 Aulo Gellio, Noctes atticae, xvii, 21, 40.
329 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 4, 7.
330 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha xix; Cicerone, De natura deorum, ii, 7, chiama per erroneamente Publio con il praenomen Gaio.
331 Polibio, Storie, i, 50.
332 Ivi, i, 52.
333 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 1, absoluti 4. Valerio sbaglia praenomen e scrive Appio ma  chiaro che si riferisce a Publio.
334 Ivi, viii, 1, damnati 4.
335 Ivi, vi, 1, 7; Plutarco, Marcello, ii, 5-8.
336 F. Cavaggioni, M. Claudio Marcello e il seduttore punito: contributo allo studio dei reati sessuali, in Rivista storica dellantichit, 34 (2004), pp. 285-298.
337 Polibio, Storie, ii, 34.
338 Per le spolia opima vedi anche Aulo Cornelio Cosso nella Gens Cornelia.
339 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iii, 2, 5.
340 Livio, Ab Urbe condita libri, xxiii, 15-16.
341 Un aneddoto simile viene riportato a proposito di Quinto Fabio Massimo da Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 3, 7.
342 Livio, Ab Urbe condita libri, xxiii, 17.
343 Polibio, Storie, viii, 7.
344 Per lultima fase della conquista di Siracusa vedi Livio, Ab Urbe condita libri, xxv, 23-31.
345 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, viii, 7 stran. 7.
346 Livio, Ab Urbe condita libri, xxvi, 21. Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 8, 5 sostiene che Marcello non ottenne il trionfo perch, come Scipione in Spagna, si trovava in Sicilia senza essere investito da una magistratura. Effettivamente nel 212 a.C. alla presa di Siracusa Marcello non era pi console da tempo ma molto probabilmente era ancora in terra sicula con un mandato proconsolare.
347 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 1, 7. Vedi anche Livio, Ab Urbe condita libri, xxvi, 23-32.
348 Livio, Ab Urbe condita libri, xxvii, 7-14.
349 Ivi, xxvii, 21.
350 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, i, 6, 9.
351 Livio, Ab Urbe condita libri, xxii, 53.
352 Polibio, Storie, viii, 5.
353 Livio, Ab Urbe condita libri, xxv, 18.
354 Ivi, xxvi, 5-6.
355 Svetonio, Tiberius, iii.
356 Livio, Ab Urbe condita libri, xxiv, 17.
357 Ivi, xxvi, 17.
358 Ivi, xxvii, 43.
359 Ivi, xxvii, 46.
360 Ivi, xxvii, 43-51; Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vii, 4, 4.
361 Livio, Ab Urbe condita libri, periocha liii.
362 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, v, 4, 6. C anche Svetonio, Tiberius, ii, dove per lo storico scrive erroneamente che la vestale Claudia salv il fratello e non il padre.
363 Vedi la Gens Sempronia, Tiberio Gracco.
364 Per una biografia dettagliata vedi S. Prossomariti, I personaggi, cit.
365 Forse cera anche Gaio con loro.
366 Cicerone, De domo sua, cxi.
367 Fatto alquanto anomalo dato che si tratta dellunico erede maschio di Appio.
368 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, i, 8, 10.
369 Vedi la Gens Quintilia.
370 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 93; Svetonio, Tiberius, x.
371 Plutarco, Antonio, lxxxvii.
372 Vedi la Gens Antonia.
373 Cassio Dione, Storia romana, liii, 33, 4.
374 Svetonio, Tiberius, iv.
375 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 75.
376 Cassio Dione, Storia romana, xlviii, 44.
377 Ivi, liv, 10, 4.
378 Ivi, liv, 22.
379 Tacito, Historiae, v, 19.
380 Cassio Dione, Storia romana, lv, 1.
381 Ivi, lv, 1-2.
382 Vedi la Gens Antonia.
383 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 3, 3.
384 Svetonio, Claudius, xxvii.
385 Tacito, Annales, xiii, 15.
386 Cassio Dione, Storia romana, lx, 33.
387 Ivi, lxi, 7.
388 Vedi la Gens Aurelia.
389 Historia Augusta, Marcus Aurelius, xx.
390 Erodiano, Storia degli imperatori dopo Marco Aurelio, vi, 4-8.
391 Cassio Dione, Storia romana, lxxii, 20.
392 Zosimo, Storia nuova, i, 63.
393 Il nome del terzo figlio  ignoto.

Gens Cornelia

Prosopografia
v secolo a.C.
11. servio cornelio cosso maluginense console nel 485 a.C.;
12. lucio cornelio maluginense uritino console nel 459 a.C. Probabilmente fratello del n. 3;
13. marco cornelio maluginense decemvir legibus scribundis consulari imperio nel 450 a.C. Probabilmente fratello del n. 2;
14. marco cornelio maluginense console nel 436 a.C. Padre del n. 13;
15. servio cornelio cosso tribuno consolare nel 434 a.C.;
16. aulo cornelio cosso console nel 428 a.C., tribuno consolare nel 426 a.C., magister equitum nel 426 a.C. Probabilmente padre dei nn. 8 e 10;
17. publio cornelio cosso tribuno consolare nel 415 a.C. Padre del n. 12;
18. gneo cornelio cosso tribuno consolare nel 414 a.C. e console nel 409. Probabilmente figlio del n. 6 e fratello del n. 10;
19. aulo cornelio cosso console nel 413 a.C.394;
10. publio cornelio cosso tribuno consolare nel 408 a.C. Probabilmente figlio del n. 6, fratello del n. 8 e padre del n. 24;
11. publio cornelio rutilio cosso dittatore nel 408 a.C. e tribuno consolare nel 406;
12. gneo cornelio cosso tribuno consolare nel 406 a.C., nel 404 e nel 401. Figlio del n. 7;
13. publio cornelio maluginense tribuno consolare nel 404 a.C. Probabilmente figlio del n. 4 e padre dei nn. 14, 19 e 21.
iv secolo a.C.
14. publio cornelio maluginense tribuno consolare nel 397 a.C. e nel 390, magister equitum nel 396 a.C. (?). Probabilmente figlio del n.13, nipote del n. 4, fratello dei nn. 19 e 21;
15. publio cornelio cosso tribuno consolare nel 395 a.C.;
16. publio cornelio scipione tribuno consolare nel 395 e nel 394 a.C. Padre dei nn. 25 e 26;
17. publio cornelio maluginense console nel 393 a.C.;
18. publio cornelio tribuno consolare nel 389 e nel 385 a.C.;
19. servio cornelio maluginense tribuno consolare per ben 7 volte, nel 386, 384, 382, 380, 376, 370 e 368 a.C., magister equitum nel 361. Probabilmente figlio del n. 13, nipote del n. 4 e fratello dei nn. 14 e 21;
20. aulo cornelio cosso dittatore nel 385 a.C.;
21. marco cornelio maluginense tribuno consolare nel 369 e nel 367 a.C.;
22. aulo cornelio cosso tribuno militare nel 369 e nel 367 a.C.;
23. cornelio scapula magister equitum nel 362 a.C.;
24. aulo cornelio cosso arvina magister equitum nel 353 e nel 349 a.C., console nel 343 e nel 332, dittatore nel 322. Figlio del n. 10, nipote del n. 6, padre del n. 31;
25. lucio cornelio scipione console nel 350 a.C. Figlio del n. 16 e fratello del n. 26;
26. publio cornelio scipione magister equitum nel 350 a.C. Figlio del n. 16 e fratello del n. 25;
27. publio cornelio rufino dittatore nel 334 a.C. Padre del n. 35;
28. publio cornelio scapula console nel 328 a.C.;
29. lucio cornelio lentulo console nel 327 a.C.;
30. publio cornelio scipione barbato console nel 326 a.C. (?);
31. publio cornelio arvina console nel 306 e nel 288 a.C. Figlio del n. 24;
32. publio cornelio scipione dittatore nel 306 a.C.
33. servio cornelio lentulo console nel 303 a.C.
iii secolo a.C.
34. lucio cornelio scipione barbato console nel 298 a.C. Padre dei nn. 40 e 41;
35. publio cornelio rufino console nel 290 e nel 277 a.C. Figlio del n. 27;
36. publio cornelio dolabella console nel 283 a.C.;
37. lucio cornelio lentulo caudino console nel 275 a.C. Padre dei nn. 42 e 43;
38. servio cornelio merenda console nel 274 a.C.;
39. gneo cornelio blasione console nel 270 e nel 257 a.C.;
40. gneo cornelio scipione asina console nel 260 e nel 254 a.C. Figlio del n. 34, fratello del n. 41, padre del n. 45;
41. lucio cornelio scipione console nel 259 a.C. Figlio del n. 34, fratello del n. 40, padre dei nn. 44 e 46;
42. lucio cornelio lentulo caudino console nel 237 a.C. Figlio del n. 37, fratello del n. 43, padre dei nn. 49 e 50;
43. publio cornelio lentulo caudino console nel 236 a.C. Figlio del n. 37 e fratello del n. 42;
44. gneo cornelio scipione calvo console nel 222 a.C. Figlio del n. 41, nipote del n. 34, fratello del n. 46 e padre dei nn. 53 e 56;
45. publio cornelio scipione asina console nel 221 a.C. Figlio del n. 40;
46. publio cornelio scipione console nel 218 a.C. Figlio del n. 41, nipote del n. 34, fratello del n. 44 e padre dei nn. 47 e 54;
47. publio cornelio scipione africano console nel 205 e nel 194 a.C. Figlio del n. 46, nipote del n. 41, fratello del n. 54;
48. marco cornelio cetego console nel 204 a.C.;
49. gneo cornelio lentulo console nel 201 a.C. Figlio del n. 42, nipote del n. 37, fratello del n. 50, padre dei nn. 61 e 63.
ii secolo a.C.
50. lucio cornelio lentulo console nel 199 a.C. Figlio del n. 42, nipote del n. 37, fratello del n. 49 e padre del n. 58;
51. gaio cornelio cetego console nel 197 a.C.;
52. lucio cornelio merula console nel 193 a.C.;
53. publio cornelio scipione nasica console nel 191 a.C. Figlio del n. 44, nipote del n. 41, fratello del n. 56 e padre del n. 57;
54. lucio cornelio scipione asiatico console nel 190 a.C. Figlio del n. 46, nipote del n. 41 e fratello del n. 47;
55. publio cornelio cetego console nel 181 a.C.;
56. gneo cornelio scipione ispallo console nel 176 a.C. Figlio del n. 44, nipote del n. 41 e fratello del n. 53;
57. publio cornelio scipione nasica corculo console nel 162 e nel 155 a.C. Figlio del n. 53 e padre del n. 64;
58. publio cornelio lentulo console suffetto nel 162 a.C. Figlio del n. 50;
59. marco cornelio cetego console nel 160 a.C.;
60. gneo cornelio dolabella console nel 159 a.C.;
61. lucio cornelio lentulo lupo console nel 156 a.C. Figlio del n. 49, nipote del n. 42 e fratello del n. 63;
62. publio cornelio scipione emiliano africano console nel 147 e nel 134 a.C.;
63. gneo cornelio lentulo console nel 146 a.C. Figlio del n. 49, nipote del n. 42 e fratello del n. 61;
64. publio cornelio scipione nasica serapione console nel 138 a.C. Figlio del n. 57 e padre del n. 67;
65. lucio cornelio lentulo console nel 130 a.C.;
66. lucio cornelio cinna console nel 127 a.C. Padre del n. 70;
67. publio cornelio scipione nasica serapione console nel 111 a.C. Figlio del n. 64 e nipote del n. 57.
i secolo a.C.
68. gneo cornelio lentulo console nel 97 a.C. Nipote del n. 63;
69. lucio cornelio silla console nell88 e nell80 a.C., dittatore nell82;
70. lucio cornelio cinna console dall87 all84 a.C. Figlio del n. 66 e padre del n. 82;
71. lucio cornelio merula console suffetto nell87 a.C.;
72. lucio cornelio scipione asiageno console nell83 a.C.;
73. gneo cornelio dolabella console nell81 a.C.;
74. gneo cornelio lentulo clodiano console nel 72 a.C. Nato nella famiglia dei Clodi e adottato dai Corneli;
75. publio cornelio lentulo sura console nel 71 a.C.;
76. publio cornelio lentulo spintere console nel 57 a.C.;
77. gneo cornelio lentulo marcellino console nel 56 a.C.;
78. lucio cornelio lentulo crure console nel 49 a.C.;
79. publio cornelio dolabella console nel 44 a.C. al posto di Cesare;
80. lucio cornelio balbo console suffetto nel 40 a.C.;
81. publio cornelio scipione (?) console suffetto nel 38 a.C. Padre del n. 85 e marito di Scribonia Caesaris;
82. lucio cornelio cinna console suffetto nel 32 a.C. Figlio del n. 70. Padre del n. 91;
83. publio cornelio lentulo marcellino console nel 18 a.C.;
84. gneo cornelio lentulo console nel 18 a.C. Padre del n. 89;
85. publio cornelio scipione console nel 16 a.C. Figlio del n. 81 e di Scribonia Caesaris;
86. gneo cornelio lentulo laugure console nel 14 a.C. Padre del n. 90;
87. lucio cornelio silla console nel 5 a.C.;
88. lucio cornelio lentulo console nel 3 a.C.;
89. cosso cornelio lentulo console nell1 a.C. Figlio del n. 84 e padre dei nn. 96 e 97.
i secolo d.C.
90. publio cornelio lentulo scipione console suffetto nel 2 d.C. Figlio del n. 86;
91. gneo cornelio cinna magno console nel 5 d.C. Figlio del n. 82 e nipote di Pompeo Magno;
92. publio cornelio dolabella console nel 10 d.C. Nipote del n. 79;
93. servio cornelio lentulo maluginense console suffetto nel 10 d.C.;
94. servio cornelio cetego console nel 24 d.C.;
95. publio cornelio lentulo scipione console suffetto nel 24 d.C. Padre del n. 106;
196. cosso cornelio lentulo console nel 25 d.C. Figlio del n. 89, nipote del n. 84 e fratello del n. 97;
197. gneo cornelio lentulo getulico console nel 26 d.C. Figlio del n. 89, nipote del n. 84, fratello del n. 96 e padre del n. 103;
198. fausto cornelio silla console suffetto nel 31 d.C.;
199. lucio cornelio silla felice console nel 33 d.C.;
100. cornelio lupo console suffetto nel 42 d.C.;
101. servio cornelio scipione salvidieno orfito console nel 51 d.C.;
102. fausto cornelio silla felice console nel 52 d.C.;
103. gneo cornelio lentulo getulico console suffetto nel 55 d.C. Figlio del n. 97 e nipote del n. 89;
104. publio cornelio lentulo scipione console nel 56 d.C.;
105. cosso cornelio lentulo console nel 60 d.C.;
106. publio cornelio scipione asiatico console suffetto nel 68 d.C. Figlio del n. 95;
107. marco cornelio nigrino curiazio materno395 console suffetto nell83 d.C.;
108. gaio cornelio gallicano console suffetto nell84 d.C.;
109. servio cornelio dolabella petroniano console nell86 d.C. Probabilmente nipote del n. 92;
110. lucio cornelio pusio console suffetto nel 90 d.C.;
111. publio cornelio tacito console suffetto nel 97 d.C.;
112. aulo cornelio palma frontoniano console nel 99 e nel 109.
ii secolo d.C.
113. servio cornelio scipione salvidieno orfito console nel 110 d.C. Padre del n. 120;
114. servio cornelio dolabella metiliano pompeo marcello console suffetto nel 113 d.C.;
115. gneo cornelio urbicus console suffetto nel 113 d.C.;
116. lucio cornelio nerazio pansa console nel 122 d.C.;
117. marco cornelio frontone console suffetto nel 143 d.C.;
118. quinto cornelio rustico apronio senecione proculo console suffetto nel 146 d.C.;
119. quinto cornelio quadrato console suffetto nel 147 d.C.;
120. lucio (o servio) cornelio scipione salvidieno orfito console nel 149 d.C. Figlio del n. 113 e padre del n. 121;
121. servio cornelio scipione salvidieno orfito console nel 178 d.C. Figlio del n. 120 e nipote del n. 113;
122. publio cornelio anullino console nel 199 d.C. per la seconda volta, non si conosce la data del primo mandato. Padre del n. 123;
123. publio cornelio anullino console nel 216 d.C. Figlio del n. 122;
124. gneo cornelio paterno console nel 233 d.C.;
125. publio cornelio secolare console nel 260 d.C. per la seconda volta.

394 Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XIII, 43, 1 e Cassiodoro lo chiamano Marco e non Aulo.
395 Non risulta nel Degrassi.
Otto secoli tra trionfatori e papi
La gens patrizia dei Corneli, a detta di Livio, faceva parte del gruppo delle gentes originarie, cio esistenti fin dalla fondazione della citt. Un calcolo approssimativo sulle liste dei consoli dimostra anche la notevole influenza esercitata da questa gens, che pu vantare nel suo pedigree quasi un terzo dei consoli romani, per non parlare degli esponenti che hanno ricoperto il ruolo di princeps senatus e di pontefice massimo. La gens Cornelia era composta da diverse familiae riconoscibili dal cognomen, come ad esempio i Cossi e i Maluginensi, che sono le pi antiche e che un tempo dovevano essere unite, come dimostra il nome del console del 485 a.C., Servio Cornelio Cosso Maluginense. Il cognomen Cosso significa tarlo, mentre Maluginense trarrebbe origine dal nome di una citt (forse Maluga presso Corioli396) o dal termine latino usato per indicare lastuzia. Queste due familiae, come si pu notare scorrendo le liste dei consoli, sono state molto influenti tra il v e il iv secolo a.C., per poi scomparire progressivamente. In seguito, a questi due gruppi pi antichi se ne affiancarono altri, ad esempio gli Scipioni, i Cinna, i Silla. Gli Scipioni furono la familia pi influente nel iii secolo a.C., ma poi anche loro scomparvero dalle liste consolari per cedere il posto ai Lentuli. Secondo R. Syme, i Lentuli erano vani e arroganti (la parola lentulitas divenne comune) e non manifestarono doti intellettuali n interesse per le belle lettere. [] I loro tratti distintivi sono la mediocrit e la sopravvivenza: i Lentuli vissero senza infamia e senza lode 397. Giova specificare che la gens originaria era patrizia, ma a quanto pare vi furono anche due familiae di origini plebee, vale a dire i Balbi e i Galli.
Da non dimenticare sono anche i Cetegi i quali avevano unusanza particolare: non erano soliti portare la tunica, come ricorda Plinio il Vecchio398.
Secondo la tradizione, il fondatore della gens sarebbe stato un sacerdote artefice anche della grandezza di Roma. Ai tempi di Servio Tullio, quando i romani e i latini erano ancora in conflitto tra loro per la scelta di una capitale, un sabino tent di risolvere la questione a favore dei suoi. Questi aveva una giovenca di dimensioni e bellezza straordinarie e aveva saputo dagli indovini che chiunque avesse immolato lanimale presso il tempio di Diana avrebbe garantito alla sua citt la supremazia. Il sabino allora decise di sacrificare lanimale ma quando giunse al tempio il sacerdote, Cornelio399, lo mand al fiume a purificarsi. Mentre il sabino si ripuliva il sacerdote sacrific lanimale garantendo a Roma la supremazia assoluta. Il sacerdote avrebbe assunto il nome di Cornelius dopo aver dedicato alla dea Diana le corna della giovenca.
Lultimo membro della gens Cornelia menzionato dalle fonti  un tale Lucio Cossonio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito, che avrebbe celebrato un taurobolio nel 295 d.C. Una longevit accertata di ben otto secoli, dunque, che ne fa una delle gentes pi durature della storia di Roma. Al punto che, pur essendo emersi dalle nebbie della storia fin dagli albori della Roma regia, i Corneli possono annoverare tra le loro file perfino un papa. Nel 251 d.C., infatti, fu proclamato vescovo di Roma un tale Cornelio, dopo che il predecessore era caduto vittima della persecuzione dellimperatore Decio. Dovette anche vedersela con un antipapa, prima di venire esiliato, dopo soli due anni di pontificato, dal nuovo monarca Treboniano Gallo; termin i suoi giorni a Civitavecchia, e fu sepolto a Roma, nelle catacombe di San Callisto. Per la sua famiglia, comunque, il declino era gi iniziato con limpero: a fronte di pi di un centinaio tra consolati, tribunati consolari e dittature ricoperti fino al i secolo a.C., abbiamo infatti solo una ventina di consolati a partire dal i secolo d.C. Uno degli ultimi anni di gloria della gens fu il 18 a.C., quando ben due suoi esponenti ricoprirono il consolato. Tuttavia, come fa notare R. Syme400, si tratta di due personaggi ignoti che a parte il consolato non hanno fatto nientaltro di rilevante.  bene ricordare comunque che un Cornelio, per la precisione Marco Cornelio Nigrino Curiazio Materno, console suffetto nell83 d.C. riusc quasi a salire al soglio imperiale; infatti, era uno dei favoriti alla successione di Nerva ma alla fine gli fu preferito Traiano.
Un eroe della singolar tenzone
Il primo membro di questa gens di cui vale la pena parlare  Aulo Cornelio Cosso. Cosso vanta un primato particolare, che condivide con due personaggi, Romolo e Marco Claudio Marcello401: si tratta dei soli comandanti nella storia militare di Roma ad aver ottenuto le spoglie opime, ovvero lequipaggiamento del capo nemico ucciso in singolar tenzone, da donare a Giove Feretrio, il cui tempio sul Campidoglio era il pi antico tra quelli dedicati al dio a Roma. Il nostro, in particolare, riusc a uccidere il re nemico, Lars Tolumnio, durante la battaglia di Fidene contro i veienti, avvenuta nel v secolo a.C. Accortosi che il re, con i suoi attacchi, continuava a provocare lo scompiglio tra le file romane, decise di affrontarlo; con la lancia lo disarcion, poi scese da cavallo per finirlo, inchiodandolo letteralmente a terra.
Tuttavia, la faccenda  ben lungi dallessere chiara. Lunico cronista che riporta una datazione precisa della battaglia di Fidene  Tito Livio, il quale la fa cadere nel 437 a.C. quando Cosso era, a detta dello storico, un semplice tribuno militare agli ordini del dittatore Marco Emilio Mamercino e non console, ruolo che avrebbe rivestito solo nellanno 428 a.C. Le spoglie opime, per, si concedevano solo al comandante in capo che uccideva personalmente un suo pari, pertanto molti storici hanno contestato la datazione di Livio. Come poteva Cosso, che era solo un tribuno, ottenere allepoca un premio del genere? Daltra parte, Dionigi di Alicarnasso sostiene che nel 428 a.C. Cosso rivest il ruolo di console per la seconda volta, e quindi si potrebbe anche ipotizzare una sua prima investitura nel 437 a.C., sebbene sia alquanto improbabile, in base alle informazioni fornite dai fasti. Lo stesso Livio sembra titubante in merito alla questione e scrive:
Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso, tribuno dei soldati, abbia portato nel tempio di Giove Feretrio le seconde spoglie opime; ma a parte il fatto che si usano considerare spoglie opime quelle che un comandante ha tolto a un altro comandante, e noi non riconosciamo come comandante altri che quello sotto i cui auspici si fa la guerra, liscrizione stessa che  posta sulle spoglie prova, dando torto a quegli scrittori e a me, che Cosso se ne impadron come console402.
Pertanto, o levento  stato retrodatato, cio  avvenuto nel 428 a.C. ed  stato anticipato al 437, caso non raro in Livio, oppure Cosso uccise davvero il re di Veio quando era solo un tribuno militare ma, come propone Capanelli, la sua fama raggiunse un livello tale presso lesercito che il dittatore si vide costretto a concedergli quellonore per non perdere consensi. Tuttavia, in questo secondo caso bisognerebbe pensare a unalterazione nellepigrafe dedicatoria. Il quadro resta comunque confuso.
Quando una tomba  pi celebre del suo artefice
La familia degli Scipioni prese il cognomen da un tribuno militare vissuto nel iv secolo a.C., il quale era solito sostenere il padre cieco come fosse un bastone403  scipio significa appunto bastone. Il primo esponente illustre di questo ramo che incontriamo  Lucio Cornelio Scipione Barbato; presso i romani era famoso per le sue capacit militari, ma noi lo conosciamo soprattutto per la sua sepoltura. Il celebre sarcofago contenente i suoi resti, infatti, rinvenuto nella tomba degli Scipioni,  conservato ora ai Musei Vaticani. A forma di altare,  decorato da uniscrizione onoraria ove si legge: Lucio Cornelio Scipione Barbato, figlio di Gneo, uomo forte e sapiente, il cui aspetto fu in tutto pari al valore, fu console, censore, edile presso di voi. Prese Taurazia e Cisauna nel Sannio, assoggett tutta la Lucania e ne port via ostaggi. A Barbato si deve non solo il sarcofago, unico rimasto intatto in quel sepolcro, ma lintera tomba: sua fu, infatti, allinizio del iii secolo a.C., liniziativa di erigere un monumento funerario destinato a ospitare diversi membri illustri della familia degli Scipioni. Tra gli inumati nel sepolcro, in realt, c un grande assente, ovvero Scipione lAfricano Maggiore, il quale fu sepolto presso la sua villa di Liternum, mentre vi  un membro estraneo alla famiglia che  il poeta Ennio. Si direbbe che Barbato abbia fatto costruire il sepolcro come se avesse avuto percezione della fortuna che avrebbero goduto i suoi eredi per quasi due secoli (vedi albero genealogico).
Questo  lunico monumento funebre associato ai Corneli che conosciamo, non sappiamo dove si trovasse di preciso il monumento gentilizio. I Corneli erano soliti inumare i loro defunti ma con Silla le cose cambiarono404. Il dittatore fu il primo di questa gens a farsi cremare e Cicerone sostiene che questa scelta potrebbe essere legata al fatto che Silla aveva fatto disperdere i resti inumati di Mario sepolti presso lAniene e temeva che un giorno i suoi nemici avrebbero potuto fare lo stesso con lui.
Ma torniamo a Barbato. Egli aveva conseguito il consolato nel 298 a.C., pertanto si trov a essere comandante dellesercito romano proprio allo scoppio della terza guerra sannitica. Al suo collega console, Gneo Fulvio Massimo Centumalo, toccarono le operazioni nel Sannio, a lui quelle in Etruria. Barbato riusc a prevalere sul nemico che lo attendeva presso Volterra ma il risultato fu a lungo in bilico: Si combatt per la maggior parte del giorno con grande strage da entrambe le parti; la notte era sopraggiunta che si era ancora incerti da quale parte fosse la vittoria. Lalba seguente rivel il vincitore e il vinto; infatti gli etruschi avevano abbandonato il campo nel silenzio della notte405. Barbato e i suoi si diedero dunque al saccheggio del campo nemico e del territorio etrusco intorno a Faleri.
Se la sua prima battaglia fu una vittoria discutibile, nella seconda occasione in cui incontriamo questo personaggio la situazione non pare essere migliorata. Nel 297 a.C., infatti, Barbato era agli ordini del console Quinto Fabio Massimo, e fu coinvolto in uno scontro con i sanniti presso Tifernum. I nemici, come sempre accadeva quando si trattava di sanniti, si stavano rivelando un osso assai duro, e cos il console si risolse a usare uno stratagemma:
Ordina al luogotenente Scipione di ritirare dal campo di battaglia gli astati [legionari che costituivano la prima schiera della formazione] della prima legione e di condurli, facendo loro compiere un giro il pi possibile nascosto, verso i monti vicini; di fare quindi salire la schiera, senza farsi scorgere, sui monti e piombare improvvisamente alle spalle del nemico406.
Barbato fece quanto ordinato, ma alla fine i suoi uomini crearono ben pochi problemi ai nemici che, nonostante leffetto sorpresa, rimasero impassibili. Per vincere il nemico il console dovette ricorrere a un altro trucchetto. Url che erano in arrivo gli uomini del suo collega, Publio Decio Mure, e la voce si sparse fino a giungere al campo avversario. Ormai allo stremo delle forze, alla sola idea di dover combattere contro forze fresche i sanniti si diedero alla fuga e i romani ne fecero strage.
Nel 295 troviamo Barbato come propretore della seconda legione di stanza a Clusium (lattuale Chiusi). Stavolta fu lui a tentare uno stratagemma contro i galli che lo attaccavano, ma neanche in quella circostanza riusc a spuntarla. Non appena venne a sapere dellarrivo di unarmata nemica, pens bene di compensare linferiorit numerica dei propri effettivi mandando i legionari a raggiungere la sommit di un colle, per poter combattere da una posizione pi vantaggiosa. Peccato che si fosse dimenticato di inviare qualcuno in avanscoperta e cos, quando la legione giunse presso laltura, la trov gi occupata e fin sconfitto407. Tuttavia, il risultato non dovette essere poi cos disastroso, se nel 293 troviamo il nostro uomo di nuovo come comandante subordinato del console Lucio Papirio Cursore. Lultima tappa del suo cursus, forse quella pi prestigiosa, fu quella di censore, risalente al 280 a.C. anno della sua morte.
Comunque siano andate le cose per Barbato, non c dubbio che tra la gens Cornelia ci siano stati diversi valorosi condottieri. Non pare per rientrare nella categoria Gneo Cornelio Scipione Asina che, a causa di un suo fallimento militare, si vide attribuire un signum assai poco lusinghiero. Nel 260 a.C., in piena prima guerra punica, Asina era console, e si ritrov al comando della flotta romana in quella che  nota come la battaglia delle isole Lipari, mentre al suo collega, Gaio Duilio, era stato assegnato il comando delle operazioni di terra. Mentre la flotta romana, secondo gli ordini, si riuniva per poi dirigersi verso lo Stretto, Asina si trovava su una delle diciassette navi addette al rifornimento408. Senza attendere il resto delle navi, decise di assalire di sorpresa gli abitanti dellisola di Lipari. Lattacco non incontr resistenza, ma delle spie informarono i cartaginesi di quanto stava accadendo, e durante la notte Asina e i suoi si trovarono circondati da navi nemiche che li costrinsero alla resa.
Il signum Asina sembrerebbe pertanto collegato a tale funesto evento, ma non tutti gli studiosi concordano. Macrobio409, ad esempio, riporta un aneddoto abbastanza improbabile. Il soprannome sarebbe stato attribuito ad alcuni membri della gens Cornelia per via di un loro antenato il quale, per ostentare la propria ricchezza, avrebbe portato come garanzia per una figlia da sposare (o un lotto di terra da acquistare, Macrobio  incerto in merito) unasina carica di oro. Unaltra ipotesi  quella secondo la quale lassociazione Gneo-Asina sia avvenuta perch molti reputavano lasina uno degli animali pi spaventati dallacqua.
A ogni modo, la disavventura vissuta presso Lipari non and a intaccare il percorso politico di Gneo. A soli sei anni dalla sconfitta, infatti, Asina riusc a farsi eleggere console per la seconda volta e a prendersi anche la sua rivincita conquistando Palermo. Ecco quanto scrive lannalista Valerio Massimo: Gli stessi capricci la sorte volle usare nei confronti di Gneo Cornelio Scipione Asina: il quale, quandera console, catturato dai Cartaginesi presso le isole Lipari (cos le chiamavano i latini) e perduta ogni cosa secondo le leggi di guerra, per un benevolo mutamento dellumore della fortuna recuper tutto e fu persino eletto console una seconda volta410.
Il pi grande di tutti
 piuttosto ironico che un condottiero maldestro come Scipione Asina abbia avuto le stesse opportunit del membro pi noto della familia. Parliamo, ovviamente, di Publio Cornelio Scipione lAfricano. Vissuto tra il 235 e il 183 a.C., primo figlio di Publio Cornelio Scipione, fu a sua volta padre di Cornelia, e quindi nonno dei famosi fratelli Gracco, nonch di altri due figli maschi, Publio e Lucio. Dellinfanzia dellAfricano non si sa nulla: il primo dato relativo alla sua vita si riferisce al suo diciassettesimo anno di et ed  a carattere aneddotico. Polibio411 sostiene che a raccontarglielo fosse stato il migliore amico di Scipione, Gaio Lelio, il quale lo accompagn in tutte le battaglie e fu con lui fino alla morte. Secondo Lelio, a diciassette anni Scipione si trovava al fianco del padre durante la battaglia del Ticino contro Annibale. Lesercito di Scipione senior era stato sopraffatto e lo stesso comandante sarebbe morto, se il figlio non fosse accorso in suo soccorso, dimostrando gi allora unindole eroica.
La figura di Scipione era circondata da un alone di leggenda gi ai suoi tempi; molti storici romani coevi, infatti, lo descrivono come infallibile, ma sicuramente era anche il diretto interessato ad alimentare certe convinzioni. Livio sostiene che Scipione fu degno di ammirazione non solo per le sue effettive virt, ma anche per una certa arte, che possedeva fin da giovane, di metterle in mostra; compiva la maggior parte delle azioni dichiarando davanti alla moltitudine che egli era stato consigliato o da visioni notturne o da unispirazione divina412. In sostanza, oltre che incontestabilmente bravo doveva anche possedere un grande senso della scena, il che tuttavia non gli procur solo tanti estimatori ma anche altrettanti nemici.
Due anni dopo il Ticino si trov di nuovo di fronte alle truppe di Annibale, in quella che fu una delle pi terribili disfatte subite dallesercito romano: Canne. Non sappiamo se prese parte alla battaglia, ma Livio413 sostiene che si trovava nel gruppo di quattromila uomini che ripar a Canosa e, anzi, aggiunge anche che i soldati sbandati scelsero Scipione e Appio Claudio come loro superiori.
Divenne edile curule allet di ventitr anni, nel 212 a.C., sebbene la carica fosse riservata solo a chi ne aveva almeno trentasette, particolare che gli fu fatto notare quando present la propria candidatura. Se tutti i Quiriti mi vogliono fare edile ho gli anni che bastano414, fu la sua disarmante risposta. In realt, secondo Polibio il giovane era stato pressoch costretto a concorrere alledilit: senza il suo appoggio il fratello Lucio, candidato per quellanno, non ce lavrebbe mai fatta. Alla fine, sia lui che il fratello furono eletti.
In quel periodo, tuttavia, il nome della famiglia era tenuto alto dal padre di Scipione e dallo zio, Gneo, che per molto tempo avevano tenuto sotto controllo i cartaginesi in Spagna combattendo fianco a fianco. Alla fine, per, gli eserciti punici erano riusciti a separarli e a sconfiggerli. Con la loro morte, il Senato si trov a dover risolvere il problema del delicato scacchiere strategico iberico: chi mandare in quel settore ormai completamente in balia dei punici? Scipione si present prontamente candidato per lincarico, pur avendo solo ventiquattro anni, e quale erede dei due comandanti deceduti fu scelto allunanimit. E mai scelta, sebbene compiuta sullonda dellemozione, si rivel pi azzeccata: Scipione si sarebbe rivelato il pi dotato tattico militare che Roma abbia mai espresso.
Contrariamente a tutti i comandanti romani che lo avevano preceduto nella guerra contro Cartagine, il giovane aveva studiato a fondo Annibale e tratto insegnamento dalla sua lezione, sviluppando anchegli, come il grande punico, un istinto per lo stratagemma e una tendenza a osare pi di quanto un nemico si aspettasse. E una volta giunto in Spagna, non esit un istante a mettere in mostra le sue doti. Non tent di difendersi dal nemico ma lo attacc subito, e lo fece puntando direttamente al cuore: Carthago Nova. Il nome stesso di questa citt ci fa capire quanto essa fosse importante per i punici, e Scipione aveva compreso quale duro colpo avrebbe inferto ai suoi nemici conquistandola. Carthago Nova era una specie di penisola difesa da altissime mura, ma anche dal mare e da una palude. I romani attaccarono le mura dal lato dellistmo e cominciarono a fiaccare il nemico. Intanto il comandante continuava a osservare la situazione, finch non si rese conto che il livello dellacqua della palude stava calando. Chiam quindi cinquecento uomini con delle scale e sorprese alle spalle i difensori i quali, sicuri che nessuno potesse giungere dal lato della palude, si erano concentrati tutti presso listmo. Cos la citt fu presa e devastata415.
Il genio militare di Scipione si espresse in ripetute battaglie nella penisola iberica, e in particolare a Ilipa del 206 a.C. Il campo romano e quello punico, gestito da Asdrubale, erano uno di fronte allaltro. Ogni giorno Asdrubale a tarda ora schierava il suo esercito per invitare a battaglia i romani. Scipione faceva altrettanto subito dopo lavversario, ma la battaglia veniva sempre rinviata. I due eserciti si disponevano ogni volta allo stesso modo: i punici mettevano gli africani al centro e gli alleati ispanici sui lati; i romani schieravano le legioni al centro e gli alleati italici ai lati. Scipione lasci che il nemico si abituasse a quella routine, ma poi lo anticip facendo uscire le sue truppe allalba, e costringendo Asdrubale a schierarsi in tutta fretta; inoltre, invert lo schieramento mettendo al centro gli italici di cui si fidava poco e spostando le legioni ai lati. Lavversario non ebbe il tempo di fare delle modifiche alla sua disposizione e cos le legioni sconfissero le deboli ali ispaniche dellesercito punico per poi accerchiare gli africani al centro. Fu una vittoria schiacciante.
Quando il giovane condottiero torn a Roma, tent di ottenere il trionfo ma gli fu negato, con il pretesto che era stato mandato a combattere in Spagna senza essere n console n pretore. Ma Scipione evit di fare troppa polemica perch intendeva candidarsi subito al consolato per lanno successivo, il 205 a.C. La fama acquisita sui campi di battaglia gli valse la vittoria, e la sua prima richiesta fu di poter attaccare i punici direttamente in Africa: se si fosse fatto cos, sosteneva, il nemico avrebbe richiamato Annibale in patria liberando lItalia. Nonostante lopposizione guidata da Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, il console riusc a ottenere il permesso di condurre la campagna, a patto, per, di procurarsi da s i volontari, per incrementare lesercito consolare che gli spettava per legge. Per ovviare al problema Scipione ricorse a uno stratagemma. Avendo con s dei giovani dotati di spirito marziale ma non di equipaggiamento, effettu una leva forzata tra i siciliani (la Sicilia era il punto di partenza della spedizione) concedendo lonore di combattere con lui a trecento giovani appartenenti alle famiglie pi prestigiose. Inizialmente, costoro non ebbero il coraggio di rifiutare ma, quando il comandante disse loro che non erano obbligati a combattere, uno di essi dichiar che avrebbe preferito non partire. Scipione acconsent, ma gli chiese di provvedere ad armare unaltra persona in sua vece. Anche tutti gli altri siciliani optarono per questa soluzione e cos il comandante si ritrov i suoi trecento armati di tutto punto senza spendere un soldo416.
La flotta romana lasci la Sicilia nel 204 a.C. alla volta dellAfrica. Qui lesercito fu raggiunto da Massinissa, il sovrano numida con il quale Scipione aveva preso accordi. La cavalleria di Massinissa era di vitale importanza tattica, per contrastare quella punica che tanti guai aveva causato nei precedenti scontri ai romani, da sempre privi di valide coperture sulle ali. Dopo alcune beneauguranti vittorie contro la cavalleria punica, Scipione decise di passare linverno in un accampamento creato ad hoc su una penisola e noto come Castra Cornelia. Pose lassedio a Utica ma non ottenne nulla.
Durante linverno il giovane condottiero tent di portare dalla sua parte il pi grande alleato dei punici, Siface, re della Numidia occidentale. Nonostante le proposte del re fossero inaccettabili, Scipione decise di non rifiutarle subito; i suoi ambasciatori gli avevano riferito che laccampamento dei numidi era tutto di legno e canne, pertanto prese tempo, prosegu le trattative, e una notte incendi sia laccampamento di Siface che quello contiguo di Asdrubale Giscone417. Liniziativa pass ai romani, e i punici si sentirono indotti a presentare a loro volta proposte di pace; ma anche loro prendevano tempo, per far rientrare in patria Annibale. Ben presto, infatti, le ostilit ripresero da ambo le parti e si arriv alla decisiva battaglia di Zama del 202 a.C. Le fonti418 parlano di un incontro tra Scipione e Annibale prima dello scontro, nel quale linvitto condottiero punico, che aveva ben pi da perdere, pare abbia tentato inutilmente di convincere il pi giovane antagonista a stipulare la pace.
E fu un vero e proprio scontro fra titani, nel quale entrambi i comandanti diedero il meglio di s. Scipione trov il modo di neutralizzare i temibili elefanti dei punici, poi spazz via le modeste truppe cartaginesi e infine concentr il combattimento sui veterani delle guerre italiche. I romani riuscirono a superarli solo quando la cavalleria di Lelio e quella di Massinissa li presero alle spalle, adottando contro il condottiero cartaginese la tattica che questi aveva adottato a Canne. Annibale riusc a fuggire, ma per Cartagine fu la fine.
Il Senato, questa volta, non pot non tributare il trionfo a Scipione. Nel 199 a.C. rivest lincarico di censore e poi fu di nuovo console nel 194 a.C., senza tuttavia svolgere compiti operativi. Intanto Roma entrava in conflitto con il re di Siria Antioco iii, che aveva invaso la Grecia. Quellanno concorrevano per la carica di console sia Lucio Cornelio Scipione (fratello di Scipione, detto poi Asiatico) che Gaio Lelio. Ambedue furono eletti e si contesero quindi il comando delle operazioni in Grecia. Il Senato volle prendere una decisione ragionata ed evit pertanto il vecchio sistema dellassegnazione a sorteggio. La bilancia tuttavia pes a favore di Lucio dal momento che suo fratello, vincitore di Annibale, si era proposto come suo legato419. E a rendere ancor pi opportuna la partecipazione dellAfricano nella campagna, cera anche la presenza tra le file di Antioco del suo vecchio nemico Annibale, costretto da tempo a lasciare Cartagine. Pur essendo solo un legato fu Scipione a gestire le operazioni e Antioco lo considerava come principale interlocutore, tanto che tent pure di corromperlo420. Poco dopo lAfricano si ammal e il re gli restitu, senza nulla pretendere in cambio, il figlio che aveva fatto prigioniero. Il condottiero non si scord del favore ricevuto e, quando lesercito seleucide fu sconfitto a Magnesia, assicur ad Antioco un trattato di pace ragionevole.
Ma la sua clemenza provoc una serie di azioni legali da parte del partito avverso agli Scipioni, guidato da Marco Porcio Catone il Censore. LAfricano godeva di un consenso popolare troppo vasto per attaccarlo impunemente, pertanto nel 187 a.C. in tribunale fin suo fratello Lucio, con laccusa di aver intascato lindennit di cinquecento talenti pagata da Antioco. I maneggi dei suoi avversari finirono per far perdere la pazienza allAfricano, che diede sfogo a tanta rabbia repressa strappando di mano al fratello i fogli con i conti che questi stava per presentare al Senato, e li distrusse dichiarando che era indecente trattare cos il salvatore di Roma. Lucio alla fine si salv solo grazie allintervento di un tribuno, Tiberio Sempronio Gracco421 (che poi spos la figlia di Scipione, Cornelia), il quale pose il veto allordine dei suoi colleghi di arrestare lAsiatico. A quel punto gli avversari passarono dal fioretto alla spada e la affondarono direttamente su Scipione, accusandolo di essere stato troppo clemente con Antioco e quindi di essere corrotto. Il processo non si tenne perch Catone e i suoi si erano attirati lodio del popolo e perch non vi erano prove concrete, ma Scipione, amareggiato, si ritir presso la sua villa a Liternum (attuale Villa Literno) dove mor poco dopo nel 183 a.C., a causa di una malattia che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Secondo Valerio Massimo sul suo sepolcro di Liternum, Scipione avrebbe fatto incidere queste parole: O ingrata patria, neppure le mie ossa tu hai! 422.
Era stato il pi grande tra i condottieri di Roma fino ad allora, e se consideriamo che sconfisse il pi pericoloso e abile dei nemici, pur disponendo di mandati e risorse limitate come non sarebbe capitato a dittatori e imperatori successivi, forse fu il pi grande di tutti i tempi. Ma si era ancora nellepoca del costituzionalismo, quando i romani riuscivano a porre un argine alle ambizioni sfrenate degli uomini di maggior successo, e questi ultimi erano ancora incapaci di concepire regimi autocratici.
Alla sua figura e alla sua famiglia non si deve solo la vittoria decisiva contro il nemico che pi di ogni altro aveva messo in difficolt Roma, rischiando di mandare in frantumi la confederazione italica che aveva costruito intorno a s, n lentrata di uno dei tre grandi regni ellenistici, quello seleucide, nellorbita romana, ma soprattutto il consolidamento della cultura greca nella societ capitolina, che aveva iniziato a diffondersi nel periodo a cavallo tra il iii e il ii secolo a.C. Il cosiddetto Circolo degli Scipioni, centro nevralgico presso il quale affluivano tutti i movimenti e le idee provenienti dal mondo ellenistico, fece molto per una fusione dei due mondi, vincendo le resistenze dei conservatori, come Catone il Censore, che difesero strenuamente e talvolta ottusamente il mos maiorum. Scipione  stato definito un uomo che desiderava combinare e fondere insieme la rude energia romana con la gentilezza greca (Corradi); anche sotto laspetto politico, lAfricano e la sua cerchia perseguirono sempre un indirizzo liberale nei confronti dei greci liberati dal dominio macedone, e a una politica di annessione diretta Roma sarebbe arrivata solo dopo leclissarsi dellinfluenza di gente come gli Scipioni e Tito Quinzio Flaminino. Lo stesso anno della distruzione di Cartagine, nel 146 a.C., la distruzione di Corinto sanciva il prevalere del partito conservatore: ma nonostante gli sforzi di gente come Catone, che cerc in tutti i modi di spingere gli intellettuali a scrivere in latino le loro opere, dando lesempio con le sue Origines, ancor oggi molti dei testi che costituiscono delle preziose fonti di informazione su Roma antica sono scritti in greco.
Scipione Emiliano, la nemesi di Cartagine
Un altro Cornelio Scipione dal pedigree di tutto rispetto  Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Numantino vissuto tra il 185 e il 129 a.C. Il nome  tutto un programma ed evidenzia le tappe pi importanti della sua vita, a cominciare dalla nascita. Era figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico423 e nipote dellAfricano Maggiore, il quale aveva sposato sua zia Emilia Terza, da qui il signum Emiliano. Il nome Publio Cornelio Scipione deriva dalladozione da parte di Publio Cornelio Scipione, figlio dellAfricano Maggiore, che ne fece il suo erede. Le sue vittorie a Cartagine e Numanzia gli valsero gli ultimi due signa, anche se in genere le fonti si riferiscono a lui come lAfricano Minore per distinguerlo dallo zio. Il suo legame con la gens Cornelia fu consolidato dal matrimonio con Sempronia, nipote dellAfricano Maggiore, figlia di Cornelia e sorella dei Gracchi.
LEmiliano fu fortemente legato alla cultura greca, per via della sua educazione, affidata per lo pi allo storico greco Polibio che fu anche suo biografo. Ma  pur vero che Polibio fu influenzato a sua volta dal ragazzo, tanto da sviluppare quasi una venerazione per la politica e la cultura romana. Daltra parte, il giovane aveva potuto contare su una biblioteca deccezione, vale a dire quella sottratta da suo padre Emilio Paolo al re Perseo di Macedonia. In forza della sua formazione, entr a far parte del Circolo degli Scipioni (come lo chiamava Cicerone, grande estimatore dellEmiliano), insieme a Gaio Lelio Sapiente e Furio Filo. Si trattava, fondamentalmente, di un circolo di mecenati che promuoveva la diffusione della cultura ellenistica presso laristocrazia romana. Tra i letterati sostenuti dal circolo vi furono lo stesso Polibio, Lucilio e Terenzio. Questo amore per lellenismo valse allEmiliano nemici del calibro di Catone il Censore, ultraconservatore convinto della nocivit della cultura greca in quanto tenace sostenitore del mos maiorum; Catone non fu meno tenero nei suoi confronti di quanto fosse stato verso lAfricano Maggiore.
La sua carriera militare ebbe inizio appena diciassettenne a Pidna, al fianco del padre, e fu costellata di successi di una tale rilevanza da porlo di diritto ai vertici di unideale classifica dei pi grandi condottieri romani di tutti i tempi. Qualunque generale si fosse potuto fregiare della conquista di Cartagine avrebbe potuto aspirare a tanto; lui aggiunse a una simile benemerenza anche la vittoria su unaltra irriducibile avversaria di Roma, la citt iberica di Numanzia.
I primi eventi che portarono allo scoppio della terza guerra punica nel 149 a.C. risalgono al 193, quando Massinissa prese il potere in Numidia. Il re attacc pi volte il territorio di Cartagine, approfittando dellimpotenza cui Roma aveva costretto la citt punica. Il Senato, allora, pens bene di impadronirsi della citt prima che lo facesse il re numida ampliando a dismisura i propri territori, e nel 149 a.C. dichiar guerra a Cartagine. Sebbene la citt punica non fosse pi la potenza di un tempo, il conflitto si rivel tuttaltro che facile per i romani e la sua resistenza tenace, e si arriv a un punto di svolta solo nel 146 a.C. quando lesercito romano era sotto la guida dellEmiliano, eletto console nel 147 e messo a capo delle operazioni per essersi gi distinto negli anni precedenti al conflitto. Sotto la sua direzione, Cartagine fu cinta dassedio e ridotta allo stremo in pochi mesi. Alla fine il comandante lasci che il suo esercito entrasse in citt e si abbandonasse a ogni sorta di distruzione e saccheggio. Ma nonostante la stanchezza e la fame, gli abitanti sopravvissuti continuarono a difendersi per diversi giorni e cos lEmiliano, per evitare di perdere troppi uomini in uno scontro dallesito ormai scontato, decise di concedere la salvezza a quanti si fossero consegnati spontaneamente. Tra coloro che si arresero vi era anche Asdrubale, il comandante cartaginese, bollato come traditore dal suo popolo. Una delle scene pi intense tra quelle descritte da Polibio vede come protagonista proprio la moglie di Asdrubale424 che, sopraffatta dalla vergogna, uccise i suoi due figli e poi si suicid.
La citt che aveva dato tanto filo da torcere ai romani per secoli fu data alle fiamme e, per esser certo che la lezione fosse chiara, lEmiliano ordin che i campi fossero arati e seminati a sale, in modo che nulla potesse pi nascere da quella terra. Racconta Polibio che Scipione, vedendo ridotta ormai allestrema rovina la citt di Cartagine, pianse apertamente, si dice, per i nemici425. LEmiliano piangeva, in realt, perch aveva compreso una delle lezioni pi importanti insegnategli dallo stesso Polibio: la storia ha un andamento ciclico e ogni civilt nasce, prospera e muore. Come era accaduto per Troia e ora per Cartagine, la stessa sorte sarebbe toccata un giorno a Roma.
Nel 134 a.C. Scipione Emiliano consegu nuovamente il consolato, ma questa volta come console giovane, e gli furono affidate le operazioni contro gli arevaci di Numanzia, nella penisola iberica. Daltra parte, la situazione presso la roccaforte spagnola era in stallo da almeno ventanni, e si ritenne che solo il vincitore di Cartagine potesse risolvere il problema. La scelta del popolo romano si rivel saggia e lEmiliano si guadagn anche il signum di Numantino.
Se le capacit militari di Scipione Emiliano non possono essere messe in dubbio, non cos si pu dire delle sue virt politiche. Non si sarebbe potuto definire n un conservatore n un innovatore nel senso stretto del termine, il che lo colloc in un limbo dal quale non fu mai in grado di uscire.  sorprendente che non sia mai riuscito a imporsi nel panorama politico dellUrbe, neppure dopo la distruzione di Cartagine, quando avrebbe dovuto essere considerato un eroe e pertanto conteso dalle varie fazioni.
La traccia maggiore che lasci di s nello scenario politico romano fu la sua acerrima avversione per il cognato Tiberio Gracco, che lo port a commentare, allindomani della sua morte: Cos perisca chi commette azioni simili. Nel 129 a.C. si apprestava a contrastare anche Gaio Gracco, quando fu trovato morto nel letto di casa.
La sua morte improvvisa diede adito a molte voci. Si trattava di un uomo in buona salute, dal fisico forte, che veniva ritrovato cadavere cos improvvisamente. Era scontato pensare allomicidio, e il dito accusatore fu puntato verso i membri del partito dei Gracchi. Le fonti si sono sbizzarrite al riguardo: Livio parla di avvelenamento, Velleio Patercolo e Plutarco di strangolamento e infine Appiano di soffocamento. A intorbidire le acque si aggiunsero altri due elementi: i medici non seppero dire cosa avesse provocato il decesso ma, soprattutto, le esequie si svolsero in gran fretta, come se si volesse nascondere qualcosa.
Se questultimo elemento  vero, bisognerebbe pensare che un membro della famiglia abbia voluto nascondere il delitto. Ecco perch qualcuno pens che lassassino di Scipione potesse essere sua moglie Sempronia. Il movente? La vendetta, ovviamente. La donna poteva voler vendicare il fratello morto e, al tempo stesso, difendere Gaio, contro il quale il marito si stava accanendo. Quelle che si levarono contro Sempronia furono semplici voci di corridoio; nessuno formul mai unaccusa ufficiale o dimostr il suo coinvolgimento nel presunto delitto.
Marco Fulvio Flacco fu un altro dei sospettati. Uomo di fiducia di Gaio, prese le redini del partito nellUrbe quando il tribuno part alla volta dellAfrica per gestire la creazione di una nuova colonia a Cartagine. Le fonti lo descrivono molto negativamente e affermano che uno dei pi marchiani errori politici commessi da Gaio fu proprio quello di allearsi con Flacco. Plutarco, che generalmente  ritenuto filograccano, cos descrive Flacco: Egli era sedizioso e per questo odiato dal senato e sospettato anche dagli altri di provocare agitazioni tra gli alleati istigandoli segretamente alla ribellione426. Plutarco sostiene che quando il corpo di Scipione fu rinvenuto pieno di segni di percosse e violenze, Flacco fu sospettato di omicidio perch proprio il giorno prima della sua morte aveva inveito apertamente contro lEmiliano. Un movente classico: non esiste racconto giallo che si rispetti senza un sospettato che ha inveito appena il giorno prima contro la vittima.
Lassassino, se mai ve ne fu uno, non fu mai trovato, anche perch nessuno si prese la briga di cercarlo. Secondo le fonti antigraccane, i seguaci di Gaio non volevano che si avviasse uninchiesta nel timore che venissero fuori prove contro Flacco o, peggio ancora, contro Gaio. E neppure gli aristocratici erano cos ansiosi di conoscere i dettagli sulla morte del personaggio; non lo avevano mai accettato completamente nel loro partito, tanto da osteggiare ogni suo tentativo di assumerne la leadership, e quindi non potevano che gioire del suo decesso. E cos lAfricano Minore fin ingloriosamente i suoi giorni, al pari del Maggiore: un ben triste destino accomun due dei pi grandi condottieri della storia di Roma repubblicana.
La rappresentante femminile pi nota del ramo degli Scipioni  sicuramente Cornelia, figlia dellAfricano Maggiore e madre dei Gracchi. Vissuta nel ii secolo a.C. (la data di nascita  incerta), mor nel 110 a.C., e fu descritta come una matrona molto sobria e dai costumi morigerati. Spos Tiberio Sempronio Gracco dal quale ebbe molti figli, di cui per sopravvissero solo tre: Sempronia (moglie dellEmiliano), Tiberio e Gaio. Seneca427 specifica che i figli furono dodici e che lei fu costretta a vederli morire tutti, due assassinati e privi di sepoltura. La sua caratteristica, lamore per i figli, fu sintetizzata alla perfezione dallo storico Pomponio Rufo (citato da Valerio Massimo) nel famosissimo aneddoto:
Riguardo al fatto che i figli sono per le madri il pi grande ornamento, leggiamo che Cornelia, madre dei Gracchi, poich una matrona campana sua ospite le mostrava le sue gioie, che erano le pi belle allora conosciute, la intrattenne chiacchierando finch tornassero da scuola i suoi figli e allora le disse Questi sono i miei gioielli!428.
haec ornamenta sunt mea!
Pare che per poter crescere i figli nel modo pi consono alla tradizione romana avesse rifiutato una proposta di matrimonio venuta nientemeno che dal re dEgitto. A lei molti attribuiscono le notevoli capacit dei figli, tanto che Cicerone429 sostenne che i fratelli Gracco pi che essere nati dal grembo di Cornelia erano nati dai suoi discorsi. Pur costretta ad assistere alla morte di entrambi, seppe vivere i suoi ultimi giorni con la stessa dignit con la quale aveva trascorso il resto della vita. Dopo la morte di Gaio si ritir presso una villa a capo Miseno dove port avanti il Circolo degli Scipioni ospitando letterati e personaggi di cultura di origine greca ai quali, secondo Plutarco430, era solita raccontare le gesta del padre e dei figli senza abbandonarsi al dolore ma elogiando il loro operato cui solo la fortuna aveva posto fine.
La sua fama fu tale che i romani le eressero una statua, la prima statua di donna esposta in pubblico. Plinio431 dice che si trattava di una statua di bronzo che la raffigurava seduta con i sandali slacciati. Plinio laveva vista nel portico di Ottavia ma in origine si trovava nel portico di Metello, che sorgeva l dove era stato poi realizzato ledificio dedicato alla sorella di Augusto. Plutarco sostiene che la statua riportasse la dicitura Cornelia Africani f[ilia] Gracchorum.
Cornelia  anche una delle quattro donne romane di cui sono pervenuti degli scritti. Si tratta di brani estratti da due lettere indirizzate al figlio Gaio. Molti studiosi, tuttavia, sono restii a considerarle autentiche. Le sue presunte lettere sono conservate negli scritti di un altro importante membro della gens Cornelia, Cornelio Nepote. Vissuto nel i secolo a.C. e originario della Gallia Cisalpina, per la precisione di un luogo chiamato Hostilia (attuale Ostiglia, in provincia di Mantova), era dunque di origini provinciali; lo sappiamo perch ce lo dice una delle fonti che tratta pi spesso di lui, Decimo Magno Ausonio, letterato latino vissuto nel iv secolo d.C., ma anche e soprattutto perch Plinio il Vecchio432 nel parlare di lui lo definisce Padi accola, cio abitante della pianura Padana. Si sa che mor dopo Tito Pomponio Attico (32 d.C.) poich nella biografia che egli scrisse di questo personaggio viene trattato anche il suo decesso. Nepote fu amico di molti letterati del suo tempo, come Cicerone e Catullo; questultimo addirittura dedic a lui la sua raccolta di poesie:
A chi dedico questo libretto nuovo / or ora levigato dalla pomice dura? / A te Cornelio: e infatti solo tu / eri solito ritenere che le mie storie valessero qualcosa / gi allora, quando lunico degli italici / osasti narrare la storia in tre volumi / dotti, per Giove, e laboriosi. / Eccoti dunque il libretto qualunque esso sia / e qualunque valore abbia; ed esso, padrona delle vergini, / possa vivere perennemente per pi di una generazione433.
Nepote fu uno storico ma soprattutto un biografo di notevole fama, ma le sue opere non ci sono pervenute integre; la gran parte del materiale proviene da citazioni fatte da altri studiosi, che evidenziano anche la diffusione dei suoi scritti. Tra le biografie pi famose dellantichit vi  sicuramente la sua raccolta dal titolo De viris illustribus, unopera in sedici libri di cui ci  pervenuto solo quello dedicato ai personaggi non romani.
I protagonisti del tramonto della Repubblica
Allesordio del i secolo a.C. lesponente della gens che pi fece parlare di s fu Lucio Cornelio Cinna, ovvero, per distinguerlo tra i diversi personaggi con questo nome, il suocero di Giulio Cesare. La figlia di Cinna, Cornelia Cinna, fu data in moglie a Cesare quando era ancora una bambina e ricopr al suo fianco il ruolo di flaminica. Cinna per, prima di essere il suocero di Cesare, era anche e soprattutto un alleato di Gaio Mario. Della sua vita prima dellascesa al consolato dell87 a.C. si sa poco; sicuramente ricopr diversi ruoli anche di carattere militare, tra cui pare quello di pretore. Fu coinvolto nella prima guerra civile che devast Roma, anzi ne fu uno dei protagonisti; nello stesso 87 a.C., infatti, fu console anziano al fianco di Gneo Ottavio, alleato di Silla. Appena eletto dovette giurare di non tentare di abolire le leggi fino ad allora promulgate da Silla, cos fu condotto in Campidoglio434 dove giur tenendo in mano una pietra, dichiarando che se non avesse tenuto fede alla parola data avrebbe dovuto essere allontanato dalla citt cos come la pietra dalla sua mano, poi la lanci. In effetti, fu quasi un presagio di quanto accadde in seguito.
Era evidente che Silla non si fidava di lui; Cinna non era dichiaratamente mariano allepoca, ma le fonti lo fanno apparire perlomeno come suo simpatizzante, poich ne condivideva obiettivi e idee, a cominciare dalla volont di incrementare il peso dei nuovi cittadini italici nelle liste elettorali. E doveva avere molti sostenitori di peso, altrimenti non avrebbe potuto superare nelle votazioni per il consolato i favoriti del Senato e di Silla. Appena questultimo ebbe abbandonato lItalia per andare a combattere contro Mitridate vi, re del Ponto, Cinna cominci a demolire il suo operato, promuovendo delle leggi atte a modificare la distribuzione dei nuovi cittadini nelle trentacinque trib esistenti. Si trattava di una questione di importanza vitale da un punto di vista politico: a seconda della distribuzione degli uomini nelle diverse trib si potevano ottenere risultati totalmente diversi alle elezioni.
Gneo Ottavio e gli altri alleati di Silla si opposero e, a seguito di tafferugli assai cruenti, Cinna e i suoi pi stretti sodali furono costretti a scappare presso Nola, dove il console poteva contare su alcuni contingenti militari a lui fedeli. Il Senato non impieg molto, tuttavia, a destituirlo e a sostituirlo con un altro Cornelio, Lucio Cornelio Merula. La sostituzione aveva soprattutto finalit religiose; si voleva cio ovviare al problema della destituzione di un console in carica senza scatenare lira degli di scegliendo colui che, allepoca era flamen dialis. Il flamine doveva sottostare a tutta una serie di divieti che praticamente gli impedivano di ricoprire materialmente quel ruolo, ma la funzione di Merula in quel momento era puramente rappresentativa.
Ma Cinna covava gi la sua rivalsa e puntava a rientrare nellUrbe; mand cos a chiamare anche Mario, che a quel tempo si trovava in esilio in Africa. In realt alcune fonti, tra cui Plutarco, sostengono che fu Mario a proporsi a Cinna come alleato, offrendosi di prestare servizio al suo fianco come semplice cittadino. Sempre secondo lo storico greco, Quinto Sertorio, che gi era alleato di Cinna, gli avrebbe sconsigliato di accettare laiuto del vecchio condottiero, gi sei volte console, vincitore di numidi, cimbri e teutoni e perci poco propenso a svolgere il ruolo di subordinato. Ma Cinna aveva bisogno del prestigio di Mario e accolse il generale, della cui abilit militare si valse per recuperare il controllo di Roma. Insieme, infatti, riuscirono a bloccare i rifornimenti provenienti dal porto di Ostia e a prendere Roma dopo un duro assedio, ma al suo ingresso in citt Mario aveva ormai messo in ombra Cinna. Il vecchio condottiero era accompagnato dalle sue guardie del corpo, i bardiei, cui lasci commettere ogni sorta di crimine, facendo in modo che eliminassero tutti i suoi nemici ancora presenti in citt, compreso Gneo Ottavio.
Molti studiosi sostengono che Cinna abbia partecipato attivamente alle proscrizioni mariane seguite al loro ingresso in citt, altri invece ritengono di poterlo scagionare da ogni accusa di crudelt. Tra le prove addotte in questo senso vi  la questione dei bardiei. Pare, infatti, che abbia collaborato con Sertorio alleliminazione delle guardie del corpo di Mario, ritenute responsabili delle atrocit commesse nellUrbe. Ad ogni modo, dopo la conquista della citt, ne divenne il padrone insieme al vecchio condottiero. Nell86 a.C. Cinna venne eletto console per la seconda volta (carica che tecnicamente non poteva ricoprire, poich secondo la legge romana sarebbe dovuto passare almeno un decennio tra un consolato e laltro) insieme a Mario che era giunto al suo settimo mandato. Ma Mario non ebbe il tempo di svolgere il suo ruolo perch mor allinizio dellanno e fu sostituito da Lucio Valerio Flacco.
Dopo la morte di Mario, Cinna riusc a tenere le redini dellUrbe per altri due anni, fino all84 a.C., quando giunse al suo quarto consolato al fianco di un altro mariano, Gneo Papirio Carbone. In quellanno venne a sapere che Silla stava rientrando a Roma per riprendere il potere e cos decise di affrontarlo su un territorio neutrale, andandogli incontro al di l dellAdriatico. Giunto ad Ancona, per, fu ucciso dal suo esercito. Nel De viribus illustribus Romae di Sesto Aurelio Vittore si parla di lapidazione, anche Velleio Patercolo435 conferma che ci fu un ammutinamento delle truppe, senza per specificarne le cause. Plutarco436 ci fornisce una versione particolare e pi dettagliata di come sarebbero andate le cose ( bene usare il condizionale). Secondo lo storico, quando Cinna era ad Ancona si sarebbe presentato presso di lui Pompeo Magno, il quale per fu costretto a scappare di nascosto, a causa di alcune calunnie non ben specificate sul suo conto, che lo mettevano in pericolo di vita. Poich il giovane generale non si vedeva pi in giro, tra i soldati cominci a circolare voce che il console lo avesse ucciso per invidia. Cominci cos una caccia alluomo e alla fine un centurione riusc a prenderlo e ucciderlo con un colpo di spada.
Cinna era sufficientemente abile e spregiudicato da poter raggiungere o crearsi un ruolo istituzionale che ne avrebbe fatto il pi alto esponente politico della sua gens in ogni epoca. Ma mor troppo presto, e il primo monarca virtuale di Roma dallinizio dellet repubblicana non fu lui ma un altro suo parente, Lucio Cornelio Silla, probabilmente, insieme a Scipione Africano Maggiore, il personaggio pi noto della gens Cornelia (anche se labitudine da parte di molti di usare il solo cognomen fa spesso dimenticare questa sua discendenza). Ecco come lo descrive brevemente Sallustio:
Silla apparteneva a una nobile stirpe patrizia, di un ramo per quasi estinto per la mediocrit dei suoi. Di letteratura greca e latina ne sapeva quanto un erudito; era un uomo ambiziosissimo, avido di piacere ma ancor pi di gloria; dedicava il tempo libero alla lussuria, ma pure la volutt non gli fece trascurare mai i suoi impegni: soltanto il suo comportamento verso la moglie avrebbe potuto essere pi onesto. Eloquente, astuto, amabile, duna capacit di simulazione incredibile addirittura, era prodigo di molte cose ma soprattutto di denaro437.
La familia di appartenenza di Silla era quella dei Rufini, per pare che un suo antenato, tale Publio Cornelio Rufino, console nel 290 a.C., fosse stato trovato in possesso di oltre dieci libbre dargento in casa; ci lo rendeva colpevole di eccessiva ricchezza, e per questo fu espulso dal Senato. Velleio Patercolo438 non fa menzione di questultimo dettaglio ma cita Silla come sesto erede di Rufino, ricordato, questultimo, per essere stato tra i comandanti che avevano sconfitto Pirro. Fatto sta che pian piano la famiglia cominci a non usare pi il cognomen Rufino per passare a quello di Silla, che stava a significare carne di porco e si riferiva al colorito pallido che caratterizzava i suoi membri, compreso il nostro personaggio. In realt anche Rufino sarebbe calzato bene, perch stava ad indicare i capelli rossi tipici della famiglia, anchessi una caratteristica propria di Silla. Il futuro dittatore aveva gli occhi grigi e quando si arrabbiava la sua faccia si riempiva di chiazze rosse, tanto che ad Atene presero a motteggiarlo per questo, dicendo che sembrava un gelso macchiato di farina439.
Il ramo della famiglia cui apparteneva Silla era quindi caduto nelloblio; quasi sicuramente si era mantenuto in buone condizioni a livello economico ma dal punto di vista del prestigio politico non contava pi nulla. Plutarco440 elenca le varie unioni matrimoniali contratte da Silla, il quale da buon romano non fu praticamente mai celibe e tent di portare avanti la sua stirpe con ogni mezzo, anche se non fu molto fortunato. La prima moglie che gli viene attribuita  una tale Ilia, il cui nome sarebbe da interpretarsi come una storpiatura di Giulia. Poi fu la volta di Elia, anche lei molto probabilmente morta, come Ilia/Giulia; dalla prima consorte ebbe due figli, una femmina e un maschio, Lucio Cornelio Silla, morto adolescente. Silla era in attesa di un erede maschio e cos si spos per la terza volta con una tale Clelia, che per dovette ripudiare nell88 a.C. per la sua sterilit.
In quello stesso anno opt per una rappresentante della prestigiosa famiglia dei Cecili Metelli, Cecilia Metella, figlia di Lucio Cecilio Metello Dalmatico, detta anche Dalmatica441; e costei, finalmente, gli diede due gemelli che chiam Fausto e Fausta.
Sfortunatamente, il matrimonio tra Silla e Dalmatica, che a detta delle fonti fu un matrimonio damore, termin in maniera drammatica. La donna si ammal di un male incurabile e i sacerdoti consigliarono al marito di ripudiarla per evitare che tutti i membri della sua famiglia fossero macchiati da quel male; Dalmatica fu cos portata via dalla sua casa e condotta in unaltra abitazione, dove mor senza mai pi vedere il suo compagno. Silla si spos ancora una volta in tarda et con Valeria, figlia di Marco Valerio Messalla Niger, dalla quale ebbe unultima figlia detta Postuma, perch nata dopo il suo decesso.
La vita privata di Silla fu oggetto di grande biasimo, a causa della tendenza del personaggio a circondarsi di persone di bassissimo livello sociale e spesso pessima reputazione, come ad esempio attori; si diceva anzi che uno di questi, Metrobio, fosse stato il suo favorito fino in tarda et. In realt la vita privata di Silla non interfer mai con quella militare e politica; uno dei pochi casi in cui non riusc a rimanere freddo come suo solito si verific ad Atene. Secondo i pi la citt sarebbe stata saccheggiata nell86 a.C. per il comportamento poco garbato tenuto dai cittadini nei confronti di Dalmatica.
Della sua carriera fino al 107 a.C. sappiamo ben poco, senonch si inser nel mondo politico in ritardo di circa tre anni. Nel 107 divenne questore di Gaio Mario e quindi si trov al suo fianco durante la guerra contro Giugurta in Numidia. Dopo una serie di sconfitte Bocco, suocero di Giugurta, chiese a Mario di inviargli i suoi uomini migliori per trattare e il condottiero scelse Silla e Aulo Manlio. Il primo se lo lavor a lungo, e alla fine lo indusse a tradire il genero consegnandolo a lui.
Anni di guerra inconcludente risolti con unabile e spregiudicata mossa diplomatica, che non sarebbe stata certo nelle corde di Mario. Molti avversari ricordarono frequentemente al vecchio condottiero come quella guerra fosse stata vinta dal giovane Silla, sebbene il comandante in capo se ne fosse arrogato il merito; ma Mario evidentemente non considerava il ragazzo un pericolo, tanto che lo volle come legato anche durante la guerra contro i cimbri e i teutoni. Nel 97 a.C. Silla fu pretore urbano e poi proconsole in Cilicia, dove ebbe un primo contatto con il mondo di Mitridate vi, altro suo grande nemico. Pare che allepoca le sue capacit siano costate la vita a Orobazo, ambasciatore dei parti. Questi, infatti, aveva richiesto un incontro a Silla e si era ritrovato seduto con Ariobarzane, re di Cappadocia, in una posizione di inferiorit rispetto al propretore. In seguito il re Arsace lo fece mettere a morte per essersi fatto ridicolizzare dai romani442, e soprattutto per aver sostenuto che Silla sarebbe diventato luomo pi potente del mondo (anche pi del suo stesso re).
Tornato in Italia Silla oper nella guerra sociale e diede nuovamente prova delle sue capacit militari. Le sue vittorie nella fase finale della guerra spinsero gli ottimati a sceglierlo come uomo da contrapporre a Mario. Questultimo ormai era giunto al suo sesto consolato, dopo i cinque consecutivi detenuti tra il 104 e il 100 a.C., e si voleva evitare che vincesse nuovamente; pertanto, Silla fu candidato al consolato e lo consegu insieme a Quinto Pompeo Rufo. I problemi a Roma cominciarono quando giunsero notizie funeste dal fronte orientale: Mitridate era inarrestabile e stava compiendo strage di romani. In quanto console, Silla ottenne lassegnazione della campagna contro il re del Ponto e cominci a organizzare lesercito. Intanto Mario e il tribuno della plebe, Publio Sulpicio Rufo, stipulavano un accordo: Mario avrebbe aiutato Rufo a far approvare delle leggi cui il tribuno teneva e Rufo avrebbe fatto ottenere a Mario, nonostante let e i malanni, il comando della guerra in Oriente. Ma Silla, per impedire a Rufo di presentare le sue proposte di legge, proclam linterruzione delle pubbliche attivit, il che provoc una serie di scontri nel foro. In quelloccasione il console fu letteralmente sequestrato e condotto in casa di Mario. Dopo lincontro tra i due ormai dichiarati antagonisti, Silla raggiunse le sue truppe di stanza a Nola e quando scopr che Mario intendeva togliergli il comando della guerra contro Mitridate, marci su Roma e riprese il potere, facendo sgozzare Sulpicio Rufo.
Subito dopo and a combattere in Oriente e in quel periodo la citt rimase in mano a Mario e Cinna, ma al suo ritorno, nell83 a.C., Silla riassunse il potere senza troppe difficolt. A detta di Velleio il rientro del comandante fu benvisto dalla popolazione italica: ecco la descrizione della sua marcia da Brindisi a Roma: Si poteva pensare che Silla fosse tornato in Italia non con lintenzione di vendicarsi con una guerra, ma di aver portato la pace443. Lunica resistenza venne dai consoli di quellanno: Gaio Norbano, il cui esercito era nei pressi di Capua, e Lucio Cornelio Scipione Asiatico, posizionato lungo la via Appia.
Silla era clemente con chi riteneva che lo meritasse, ma implacabile verso coloro che gli si erano rivoltati contro e cos, giunto a Roma, decise di vendicarsi di quanti lo avevano osteggiato, appoggiando loperato di Mario e Cinna in sua assenza. Nell82 a.C. si fece proclamare dittatore, ma senza il consueto limite temporale di sei mesi stabilito per legge. E in tale veste stil le liste di proscrizione, non come Mario, che commin stragi estemporanee, ma ragionate e largamente preannunciate. Non per questo fu meno spietato del suo antagonista. Morirono persone definite innocenti, e i nomi dei condannati furono fatti uscire a poco a poco444 devastando psicologicamente tutti coloro che avevano la coscienza sporca e speravano di essere perdonati o meglio ancora dimenticati.
Operate le riforme che riteneva necessarie, ripristinando il predominio dellaristocrazia che le guerre civili e sociali aveva messo fortemente in discussione, e concluse le proscrizioni, nell81 a.C. Silla scelse di ritirarsi a vita privata abbandonando la carica di dittatore: sarebbe stato il solo autocrate della storia di Roma, insieme a Diocleziano quattro secoli dopo, a rinunciare volontariamente a un potere che aveva fatto di tutto per conseguire. Si ritir presso la citt di Puteoli (lattuale Pozzuoli) dove continu a occuparsi degli affari pubblici della citt che lo ospitava, ma la malattia che lo accompagnava da anni lo uccise in breve tempo (78 a.C.). Plutarco445 parla di una specie di ulcera che gli divorava le carni dallinterno e ci rivela anche che Silla aveva tentato di trovare sollievo con bagni di acqua calda. Valerio Massimo446 ipotizza che la sua malattia potesse derivare dallabuso di alcol, ma si tratta di supposizioni. Le fonti narrano un suo ultimo gesto compiuto un giorno prima di morire, che rende perfettamente lidea della sua impassibilit. Avendo saputo che Granio, magistrato di Puteoli, tardava a pagare un debito allerario perch convinto che lex dittatore sarebbe morto a breve, facendogli quindi risparmiare quei soldi, Silla lo fece venire nella sua stanza e ordin a uno dei suoi di strangolarlo. Sempre da Plutarco sappiamo che il dittatore aveva scritto unautobiografia e che a pochi giorni dalla morte era giunto al ventiduesimo libro; sfortunatamente, questo testo dal valore storico inestimabile, come molte altre memorie di personaggi di primo piano, non ci  pervenuto.
Pochi anni dopo la morte di Silla, un altro personaggio attrae la nostra attenzione. Secondo Plutarco447, infatti, un Cornelio, identificato con Gneo Cornelio Lentulo Batiato, era proprietario della scuola di gladiatori di Capua nella quale era detenuto Spartaco e dalla quale part la rivolta che avrebbe squassato la penisola italica per un triennio. Forse si trattava di un liberto, la cui famiglia era stata liberata dalla schiavit, in epoca imprecisata, da un Cornelio Lentulo. Suo malgrado e del tutto indirettamente, questo Lentulo Batiato ha lasciato una traccia significativa nella storia, magari solo perch i suoi metodi indussero i gladiatori alla ribellione schiavile su scala pi larga che abbia mai afflitto limpero romano.
Di poco posteriore a Cinna e Silla fu Lucio Cornelio Balbo Maggiore, la cui cittadinanza romana  per molto discussa. Nato a Cadice intorno al 100 a.C., combatt contro Sertorio e poi pass al fianco di Cesare, per il quale svolse il ruolo di praefectus fabrum durante la guerra gallica. Il suo legame con il futuro dittatore  testimoniato anche dalla dedica dellviii libro del De bello gallico: Spinto dalle tue insistenti esortazioni, Balbo, poich di fronte ai continui rifiuti non reggeva pi la scusa delle difficolt, ma sembrava che io volessi sottrarmi per pigrizia alla fatica, ho intrapreso unopera difficilissima. La maggior parte delle informazioni su Balbo provengono da Cicerone, per la precisione da alcune sue lettere allamico Tito Pomponio Attico e da unorazione, la Pro Balbo. Balbo Maggiore, infatti, nel 56 a.C. fu accusato di aver ottenuto la cittadinanza romana in maniera illegale. Laccusa fu mossa da un suo concittadino, ma era chiaro a tutti che dietro cerano gli avversari di Cesare e Pompeo. Balbo aveva conosciuto Cesare quando questi era questore in Spagna nel 69 a.C., e da allora era sempre rimasto al suo fianco. Tuttavia, pare che a far ottenere la cittadinanza a Balbo fosse stato un altro dei triumviri, vale a dire Pompeo Magno, il quale intendeva cos premiare il provinciale per il valore dimostrato durante la guerra contro Sertorio.
In occasione del processo, Balbo pot vantare una schiera di avvocati di tutto rispetto: parlarono in suo favore dapprima Pompeo, poi Crasso e infine addirittura Cicerone. Limputato fu scagionato, non tanto per la bravura dei legali, ma soprattutto perch esisteva una legge che convalidava la sua cittadinanza, vale a dire la lex Gellia Cornelia de civitate emanata da Lucio Gellio Poplicola e da un altro Cornelio, Gneo Cornelio Lentulo Clodiano. La norma, emanata nel 72 a.C., permetteva a Pompeo di concedere la cittadinanza a chiunque ritenesse degno di tale onore. Alla morte di Cesare, Balbo rimase al fianco di Ottaviano e nel 40 a.C. ne fu premiato col consolato, caratterizzandosi come il primo straniero a raggiungere un traguardo del genere. Lasci parte dei suoi beni al popolo romano ma non sappiamo esattamente quando e come mor: non vi  pi traccia di lui nelle fonti a partire dal 30 a.C.
Tra le varie opere che trattano delle guerre combattute da Cesare c il Bellum Hispaniense, che ricorda appunto le fasi finali della guerra civile, quando lormai dittatore a vita combatt una lotta disperata in Spagna contro i figli di Pompeo e lamico di un tempo Tito Labieno. La guerra, feroce e condotta senza piet da ambo le parti, si concluse con la celebre battaglia di Munda e a detta di critici antichi e moderni, a descrivere questultimo capitolo della carriera militare di Cesare sarebbe stato uno dei suoi uomini, secondo i pi proprio Balbo, sebbene il latino approssimativo, i concetti spesso confusi e le frequenti ingenuit dellopera lascino piuttosto pensare a un aderente di Cesare di basso profilo.
Daltra parte, nella sua ascesa al potere assoluto possiamo essere certi che Ottaviano pot contare sullappoggio incondizionato dei Corneli: di sicuro si valse dei prestiti di Cornelio Balbo Maggiore quando dovette farsi largo, appena diciannovenne, nella politica romana a reclamare leredit lasciatagli da Cesare; e dopo la conquista dellEgitto, che consider una sua personale propriet preclusa, al contrario di altre province, agli esponenti del Senato, la affid in sua vece a un prefetto di nome Gaio Cornelio Gallo. In epoca augustea si rese famoso anche un altro Cornelio, Aulo Cornelio Celso, che sebbene non fosse un medico di professione, scrisse un trattato, il De medicina, che ha avuto molta fortuna ai suoi tempi e a partire dal Rinascimento.
Anche il nipote di Balbo, Lucio Cornelio Balbo Minore, merita una menzione in una rassegna della gens Cornelia. Anchegli originario di Cadice, si rese famoso per le sue doti di scrittore e il suo animo di mecenate, ma anche per le sue virt militari. Consegu, infatti, il trionfo nel 19 a.C. per la sua campagna in Africa, come  scritto nei fasti trionfali: L(ucius) Cornelius P(ubli) f(ilius) Balbus pro co(n)s(ule) a(nno) dccxxxiv/ ex Africa K(alendas) April(es). Grazie alle sue vittorie sui campi di battaglia, il nostro consegu un primato molto simile a quello dello zio, distinguendosi come il primo straniero a celebrare un trionfo. In realt fu anche lultimo comune mortale a ottenere una simile onorificenza, riservata da allora in poi ai soli membri della famiglia imperiale. Con il bottino ottenuto in Africa, Balbo fece costruire un teatro, cui attribu il suo nome. Lopera fu dedicata nel 13 a.C. e, come tutti i teatri romani stabili pi antichi, era caratterizzata da unarea sacra con un tempio che alcuni vorrebbero dedicato al dio Vulcano. In epoca medievale, nella parte inferiore delledificio furono realizzate delle botteghe, collocate in una zona molto buia e pertanto, nel corso del tempo, la strada antistante il teatro prese il nome di via delle Botteghe Oscure. Il teatro era caratterizzato da uno spiazzo retrostante (Crypta Balbi) con unesedra, trasformata poi in una latrina monumentale.
Congiurati e cospiratori
Tra eroi, donne colte, dittatori e storici, i Corneli possono vantare perfino diversi congiurati. Due di loro sono stati coinvolti nella congiura pi famosa della storia di Roma, quella di Catilina; si tratta di Gaio Cornelio Cetego e di Publio Cornelio Lentulo Sura. Cetego e Lentulo furono al fianco di Catilina fin dallinizio, quando questi tentava ancora di raggiungere il potere legalmente, ma assunsero un ruolo fondamentale quando il loro leader fu costretto da Cicerone a lasciare lUrbe: Quindi, nel cuore della notte, [Catilina] part con pochi compagni alla volta del campo di Manlio. A Cetego, a Lentulo, agli altri di cui conosceva lanimo risoluto e laudacia, ordina di accrescere con tutti i mezzi possibili le forze rivoluzionarie, di portare a compimento lattentato al console, predisporre assassini, incendi e tutte le azioni di guerra448.
Perch i due decisero di affiancare il ribelle? Per quanto riguarda Cetego, le fonti parlano di ingenti debiti che non avrebbe dovuto pagare se Catilina fosse riuscito a portare avanti il suo programma. Nel caso di Lentulo, sappiamo che prima di trasformarsi in congiurato aveva dovuto svolgere il suo cursus honorum per ben due volte. Era stato pretore e poi console nel 71 a.C., ma lanno successivo era stato cacciato dal Senato con laccusa di immoralit. A mandarlo via era stato un altro Cornelio, Gneo Cornelio Lentulo Clodiano, gi console nel 72 a.C. e a quellepoca censore. Lentulo era riuscito a farsi riammettere tra i padri coscritti a prezzo di notevoli sforzi e al tempo della congiura di Catilina ricopriva la carica di pretore urbano.
Cetego e Lentulo, accomunati dalla pessima condotta e dalla dubbia reputazione, come dalla partecipazione alla congiura, finirono perfino per condividere lo stesso destino, abbandonando la vita nello stesso giorno e nel medesimo modo. Dopo che Catilina ebbe lasciato Roma, tocc a Lentulo e Cetego il compito di portare avanti la congiura nellUrbe, ma i due si fecero mettere nel sacco da Cicerone. Un gruppo di allobrogi, che avevano cercato di cooptare per il colpo di Stato, li denunci al celebre oratore, il quale convinse i galli a collaborare: Gli allobrogi intanto, ligi alle direttive di Cicerone, per mezzo di Gabinio sincontrarono con gli altri congiurati e chiesero a Lentulo, a Cetego, a Statilio e a Cassio un impegno scritto e firmato per portarlo ai loro concittadini []. Acconsentono tutti senza sospettare nulla449. Cos i congiurati fornirono le prove scritte del loro reato, e Cicerone pot portarli davanti al Senato per il giudizio.
A casa di Cetego fu rinvenuto un deposito ingente di pugnali e spade. Inizialmente il congiurato sostenne di essere un semplice collezionista, ma poi cedette e confess, procurando a s e ai suoi complici la condanna a morte. Ed ecco quindi come finisce la storia dei nostri due Corneli:
Dopo che, come ho detto, il senato si alline al parere di Catone, il console ritenne che fosse meglio agire prima che cadesse la notte gi imminente, temendo che, nellintervallo, si verificasse qualche fatto nuovo. Ordina ai triumviri [capitales] di predisporre tutto per lesecuzione; colloca posti di guardia e accompagna lui stesso Lentulo al carcere; gli altri li fa scortare dai pretori. Se sali un poco a sinistra, nel carcere detto Tulliano [il Mamertino] vi  una stanza che si trova nel sottosuolo, a circa dodici piedi di profondit, chiusa tuttattorno da pareti e coperta da una volta di pietra. Lo squallore, le tenebre, il fetore la rendono tetra e paurosa alla vista. Ivi fu fatto scendere Lentulo; i carnefici, conformemente agli ordini ricevuti, lo strangolarono con un laccio. Cos trov una fine degna delle sue azioni e dei suoi costumi quel patrizio, che discendeva dalla illustre stirpe dei Cornelii e aveva esercitato a Roma il potere consolare. Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario subirono lo stesso supplizio450.
Prima di passare a un altro congiurato di epoca posteriore c un altro Cornelio legato a Cicerone di cui  necessario parlare. Si tratta di Publio Cornelio Dolabella, marito di Tullia e quindi genero delloratore. Cicerone compare al fianco di Dolabella quando questi ha solo diciotto anni: il giovane, infatti, era noto per la sua crudelt e la sua lussuria e nel 51 a.C. il grande avvocato aveva dovuto difenderlo gi in due processi. Indebitato fino al collo, Dolabella si era visto costretto a sposare Fabia, una donna pi anziana di lui ma con una dote consistente, che gli aveva dato un figlio, Publio Cornelio Dolabella, divenuto console nel 10 d.C. Ma poi la donna aveva divorziato, e lo scapestrato giovane aveva fatto cadere la scelta sulla figlia di Cicerone, che aveva sposato nel 49 a.C. e dalla quale ebbe due figli. Ma anche questunione fin con una separazione. Dolabella, infatti, era diventato amante di Cecilia Metella Celere, figlia della celebre Clodia, e la loro relazione era diventata di dominio pubblico.
Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo, oltre che crudele Dolabella si dimostr anche sleale, militando dapprima con Pompeo e poi con Cesare. Cassio Dione451 ci informa che nel 48 a.C. questo deprecabile individuo torn a Roma per farsi eleggere tribuno della plebe; tuttavia era un patrizio, e come tale non poteva accedere alla magistratura a meno che non fosse stato adottato da un plebeo. A fargli il favore, permettendogli cos di conseguire il tribunato, dovette essere proprio un membro plebeo della gens Cornelia; parlando di Dolabella e dei suoi figli dopo ladozione, le fonti menzionano infatti il cognomen Lentulo, tipico dei Corneli, che probabilmente Dolabella aveva acquisito in forza delladozione stessa.
Dolabella ricorda molto il pi noto tribuno Clodio, e non solo per la sua scelta di farsi adottare da un plebeo per accedere al tribunato della plebe, ma anche perch scelse di usare la forza per far approvare le sue proposte di legge. Venne in urto, infatti, con un altro tribuno della plebe, tale Lucio Trebellio, e dallo scontro verbale si pass a quello fisico, tanto che Marco Antonio, allepoca magister equitum di Cesare, si vide costretto a intervenire452. Cesare non era a Roma a quel tempo, ma una volta rientrato decise di portare con s il ragazzo per evitare che combinasse altri guai nellUrbe; Dolabella si trov cos a combattere prima in Africa e poi in Spagna, dove per altro fu ferito.
Tornato a Roma, il nostro si trov nuovamente al centro di un conflitto politico. Cesare era stato eletto console per il 44 a.C. insieme a Marco Antonio, ma in vista della sua spedizione contro i parti decise di cedere il suo consolato a Dolabella. Marco Antonio protest e cos il procedimento fu sospeso. La questione doveva essere nuovamente dibattuta in Senato proprio alle idi di marzo ma la morte di Cesare fece precipitare gli eventi.  a questo punto che Dolabella fa ancora una volta sfoggio del suo opportunismo, asserendo falsamente di aver partecipato alla congiura e alleandosi con i cesaricidi, solo per ottenere lagognato consolato. Ma ecco giungere lennesimo voltafaccia: Marco Antonio offre a Dolabella il comando delle operazioni contro i parti e lui accetta. Durante il viaggio verso la sua destinazione, la Siria, Dolabella si arroga il diritto di vendicare Cesare uccidendo uno dei cesaricidi, Gaio Trebonio. Il Senato, non ancora controllato dal triunvirato, non pu fare a meno di dichiararlo nemico pubblico e nel 43 a.C. lo ritroviamo asserragliato a Laodicea dove, assediato da Cassio Longino e in preda alla disperazione, finisce per porre fine alla sua miserabile vita453.
Il terzo congiurato cui si  fatto riferimento in precedenza  Gneo Cornelio Lentulo Getulico figlio di Cosso Cornelio Lentulo, console nel i secolo a.C. e vincitore dei getuli nel 6 d.C. (per cui ottenne il signum di Getulico, trasmissibile anche ai figli tra cui lo stesso Gneo). Il personaggio in questione fu console nel 26 d.C. e nel 31 d.C., alla morte di Seiano, lo troviamo comandante delle legioni della Germania Superiore, mentre suo suocero Lucio Apronio era legato nella Germania Inferiore. La sua ascesa fu sicuramente legata a quella di Seiano, e lo dimostra il fatto che lincarico gli fu conferito quando questi era ancora in auge, ma soprattutto il fidanzamento tra sua figlia e il figlio maggiore del famigerato prefetto del pretorio di Tiberio (morto durante le rappresaglie seguite allesecuzione di Seiano). Proprio in virt di questo fidanzamento, nel 34 d.C. Getulico fu accusato di tradimento.
Tacito ricorda che tra i delatori che denunciarono i sodali di Seiano allimperatore Tiberio vi fu un edile, tale Abudio Rusone, che segnal Getulico per aver contratto parentela con Seiano. Il comandante invi subito una lettera allimperatore ed ecco come andarono le cose:
Correva perci la voce che Getulico avesse osato mandare una lettera a Cesare, nella quale diceva che non per volont sua egli aveva contratto parentela con Seiano, ma questa si era effettuata per consiglio di Tiberio; egualmente, dunque, egli sera ingannato come sera ingannato il principe, perci lo stesso errore non doveva essere considerato per Tiberio immune da conseguenze, e per altri, invece, come fonte di rovina. Intatta era la sua fedelt a Tiberio, e tale sarebbe rimasta, se egli non fosse stato vittima di trame insidiose, non altrimenti che segno di morte egli avrebbe interpretato larrivo di un successore454.
Limperatore, come afferma Tacito, sapeva bene che Getulico era a capo delle legioni della Germania Superiore da anni e godeva di vasto credito per la sua clemenza; il contenuto della lettera, quindi, non era n pi n meno che una minaccia rivolta allimperatore. La questione si chiuse quindi con un nulla di fatto e Getulico fu uno dei pochi personaggi fortemente legato a Seiano che sopravvisse alle rappresaglie di Tiberio.
Tuttavia, il nostro non riusc a cavarsela in una seconda circostanza. Ben pi concreta, infatti, fu la sua partecipazione alla congiura per uccidere il successore di Tiberio, Caligola. Nel 39 ne fu uno dei promotori, insieme a Marco Emilio Lepido, cognato ed erede designato dellimperatore, e alle sorelle di questultimo, Agrippina e Livilla. Getulico, che era stato coinvolto proprio per il suo ascendente sulle legioni della Germania, fu condannato a morte insieme a Lepido, mentre Agrippina e Livilla furono esiliate. Vi sono per degli studiosi che tendono a capovolgere le parti e ad accusare Caligola di aver complottato contro i suoi parenti-serpenti per toglierli di mezzo455. Ma se davvero fossero andate cos le cose, cosa centrava Getulico con queste faide familiari? Daltra parte, Caligola aveva fatto uccidere molte persone che Tiberio aveva messo in cella per i loro legami con Seiano, ed  possibile che il comandante si fosse guadagnato la fama di soggetto pericoloso e Caligola ne abbia approfittato per liberarsene. Una volta inventata una congiura, perch non inserirvi il comandante delle legioni germaniche (il che aveva perfettamente senso) e togliersi dai piedi tutti i nemici in un solo colpo?
Gli ultimi secoli, tra letterati e condottieri
Un altro letterato ben pi grande di Cornelio Nepote arriv a nobilitare il nome della gens con i suoi scritti, ovvero Publio Cornelio Tacito. Tacito, in realt, ci  noto solo attraverso alcuni passi delle lettere di Plinio il Giovane e da qualche informazione che possiamo trarre dalle sue opere. Non sappiamo neanche se il suo prenome fosse davvero Publio, dato che alcuni lo menzionano anche come Gaio. Si pensa che sia nato tra il 56 e il 57 d.C. in Gallia, si propende per la Narbonense, poich nel 77 d.C. spos la figlia di Gneo Giulio Agricola, Giulia Agricola, originaria della Narbonense. Pare che la famiglia di origine fosse di rango equestre ma lui riusc ad assurgere a quello senatorio grazie a Vespasiano: Non voglio negare che  stato Vespasiano a far iniziare la mia carriera politica e che Tito lha fatta avanzare e che poi Domiziano lha portata al suo apice456.
Poich  lo stesso Tacito a dirci che la sua carriera avanz sotto Tito, facendo due conti e sapendo che Tito regn solo dal 79 all81 d.C. si pu supporre che in questo lasso di tempo ricopr il ruolo di questore.  sempre lui a dirci che fu pretore, carica che andrebbe collocata nell88 d.C. circa. Dopo la pretura dovette andare allestero, come capitava a molti ex pretori, e quindi fu di ritorno a Roma solo nel 93 d.C. circa. Dalle lettere di Plinio il Giovane457 sappiamo che nel 97 d.C. Tacito ricopriva il ruolo di console suffetto e quindi partecip a un evento molto importante della storia di Roma, vale a dire lassemblea durante la quale i pretoriani praticamente costrinsero Nerva ad adottare Traiano come successore. Unaltra tappa importante del suo cursus fu il proconsolato in Asia tra il 112 e il 113 d.C. Nonostante lattivit politica che svolse con regolarit, Tacito trov il tempo di scrivere un gran numero di opere, ancor oggi un punto di riferimento per lo studio della storia di Roma, soprattutto per lalto livello di affidabilit. Nel 98 d.C. scrisse una biografia del suocero Agricola e un trattato sulla Germania che ci permette di conoscere meglio i pi longevi nemici di Roma. Tra il 101 e il 110 d.C. si dedic alla stesura delle Storie, che trattano degli anni tra il 69 (come sostiene lui stesso nellintroduzione dellopera) e il 96 d.C. Successivi alle Storie sono invece gli Annali, che narrano una fase anteriore, i regni da Tiberio a Nerone. La morte dello storico va collocata allincirca tra il 125 e il 130 d.C.
La fama di Tacito, cos come quella di Cornelio Nepote, oscura il nome di un altro letterato appartenente alla stirpe Cornelia. Si tratta di Lucio Cornelio Sisenna, sostenitore e parente di Silla; la morte del dittatore chiude anche la sua storia di Roma in ventitr libri, che partiva dalle origini dellUrbe. Sarebbe stata una fonte preziosa per la conoscenza della guerra sociale e di quella civile, se ne fosse sopravvissuto pi di qualche breve frammento, sebbene Sallustio giudicasse lo storico troppo di parte. Gi propretore in Sicilia e poi pretore urbano, mor a Creta durante la guerra contro i pirati come legato di Pompeo Magno. Un suo omonimo, vissuto in epoca pi tarda, si fece conoscere come commentatore di Plauto.
Tra gli ultimi esponenti dei Corneli, ad artigliare il palcoscenico della storia  il console del 199 d.C., Publio Cornelio Anullino. Gi legato della legione vii Gemina nelle operazioni contro i mauri durante il regno di Marco Aurelio, dopo luccisione di Commodo ader alla causa di Settimio Severo, che era solo uno dei contendenti al titolo di imperatore. Severo riusc a occupare Roma prima del suo avversario Pescennio Nigro, che Anullino fu incaricato di eliminare. Dopo essere stato sconfitto a Cizico e Nicea, Nigro si vide costretto ad affrontare lo scontro decisivo a Isso, nello stesso teatro della battaglia tra Alessandro Magno e Dario iii di Persia di oltre mezzo millennio prima. Anullino prevalse, insegu Nigro sconfitto e in fuga, lo cattur e lo consegn a Severo, che lo giustizi ed espose la sua testa in pubblico. Limperatore non lesin premi per il suo fidato subalterno, innalzandolo nel 198 d.C. alla prefettura dellUrbe e lanno seguente al consolato.
Una donna della gens Cornelia fu coinvolta in uno dei pi eclatanti processi della storia di Roma, uno di quelli classificati nei cosiddetti veneficia matronarum. Per la precisione si tratt del primo di questa categoria e risale al 331 a.C.458. Il processo vide coinvolte ben centosettanta donne e sembra essere strettamente connesso a una pestilenza che stava devastando la citt proprio quellanno. Lepidemia stava uccidendo moltissime persone, forse anche troppe. Un giorno unancella si rec dalledile curule Quinto Fabio Massimo e gli disse che quelle morti erano dovute alla mano umana e non a quella divina. La donna sosteneva di aver visto la sua padrona e alcune altre matrone realizzare delle pozioni venefiche. Le donne menzionate dallancella furono chiamate a testimoniare in pubblico; si trattava di venti matrone tra cui appunto una Cornelia e una Sergia. Le donne non negarono di aver realizzato delle pozioni, ma sostenevano si trattasse di farmaci e non di veleni. Quando lancella le sfid a bere quei farmaci le imputate non esitarono e morirono tutte. Dopo di loro molte altre furono processate.  altamente probabile che le cosiddette avvelenatrici avessero tentato realmente di trovare un rimedio allepidemia in corso ma che avessero fallito.

396 R. Syme, Laristocrazia augustea, bur, Milano, 1993, p. 114.
397 Ivi, p. 421.
398 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xix, 8.
399 Livio, Ab Urbe condita libri, i, 45; Giuba  lunico a menzionare il nome Cornelio in un frammento riportato in Plut. A.O. fhg iii 470, 12.
400 Cfr. R. Syme, Laristocrazia augustea, bur, Milano, 1993, p. 82.
401 Vedi la Gens Claudia.
4021 Livio, Ab Urbe condita libri, iv, 19-20.
403 Macrobio, Saturnalia, i, 6, 26.
404 Cicerone, De legibus, ii, 56-57.
405 Livio, Ab Urbe condita libri, x, 12.
406 Ivi, x, 14.
407 Ivi, x, 26.
408 Polibio, Storie, i, 21.
409 Macrobio, Saturnalia, i, 6, 29-30.
410 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, vi, 9, 11.
411 Polibio, Storie, x, 3.
412 Livio, Ab Urbe condita libri, xxvi, 19.
413 Ivi, xxii, 53.
414 Ivi, xxiii, 2.
415 Polibio, Storie, x, 14-15; Livio, Ab Urbe condita libri, xxvi, 42-46.
416 Livio, Ab Urbe condita libri, xxix, 1.
417 Ivi, xxx, 4-6 e Polibio, Storie, xiv, 3-5.
418 Livio, Ab Urbe condita libri, xxx, 30 e Polibio, Storie, xv, 6-8.
419 Livio, Ab Urbe condita libri, xxxvii, 1.
420 Ivi, xxxvii, 34.
421 Aulo Gellio, Noctes atticae, vi, 19.
422 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, v, 3 (2b).
423 Vedi la Gens Emilia.
424 Polibio, Storie, xxxix, 4.
425 Ivi, xxxix, 6.
426 Plutarco, Gaio Gracco, x.
427 Seneca, Consolatio ad Marciam, xvi, 3.
428 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, iv, 4.
429 Cicerone, Brutus, civ, 211.
430 Plutarco, Gaio Gracco, xix.
431 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, xxxiv, 31.
432 Ivi, iii, 127.
433 Catullo, Carmina, 1.
434 Plutarco, Silla, x, 3-4.
435 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 24.
436 Plutarco, Pompeo, v.
437 Sallustio, Bellum Iugurthinum, xcv.
438 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 17.
439 Plutarco, Silla, ii, 1.
440 Ivi, viii, 10-12.
441 Vedi la Gens Cecilia.
442 Plutarco, Silla, v, 4-6.
443 Velleio Patercolo, Historiae romanae, ii, 25.
444 Plutarco, Silla, xxxi, 3-4.
445 Ivi, xxxvi, 2-3.
446 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ix, 3, 8.
447 Plutarco, Crasso, viii.
448 Sallustio, De coniuratione Catilinae, xxxii.
449 Ivi, xliv.
450 Ivi, liii.
451 Cassio Dione, Storia romana, xlii, 29.
452 Plutarco, Antonio, ix.
453 Cassio Dione, Storia romana, xlvii, 30, 5.
454 Tacito, Annales, vi, 30.
455 Cfr. A. Barzan, La politica dinastica di Caligola e la cosiddetta congiura del 39 d.C., in Aevum, lxxxv (2011), pp. 65-80 e A. Barrett, Agrippina. Sex, power and politics in the Roman Empire, Yale University Press, London, 1996, pp. 58-65.
456 Tacito, Historiae, i, 1.
457 Plinio il Giovane, Epistulae, ii, 1.
458 Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, ii, 5, 3 e Livio, Ab Urbe condita libri, viii, 18.
...
.
...
FINE Parte 2.